Parlo di voi: attendo tsunami

Pubblicato il 02 ottobre 2009 da desian

Ok mammeblogger, parlo di voi e, oggi, ne parlo “male”.

Quando ho aperto il mio blog, quasi un anno fa, non l’ho fatto pensando di creare (o di entrare in) una conventicola di soli babbi, che parlassero solo tra sé con modalità prettamente maschili (?) di un argomento che è di proprietà di qualcun altro. Quando ho aperto il blog, ho creduto di inserirmi in un flusso di relazioni, di scambi. Non per sentirmi meno solo ma per trovarmi in mezzo ad altri che avessero qualcosa da “scambiarsi”.

Care mamme blogger, voi, invece, continuate a far riferimento solo al vostro universo, secondo modalità prettamente di genere: tanto siamo noi quelle che poi tirano la carretta. Alla fin fine, sembra leggersi questo, tra le righe.

Il vostro modo di relazionarvi, che trovo fantastico (e penso di averlo detto decine di volte), ha però questa pecca: si chiude (o si apre) sul vostro mondo ripetendo a mio avviso le stesse identiche dinamiche del mondo vero, reale. La grande scommessa di un luogo come questo sta invece proprio qui: nella capacità di entrare in relazione, scambiando idee e teorie (sul pannolino?, le vaccinazioni?, lo svezzamento? passeggino sì o no?, ecc?) anche con quegli ometti che ci sono a giro.

E’ vero, quegli stessi ometti spesso sono meno attenti a questi aspetti, si dilungano a parlare del loro fantastico i-Pod e hanno dimenticato il marsupio, parlano pochissimo di emozioni (che strana parola…) o lo fanno in maniera un po’ dolciastra perché preferiscono usare l’ironia e allora la utilizzano per altri argomenti. Ma si sa: i babbi vanno educati…

Insomma, le mamme 2.0 sono una categoria del marketing, appetibili per le aziende. Anche i babbi, da soli, lo diventeranno presto, appena saremo abbastanza per fare massa critica.

Invece mamme e babbi che parlano tra loro, insieme, scambiandosi il proprio bagaglio sull’esperienza di essere genitori, provando a capire se i ruoli sono mummificati oppure si possono SCAMBIARE (indovinate come la penso io), se ci sono spazi di apertura in tanti comportamenti concreti che sono avanti cioè vengono prima della legislazione sul tema (leggi, ad esempio, congedo parentale maschile), possono diventare qualcosa di diverso. E inventare qualcosa di diverso (non di NUOVO che sennò poi anche quello ce lo ruba il marketing e lo vende): differenze in relazione, (s)cambiamo noi stessi.

Personalmente, nel mondo vero (che ancora 2.0 non è affatto), vedo ogni giorno moltissimi comportamenti basati su una fasulla idea di qualche parità ma che, su questa buonafede, costruiscono invece dinamiche vecchie e ci costringono a quelle. Anche se giuriamo, a parole, di non volerle.

Cerchiamo, almeno qui, di non ripetere errori già visti. Inneschiamo interesse tra i due mondi. Frequentiamo le due parti del cervello.

Insomma, che avete da dire a VOSTRA discolpa?! Attendo tsunami.

Ciao…

20 Risposte per “Parlo di voi: attendo tsunami”

  1. bilinguepergioco scrive:

    Scusami, devo essere particolarmente dura, ma proprio non capisco cosa impedisca agli uomini di partecipare a questo scambio, se lo vogliono.

    Ti faro’ un esempio proprio specifico. Il mio blog (www.bilinguepergioco.com/blog) non parla ne’ di pannolini, ne’ di frustrazioni femminili, ne’ di emozioni. Parla di bilinguismo, argomento assolutamente neutro. Ci sono famiglie bilingui, in cui indifferentemente la mamma o il papa’ parlano la lingua minoritaria, e famiglie che vogliono crescere i figli bilingui, in cui non di rado e’ il papa’ quello che sa meglio la lingua minoritaria (leggi l’inglese nel 90% dei casi).

    Il mio blog si rivolge sempre ai genitori e si declina al maschile.

    Eppure chi mi segue sono mamme credo all’80% e chi interagisce con me sono mamme al 95%. Perche’? Se me lo spieghi ti ringrazio, perche’ io vorrei una maggiore partecipazione di papa’, ma non riesco proprio ad ottenerla. Anche se il papa’ e’ portatore della lingua minoritaria e’ quasi sempre la mamma ad interessarsi, non ci posso fare nulla.

