Catalogato | Lavoro e conciliazione

Tags :

Tocca alle aziende essere più lungimiranti

Pubblicato il 18 ottobre 2009 da Flavia

Ecco perché è miope rinunciare a metà delle risorse disponibili
Eppure sono poche le realtà in cui si incoraggia il ritorno delle madri in tempi rapidi

CHIARA SARACENO

Una malattia arriva all’improvviso, l’assenza per maternità invece è prevedibile con largo anticipo. Ogni giorno in una azienda ci sono più assenze per malattia o permessi vari che non per maternità. Sono inoltre poche le donne che vanno oltre al primo figlio. Eppure troppo spesso le aziende italiane considerano la possibilità che le lavoratrici vadano in maternità come una iattura imprevedibile, che mette in crisi l’organizzazione del lavoro e impone costi sproporzionati. Per questo se ne difendono preventivamente cercando, se possono, di non assumere donne, o collocandole in posizione marginale, non facendo fare loro carriera. E quando queste sciagurate, ascoltando i propri desideri e anche le calde esortazioni dei demografi e dei politici, decidono di fare un figlio, il datore di lavoro considera questa decisione una prova definitiva di scarso attaccamento al lavoro.

Ciò non avviene solo nelle aziende piccole, con pochi dipendenti, ove un’assenza per maternità può costituire un serio problema organizzativo, anche se non irrisolvibile, stante che ci sono diversi mesi per mettere a punto le soluzioni necessarie. Avviene anche, se non soprattutto, nelle aziende grandi, come sa chiunque si sia occupato di pari opportunità e si è trovato di fronte a datori di lavoro e responsabili del personale che parlano delle assenze per maternità, ma anche dei ritorni dal congedo di maternità, come di eventi imprevedibili, disturbanti, fuori da ogni controllo, quindi da evitare il più possibile. Sono ancora molto frequenti – nel civile e industrializzato nord – i casi di donne che sono state caldamente incoraggiate a non tornare al lavoro una volta terminato il congedo. Così come continua la pratica delle lettere di dimissioni in bianco.

Sono poche le aziende che viceversa incoraggiano il ritorno delle madri al lavoro e lo accompagnano con iniziative di aggiornamento oltre che di flessibilità oraria e organizzativa. Questo atteggiamento delle aziende può avere effetti controproducenti sulle lavoratrici stesse, inducendole, quando possono, a ritardare il più possibile il ritorno al lavoro e a investire in esso il meno possibile, per proteggersi da frustrazioni e delusioni, in una sorta di meccanismo da profezia che sia autoadempie.

Maternità e partecipazione al lavoro remunerato continuano nel nostro Paese ad essere percepite come necessariamente in opposizione, l’una a detrimento dell’altro, e viceversa. Come se questa opposizione non fosse la conseguenza del modo in cui aziende, politiche sociali e padri continuano in larga misura a pensare e ad organizzarsi, senza tener conto delle responsabilità di cura che possono intervenire nel corso della vita dei lavoratori (verso i piccoli, ma sempre più anche verso adulti disabili e anziani fragili). O meglio dando per scontato che queste responsabilità siano a totale carico delle donne, delle madri. Sappiamo quanto al di sotto del bisogno (e spesso costosi) siano i servizi per la primissima infanzia. Anche sul piano dei congedi di maternità e genitoriali l’Italia ha perso da tempo la posizione di Paese generoso che deteneva ancora negli anni Settanta del secolo scorso. Ormai molti paesi, soprattutto quelli con tassi di occupazione femminile più elevati, offrono congedi genitoriali più lunghi e soprattutto meglio remunerati. Il che tra l’altro costituisce un incentivo, specie se accompagnato dall’esistenza di una quota riservata, perché anche i padri ne prendano una parte, condividendo i piaceri e le responsabilità di cura. L’insieme di questi fattori spiega perché l’Italia sia uno dei Paesi europei in cui il divario tra l’impatto positivo dell’avere un figlio piccolo sulla partecipazione al lavoro degli uomini e quello negativo sulla partecipazione al lavoro delle donne è tra i più ampi. Spiega anche perché, nonostante il tasso di occupazione femminile non sia certo tra i più elevati nei Paesi sviluppati, quello di fecondità è viceversa tra i più bassi.

Non ci perdono solo le donne, ma anche la società nel suo complesso. Perché non valorizza appieno le risorse di intelligenza e competenza della metà della popolazione, nonostante oggi le giovani donne siano mediamente più istruite dei coetanei maschi (e con ciò spreca anche gran parte dell’investimento fatto per la loro formazione). Perché (proprio per questo) fa fatica a riprodursi. Ci perdono, benché non ne sembrino consapevoli, anche le aziende, che si costringono a valorizzare solo una parte delle risorse umane disponibili, sprecando opportunità e investimenti in nome di stime non solo miopi, ma sbagliate, sui costi. Anche per questo quella italiana è una società bloccata, che fa fatica a innovare e innovarsi.

Repubblica 14 ottobre 2009

 

Lascia un commento

Parliamone

email facebook friendfeed linkedin rss twitter wmi

Le conversazioni del Village

thetalkinvillage.com

E’ una lunga storia

Scarica il banner!

veremamme

Iniziative