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Dubbi e risposte sul coaching (partendo dal tennis)

Pubblicato il 24 novembre 2009 da Flavia

Giorni fa Ponti Tibetani ha dedicato un post al coaching ponendosi molte domande. Abbiamo coinvolto Ioia, la nostra coach,  per cercare di chiarire i suoi dubbi. Ma siccome Ioia cita un libro molto interessante e per me assolutamente affascinante, vi rimando anche a quello per imparare insieme qualcosa di più.

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Cara Monica

i tuoi dubbi e le tue domande sono assolutamente legittimi e ti ringrazio di averceli posti in maniera così diretta.

All’inizio avevamo pensato di pubblicare qualche articolo in più per parlare del coaching ma io temevo di rimanere troppo didattica. Mi sbagliavo ;-)

Dunque, partiamo dal nome: Coaching, cioè fare da coach = carrozza, vagone, il mezzo che ti facilita e velocizza lo spostamento da un posto all’altro: da uno stato presente ad uno stato desiderato. Da un punto di partenza ad uno di arrivo. Es.: da sportivo principiante a sportivo praticante; da leader in “erba” a leader riconosciuto e consapevole; da mamma che educa ad “istinto” a mamma che educa secondo un proprio progetto di crescita. Come vedi il Coach, la carrozza, non  può portare da nessuna parte se il Coachee (Cliente) non ha una meta, una motivazione ed i mezzi necessari per raggiungerla.

Definiamo Coachee colui che beneficia del coaching, cliente a tutti gli effetti perché decide di acquistare un mezzo di cui disporrà secondo i propri obiettivi e possibilità e NON paziente che invece si mette in cura da qualcuno che deciderà per lui la cura migliore. Se decidiamo noi cosa, come e quando acquistare, noi siamo clienti. Il Cliente può acquistare sia beni (oggetti) sia servizi (es l’uso di una palestra, un viaggio… un coach).

Il Coaching nasce oltre venti anni fa, negli Stati Uniti. Timothy Gallway, un pedagogista dell’Università di Harvard  (nonché esperto di tennis) studiò i problemi che normalmente si presentano nell’insegnamento di due sport: il tennis e il golf. Da cui nasce il primo libro, quello che agitò per primo le acque accademiche che si occupano di apprendimento: The inner game of tennis. La parola inner, “interno” è stata adottata per indicare la condizione interiore del giocatore, ovvero, per usare le parole di Gallway, per portare alla luce il fatto che “l’avversario che si nasconde nella nostra mente è molto più forte di quello che troviamo dall’altra parte della rete”. Gallway sostiene che se un maestro di tennis, o meglio un coach (allenatore), è in grado di aiutare un giocatore a rimuovere o almeno ridurre gli ostacoli interni che impediscono una buona performance, allora il tennista inizierà a lasciar fluire la sua abilità naturale, senza bisogno di un grosso input di tipo tecnico da parte del coach. Sostanzialmente “liberare le potenzialità di una persona perché riesca a portare al massimo il suo rendimento; aiutarla ad apprendere anziché limitarsi a impartirle insegnamenti”. Dallo sport al business. John Whitmore, consulente inglese, si appassiona alla cosa e, dopo aver fondato una società che forma ed utilizza coach “sportivi” ha l’intuizione di traslare la metafora nel mondo del business. Come si fa ad insegnare ad un manager ad essere un bravo manager? Si può ma ancora meglio è aiutarlo a scoprire dentro di sé come diventarlo, secondo le proprie possibilità. Come ribadisce Gallway – “il vostro avversario sul campo da tennis è in realtà il vostro migliore amico, perché è lui che vi costringe a correre e a mettere in moto tutti i muscoli. Non è un buon amico se invece si limita soltanto a ribattervi la palla dritta sulla racchetta”.

Il passaggio dal mondo del business al life è stato un passaggio naturale. Ognuno di noi prima o poi nella vita si ritrova a “combattere” con qualche “avversario” che ci mette in difficoltà: un cambio di lavoro, la nascita di figli, il tempo che sembra non bastare mai, persone con cui fatichiamo a relazionarci…. Ora, l’apprendimento non ha limiti predefiniti: apprendiamo a scuola, sul lavoro, nella vita. L’apprendimento è parte della crescita dell’individuo, ciò che permette la sua evoluzione. Ecco perché il Coaching è un’attività adatta a tutti e a tutte le situazioni.

Spero di averti chiarito un po’ di dubbi. Se te ne restano altri, scrivici ancora. Grazie

Ioia Rocco

 

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8 Risposte per “Dubbi e risposte sul coaching (partendo dal tennis)”

  1. Grazie Ioia e grazie Flavia,
    ovviamente le domande proseguono, altrimenti non sarei io … perciò abbiate pazienza! :-)
    oggi stavo preparando una riflessione per il mio gruppo di lavoro e ho capito un altro dubbio che ho.