    Se mi mostrerai in cosa sbaglio faro’ mea culpa ringraziandoti, ma fino a quel momento non vedo nulla di cui discolparmi. E ne deduco che nemmeno la maggior parte delle blogger ha molto da rimproverarsi…

    Attendo feedback con ansia,
    L.
    http://www.bilinguepergioco.com/blog

  2. pontitibetani scrive:

    io credo desian, che ci siano almeno due elementi, anzi tre da considerare, al di là della naturale convergenza femminile al riunirsi tra simili (analoga a quella maschile).

    UNO
    in questo momento storico c’è bisogno tra donne di raccontarsi, invece di essere raccontate dai soliti giornali, dell’essere madri e lavoratici e donne, insomma del capire come bilanciare i ruoli. almeno così pare a me, potrei sbagliarmi.

    DUE
    io credo che la necessità sarebbe anche il confronto su un nuovo modo di intendere la coppia, la parità, l’interazione uomo donna,
    forse ancora prima che sulla genitorialità. è più facile dirsi d’accordo sulla tenerezza e sulle coccole che non su ciò che sta prima (infatti proprio oggi ti ho sollecitato sul mio blog, forse non a caso su questo tema)

    TRE
    spesso gli uomini incontrati nella mia vita rifuggono la questione "genere", con l’argomentazione che è una fissa femminile … insomma dicono che in realtà si deve parla di persone e non di generi …
    eppure quello è un buon pre-requisito da cui partire.

    infine ammetto che il tuo appunto ha un senso, dobbiamo trovare punti di intreccio anche su questo, portando il discorso su un pino più culturale e meno di coppia… ma non dimentichiamoci i prerequisiti…

    monica- pontitibetani

  3. TuttoDoppio+1 scrive:

    Ciao Desian, e ciao a tutti,
    spero di non andare OT con questo commento, io provo a dire la mia, non parlando in generale ma riferendomi alla mia esperienza di blogger.

    Il mio blog (http://www.tuttodoppio-gemelli.it) è nato tre anni fa con l’intento di essere un blog di riferimento per genitori di gemelli, quindi non solo rivolto alle mamme, ma anche (e non poco) ai papà che, quando arriva in famiglia qualcosa come due neonati in contemporanea, devono mettere un attimo da parte l’iPod e tirarsi su le manichine della camicia, se non vogliono rischiare di ritrovarsi una compagna esaurita dopo tre settimane.

    Per qualche tempo ho parlato quasi esclusivamente di questioni tecniche (scelta dei passeggini, dei seggiolini auto, etc) e pratiche (gestione delle poppate, ma anche di corretta amministrazione delle finanze). Ho pure dedicato una sezione esclusivamente agli ometti, chiamandola "per i papà gemellari", tanto per andare sul sicuro. Ma tolti tre o quattro babbi che periodicamente passavano a lasciare un commento, la mia rosa di commentatori era, appunto, rosa. Tante, tante, tante mamme. Ma questa cosa non mi ha stupita, forse perché, anche senza andare tanto lontano, ho un clamoroso esempio in casa.

    Lungi da me lamentarmi di mio marito che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, devo tuttavia ammettere che, pur essendo il più fedele e assiduo dei miei lettori, poco partecipa nel dare il suo punto di vista, fosse anche solo per ispirarmi un post ogni tanto (parentesi necessaria: col passare del tempo il mio blog ha perso il suo aspetto tecnico entrando in un territorio più emozionale). Ti parlo di un ragazzo di trent’anni molto socievole e abbastanza calato nel suo ruolo di padre, molto al di fuori del classico schema io Tarzan, tu Jane, ovvero a ognuno le sue competenze.

    Eppure con quest’uomo, figlio unico di madre e moglie devota e indiscussa regina del focolare (seppur lavoratrice, intendiamoci) giorni fa parlavo proprio del fermento generato dalle mamme, di ruoli, di aspirazioni altre, oltre all’appagamento degli altrui desideri, e mi sentivo rispondere qualcosa del tipo: "capisco gli intenti, capisco la buona volontà, ma è un’impresa titanica persa in partenza. Le cose stanno così, nulla cambierà. Se queste donne volevano fare carriera, o godere di altro fuori dalla famiglia, seppur consapevoli delle difficoltà che sarebbero sorte nel conciliare tutto, perché hanno voluto fare dei figli?". Torniamo agli antipodi insomma.

    Non so se sono le mamme che non fanno breccia nel cuore dei papà, o se sono i papà i primi a non voler cambiare un bel niente perché è più comodo così, immagino che valgano entrambe le interpretazioni a seconda dei casi.

    Io so solo che, per cambiare le cose, sia sì importante comunicare con donne e uomini indistintamente, ma anche, anzi, soprattutto, non sottovalutare l’educazione dei nostri figli maschi, soprattutto in quelle case in cui il capofamiglia di per sè non è un grande esempio di collaborazione.

    Per questo i miei due figli più grandi, sebbene abbiano solo 4 anni, sanno perfettamente dove si trovano cesta della biancheria sporca, spazzatura, pannolini del fratellino e straccio per i pavimenti. Per il bene mio ma soprattutto delle donne con cui decideranno di passare la vita. Certamente non mi aspetto che l’input arrivi dal pater familias, e ci sarà pure un perché.

  4. Giuliana scrive:

    desian, rispondo anch’io facendo riferimento alla mia esperienza di blogger. premetto che ti dò ragione su tutta la linea – tanto per dire, sto per proporre di cambiare nome al momcamp, perché che i papà si sentissero coinvolti allo stesso modo, ma sono alla ricerca di un nome politically correct.
    il mio blog non parla di bambini, perché è nato quando mio figlio aveva già tre anni. tuttavia, si chiama "mamma in corriera", a causa delle vicende professionali che in questi tre anni mi avevano coinvolto. ma mettere mamma nel titolo del blog significa scaraventarsi nel mondo delle mamme. mondo bellissimo, per carità, ma spesso contraddistinto da dinamiche che tu descrivi molto bene.
    quello che ho fatto fin dai miei primi post è stato proprio questo: insistere per arrivare ad adottare un concetto di famiglia in cui i genitori siano responsabilizzati in modo equo rispetto ai figli e, in generale, alla famiglia stessa. siamo lontani, però. in un solo giorno il corriere è uscito con due articoli che attribuiscono alle sole mamme la responsabilità di problemi ai figli. per dire.
    perciò coraggio, desian, io sono con te. vediamo che si riesce a fare.

  5. Laura.ddd scrive:

    Desian, mi spiace deluderti, ma da me niente tsunami. Io sono convinta ( e lo continuo a ripetere) che se non coinvolgiamo anche gli uomini non andremo da nessuna parte, o almeno, in nessun posto migliore. Il punto è quanto gli uomini abbiano voglia di pensare a una nuova idea di genitorialità o quanto invece le cose per loro vadano già bene cosi’.

  6. Chiara 2 scrive:

    Avevo già scritto un lunghissimo commento, ma il dio della sintesi mi ha impedito di pubblicarlo tramite intervento ex machina.
    Riassumo: io sono blogger da prima di rimanere incinta. Nel mio blog storico ho sempre parlato delle piccole cose buffe: siparietti di convivenza e sul lavoro, vita con i gatti, avventure in cascina. Già all’epoca, i miei lettori maschi si contavano sulle dita di una mano, contro una discreta schiera di lettrici. Eppure non parlavo di cose donnesche: semplicemente dei fatti miei.
    Altra considerazione: mio marito, che nella vita reale è il mio esatto equivalente (si occupa dei bambini in tutto, lava, cucina, fa la spesa, ecc.), non ama andare sui blog generalisti, non gli interessa. Va su forum di bonsai, siti di vivai, ama il blog di Bressanini, ma ai blog che parlano di fatti personali si interessa solo se gli segnalo qualche post curioso o qualche pettegolezzo.

  7. pontitibetani scrive:

    UNO
    indubbiamente la permeabilità tra i blog è piuttosto discutibile, visto ciò che scrivevate ho controllato (tenendo conto che sto ristematizzando le catogorie e le tag) 21 post sulla politica 13 sulle questioni di genere 21 sulla tecnologia 18 su genitorialità e mammitudine) …
    le risposte maschili sono e restano minoritarie, sebbene io veda a scrivere anche sui blog dei maschi.

    DUE
    continua a sembarmi molto più facile parlare operativamente su come allevare i figli in due, che non discutere davvero tra uomini e donne. sui modelli culturali imperanti e che bloccano futuro, carriere, orari.