    Premetto di nuovo, e a beneficio di chi non ha avuto modo di seguire la riflessione, che non voglio mettere una critica negativa al coaching in se, ma ho bisogno a titolo personale di capire alcune mie resistenze …

    La prima è la dimensione strettamente individuale del coaching, alla sua finalizazzione stretta mirata all’ottenimento di un obiettivo colto internamente, cosa perfetta per un allenamento mi pare ovvio. Ma quello che a me manca è capire la dimensione interazionale, cioè del momento in cui l’obiettivo di una mamma per quanto interno non incontra l’obiettivo del proprio bimbo, ad esempio, spesso come ben sappiamo essere diverso da quello di mamma!

    Perchè ciò che alleno poi (come manager o mamma) va testato nella relazione, a due o di gruppo (ufficio/familglia), ed affrontato nella realtà dove le tensioni divergenti sono molte….
    Insomma ….poi cosa succede?

    L’altra questione che mi incuriosisce, invece in modo meno critico, è l’uso della rete per fare coaching (altrove si direbbe una supervisione), e cosa ancora più particolare e innovativa di farla pubblica … o ho capito male ??

    Il tutto avviene in una cornice "pedagogica" che aiuta le altre mamme ad imparare, osservando (leggendo) un dialogo tra uno che impara (mamma) e uno che insegna (coach), che è poi quello che avviene tra loro e i loro piccoli …

    E’ così? E’ una struttura intenzionale o come alcune strutture educative/di trasmissione del sapere finisce per prendere una sua forma in base al bisogno che la genera?

    Che ne dite?

    grazie ancora monica

  2. Flavia scrive:

    @Monica
    prima di ripassare la parola a Ioia per gli aspetti più tecnici, vorrei solo essere sicura che sia chiaro a tutti il coaching come inteso e iniziato qui, da VereMamme, e come proposto nel progetto MoMCoach in collaborazione con Ioia e Dol’s.net
    intanto non c’è nessuna attività pedagogica (il coach non insegna qualcosa, ma facilita), e poi non c’è neanche un coaching online.
    La rubrica di VereMamme "rifletti con la coach" offre solo degli spunti, prendendo come esempio le domande delle lettrici, per capire su cosa potrebbe vertere e come potrebbe svolgersi un progetto individuale di coaching. Il progetto MoMcoach, su cui a breve pubblicheremo date e notizie, offrirà: a.serate-aperitivo a tema, simili a questa rubrica ma dal vivo e con un tema prestabilito, b. percorsi individuali, c. percorsi di coaching in gruppo, d. scuola di coaching per mamme che desiderano diventare coach dei propri figli. e’ tutto spiegato nella brochure che puoi scaricare qui.
    tutti gli incontri di coaching sono quindi offline, di persona. VereMamme offre divulgazione "leggera" sul coaching e,diciamo così, "campioncini gratuiti" grazie al meccanismo domande-risposte di Ioia (o meglio controdomande!). ecco, questa era una doverosa premessa :)

  3. Ioia scrive:

    Cara Monica, riprendo la tua domanda di novembre a cui ha già parzialmente risposto anche Flavia.
    Intanto ti ringrazio di tanta attenzione e curiosità: ci tengo tanto che sia chiaro come funziona il coaching e tu mi dài ampio spazio per approfondire cose che altrimenti, per timore di essere prolissa, magari trascuro.
    I tuoi dubbi sono assolutamente legittimi e, a quanto pare, dipendono da alcuni presupposti non esplicitati ;-) o addirittura malintesi. Cercherò di riprenderli nel tuo ordine.
    1° – è vero che coach e coachee lavorano per il raggiungimento di un obiettivo ma, e questo è il reale valore aggiunto del coaching, durante i colloqui è prevista un’analisi completa di più fattori quali, a titolo di esempio:
    • la motivazione che spinge verso l’obiettivo;
    • Gli effetti che il raggiungimento dell’obiettivo avrebbe anche (e soprattutto) sulle relazioni con altri; è di fondamentale importanza ricordare che noi facciamo parte di un sistema!
    • eventuali possibili resistenze (che di norma già ci sono sennò l’avresti già ottenuto!) e qual è il loro valore; se fin’ora non ci sei riuscita potrebbe anche darsi che nel tuo profondo tu non sia convinta che sia ok per te, magari inconsciamente ne vedi anche un lato negativo o possibili conseguenze che non ti allettano…. A volte manteniamo un comportamento che ci procura danni da un lato ma con effetti secondari – magari inconsci – ai quali non vogliamo rinunciare; es. alcuni bambini, si è scoperto scientificamente, vanno male a scuola per ottenere quell’attenzione dai genitori che, se andassero bene, non avrebbero. E’ vero quindi che “vorrebbero” andare meglio a scuola per evitare castighi ecc. ma non ci riescono perché il timore inconscio di perdere l’attenzione dei loro genitori prevale sulla loro volontà.
    2° – rispetto all’uso della rete per fare coaching.
     Se ti riferisci alla rubrica Rifletti con la coach, ti sarai accorta che non ci sono mai stati “rimbalzi”: la mamma mi presenta la sua situazione ed io le pongo alcune domande che hanno lo scopo di portarla a riflettere su alcuni aspetti che, almeno da quanto ha scritto, sembra che non abbia ancora considerato. Le mie domande dovrebbero stimolare la riflessione più profonda, aprire ad ipotesi nuove. Stop. Se poi chi ha scritto volesse continuare la riflessione allora, stanne pure certa, ciò avverrebbe nel più riservato dei modi 
     Esiste poi chi fa coaching via web. Anche a me capita di fare delle sessioni su skype o al telefono. Di norma però preferisco aver avuto prima almeno un paio di sessioni vis-à-vis. In ogni caso anche queste sarebbero totalmente in via riservata.
    3° – Per quanto riguarda la cornice: niente pedagogia. Il Coach non insegna proprio un bel niente a nessuno. E dall’altra parte il coachee prima apprende rispetto a sé stesso (diviene consapevole di alcune cose su di sé) e poi, come conseguenza, sceglie come agire (vedi adozione di comportamenti più adeguati ad ottenere i risultati desiderati).
    A presto
    Ioia