    TRE
    a quando si tratterà anche del fatto che spetta alle donne la cura degli anziani, dei malati, dei morenti, dei disabili e i papà ben si guardano dal chiede voce in capitolo!! (scusa desian non è un fatto personale, ma se dobbiamo giocare a carte scoperte vanno scoperte tutte)

    QUATTRO
    ribadisco il concetto non credo che culturalmente si sia già così consolidata una cultura la femminile così solida sulla cura dei figli. in tal caso avremmo part time, carriere, servizi e strutture davvero pensate su misura, e stipendi equiparati ai colleghi maschi.

    segue

  8. Flavia scrive:

    beh, lo tsunami sta arrivando come da attese… ;)
    vi segnalo anche il post vicino nell’argomento e recentissimo di Giuliana , eccolo

    http://mammaincorriera.blogspot.com/2009/10/in-piu-di-unoccasione-le-donne-della.html

  9. pontitibetani scrive:

    ancora da pontitibetani
    … intendo una cultura consapevole dei cambiamenti in atto. comperare pannolini bio è certo una parte importante ma non ridurrei la questione solo agli acquisti consapevoli.
    c’è da ragionare sul partorire, sulle attenzioni post partum, sul fatto se la depressione sia fisiologica o anche indotta – se è vero che il le madri povere soffrono di depressione post partum di quelle benestanti il 26% – così tanto per dire alcune. se è meglio il nido aziendale, il nido, i micronidi, i nidi condominiali…
    che fanno parte del ragionare sul bilanciamento lavoro – famiglia

    CINQUE
    e poi ritorno all’incontare gli uomini, sgombrando il campo dagli equivoci, ci sono momenti in cui la questione va trattata ragionando di "persone" e altri in cui vanno fatti i distinguo.
    ma secondo ma il prerequisito è la consapevolezza di se ed una profonda voglia di incontrare ed accettare i cambiamenti, atteggiamenti altrui, che passa dalla voglia di ascoltare reciproca. senza banalizzare mai.

    monica

  10. desian scrive:

    Buongiorno a tutt*,
    perdonatemi ma comincio col rispondere a monica di pontitibetani perché è quella che va più diretta al cuore di quel che vorrei dire. Allora, cara Monica:
    per sgombrare subito il campo da possibili equivoci: escluse le leggi (che la prevedono espressamente), io penso che NON esiste nel nostro Paese una qualsivoglia parità uomo-donna: non esiste nella prassi (neanche in quella che dovrebbe scaturire dall’applicazione delle suddette leggi), non esiste nel mondo del lavoro, non esiste nella testa delle persone, uomini e donne, più giovani o meno giovani. Le motivazioni non le analizziamo qui, ognuno avrà la sua risposta.
    Il mio scopo NON è quello di giocare una partita a carte coperte o, men che meno, truccate: non mi interessa star qui a fare il ganzo parlando di me (rivendico il mio posto nel mondo per la mia identità in trasformazione, non per ruoli o mansionario): se permetti rivendico anche il fatto di accudire chi ha bisogno di me, non credo che tocchi alle donne. Se e quando ci sarò, lo giudicheranno le persone che mi stanno accanto e con le quali condivido la mia vita. Poi però trovo inutile parlare delle idee strampalate di un tizio che per la statistica dell’universo mondo non fa testo e non ne fa nemmeno per questa piccola comunità di persone che siamo noi, qui sopra. Così chiudo con la mia presenza sempre nel mezzo, che mi dà pure noia.
    Sono d’accordo sul fatto che le donne in questo momento hanno bisogno di parlare di sé tra donne per sfuggire giornali e definizioni aberranti che arrivano da "fuori".
    Rilancio: non ti sembra che sia ora anche per noi uomini di parlare un po’ di noi (che non l’abbiamo mai fatto e non ci conosciamo neanche un po’ perché abbiamo sempre vissuto su una incredibile rendita di posizione sociale e culturale), visto i pessimi esempi sociali, politici e culturali di cui siamo circondati?! Giustamente tu dici che voi donne dovete emanciparvi (nuovamente, ché ormai siamo alla restaurazione) dallo stereotipo montante. Noi uomini, se dovessimo misurarci su come siamo rappresentati, dovremmo andare a nasconderci. Sinceramente io non ci sto: personalmente non mi riconosco nello stereotipo, che sta tornando anche per noi, del maschio padrone e vorrei discuterne. Vorrei rappresentare il mio sdegno.
    I prerequisiti ci sono, sono sacrosanti e restano tutti. Ma restano uguali a se stessi se li rappresentiamo in due campi diversi e separati. Ripeto: non si tratta di ruoli o "mansionari": per me, la partita che si gioca è quella del cambiare noi stessi. E si gioca, lo ripeto, a carte scoperte. Tutte. Anche quelle più faticose, quelle che fanno sputar sangue.
    Perché cambiare vuol dire mettersi dentro il tritacarne delle questioni e uscirne dall’altra parte (e non sono nemmeno masochista…). Cambiare un poco (ma poco) la società che ci sta intorno, vuol dire cominiciare a camminare per cambiare ognuno di noi rispetto a chi ci sta di fronte.
    Partire dalle questioni di genere mi pare sacrosanto, non è una fissa femminile. Dovrebbe diventare una fissa di tutti: la fissa della propria identità che, esclusa qualche irrilevante questione genetica connaturata, è tutta da fare, tutta da creare, interamente da costruire.
    Non penso abbia senso arrivare ad un onorevole compromesso sulla divisione di compiti, su chi accudisce chi, ecc. Penso sia necessario giungere a definire se stessi, uomini e donne e tutti, secondo il posto che vogliamo occupare nel mondo: chi siamo, cosa vogliamo fare della nostra esistenza, quale senso del mondo vogliamo vivere. Non "rappresentare".
    Un inciso. A proposito di crisi post-partum, scriverò a breve un post su quelle maschili e sulle loro conseguenze che possono aiutarci a capire alcune cose (a me è successo di capire qualcosa). Tanto per tornare ai generi.
    Per finire, torno all’inizio: che luogo può diventare questo spazio di blogger/persone che si parlano? Che confronto può nascere?
    Credo che siamo pochissimi, una specie di enclave, fuori la realtà è ben diversa e triste eppure abbiamo lo spazio di metterci di fronte. Gli uomini partecipano poco di queste discussioni? Bene, andiamo a rompergli i coglioni, lottiamo perché vengano fuori dal guscio, tiriamo fuori il vero che c’è. Che sia brutto o bello, che ci piaccia o meno. Cerchiamo di capire. Altrimenti continueremo a non ascoltarci, al massimo otterremo che qualcuno si tiri su le maniche, ottemperi le sue mansioni. E poi esca la sera, per andare al cinema con le amiche o per la solita partita di calcetto. Ah, ogni mercoledì, sia chiaro.
    E, anche se non son bravo a dimostrarlo, non banalizzo mai. ;-)
    Comunque, se tutto questo ti sembra ancora una partita a carte coperte, riparliamone quando vuoi. Sto qui.
    Un abbraccio di cuore!