  4. Ciao Flavia e Ioia,
    intanto vi dico grazie per aver avuto la voglia e il tempo di dare risposte ai miei dubbi, mi rendo conto che la conversazione risulta un pò fratturata, per esser spalmata sul mio blog e qui su veremamme, ma non avrei potuto fare altrimenti i miei dubbi, i possibili fraintendimenti, la mia ignoranza sul coaching credo di averli esplicitati sul mio blog, forse meglio.
    Non mi sembrava corretto, verso flavia, farlo qui dove lei, con tanto impegno, costruisce progetti.

    Ma di quanto dici tu, Ioia, vorrei conservare solo una questione che sento importante ma irrisolta.
    La dimensione pedagogica del coaching, forse non farà parte del modello culturale di riferimento, eppure leggendo sul materiale pubblicato *
    si capisce l’esistenza di un passaggio di saperi tra chi conduce e chi è condotto, non fosse altro che nel modo di imparare a farsi nuove e diverse domande, dall’uscire dai propri circoli mentali viziosi e viziati dalle abitudini. E questa mi pare una forma dell’imparare/educare, apprendere; una forma importante perchè a sua volta una madre si occupa di educare i suoi figli.

    E qui la mia domanda si raffina, senza volere aggiungere alcuna nota critica ma solo una migliore comprensione. Il coaching nasce in azienda e per i manager e viene esportata ad altri ambiti della vita … cosa rimane di quella prima esprerienza, in senso positivo, al coaching per mamme?

    Io penso che al di la della simpatia o meno che si possa avere per il mondo manageriale/azinedale, esso comporti e abbia una cultura del proprio fare, che forse ha filtrato anche nelle sue forme formative, in questo caso il mom coach.
    Non so dei valori giudicati importanti oggi anche per una madre che si trova a gestire situazioni familiari/lavoartive decisamente complesse.
    Il che non è dire che una mamma fa la manager a casa, ma alle volte svolge funzioni manageriali, o in modo manageriale….

    Ha senso porsi questa domanda?
    ….
    ,

    * E’ un percorso formativo della durata di circa 4 mesi che si sviluppa intorno a 10 mezze giornate per portare la mamma a diventare Coach dei propri figli. Il Coaching stimola la riflessione, spinge all’azione, promuove e sostiene l’autostima, aiuta a diventare più consapevoli non solo delle proprie risorse e potenzialità ma anche delle scelte cui siamo sottoposti ogni giorno

  5. Flavia scrive:

    Cara Monica, il coaching alle mamme porterà con sè tutto quello che di positivo c’e’ nel coaching manageriale: pensare per obiettivi, sviluppare le proprie risorse per raggiungerli, perseverare e non abbattersi mai, saper chiedere aiuto alle risorse di altri, e così via…..potrei continuare a lungo. Si tratta di diventare, citando un blog amico, innanzitutto una buona "manager di se stessa". Su questa base, io credo che i compiti educativi verso i figli si affrontino molto meglio.
    bacioni!!!

  6. p.s.
    io trovo affascinante pensare che una struttura che eroga formazione (quella che sia) possa esprimere e definire il proprio modello formativo ma anche i suoi principi e una riflessione attorno al sapere che crea. Così diventa pienamente formativo e contribuisce ad aumentare la cultura su di se, e attorno a se.
    e questo è un modus pedagogico che appartiene a tutti e che contribuisce alla crescita comune, a capire e a nominare i cambiamenti. imho

  7. questo mi piace!!
    ogni contesto ha alcuni saperi che andrebbero usati e condivisi, quando spingono verso una crescita, e portano con se alcuni strumenti che gli sono propri….

    :-))

  8. Flavia scrive:

    già.. la condivisione di questi "saperi" è stato lo stimolo principale per me, per creare VereMamme!


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