  11. pontitibetani scrive:

    un inciso al tuo inciso. a carte coperte ci giochiamo anche noi. non era una questione tra me e te, ma tra tutti e tutte.
    vorrei ne tenessimo conto.
    la consapevolezza questa si che non ha genere … poi domani ripiglio tutto con un pò più di tempo, sperando il altre riflessioni … mi sa che noi due non ci si discosta troppo…
    ricambio il saluto

  12. pontitibetani scrive:

    come da contratto rientro on topic
    certo desian, che auspico che voi uomini si cominci a chiedervi dove state andando, che ve ne fate degl impulsi stavici, dei cambiamenti culturali intercorsi, deli stili familiari, della voglia di fare qualcosa di nuovo e buono con mogli e compagne … e dieri di più non solo a noi spetta la stessa cosa, ma è proprio dall’incontro con nuove proposte al maschile che sarà più facile valutare e mettere in discussione alcune resistenze più femminili, certe mistiche della maternità e del sacrificio familiare (di se) ad ogni costo.
    come ti ho già detto in pvt non credo sia tuo il giocare a carte scoperte nè l’ingaggio nè questa seconda analisi, assai precisa, mi sanno di carte coperte.
    più in generale dico che sono pochi gli uomini che offrono lo spazio a questo mettersi in discussione scopertamente e a costruire nuove rappresentazione del maschile e del suo incontrare il femminile.

    ma la rivendicazione, mi sembra importante ribadirlo però deve tenere conto di tutti gli spazi di cura all’altro (bimbo, malato, disabile, morente, anziano) … e come si vede sui blog spesso è l’affettività verso i cuccioli che viene offerta come incontro.

    detto ciò sarebbe bello che flavia dicesse se le sembra che questo luogo virtuale può dirsi contenitore anche di questa palestra in cui allenarsi nei temi che citi e in quelli che è ancora possibile trovare.
    in fondo capire e costruire il mondo in cui si vuole vivere dovrebbe essere una necessità di molti e molte (anche qui dentro) …

    ricambio l’abbraccio :-)

  13. Mamma in 3D scrive:

    Ciao Desian.
    Mamma sono mamma, blogger anche, ma non so quanto rappresentativa del quadro a cui ti riferisci. Fra l’altro, dalla mia ho all’attivo il "merito" di aver coinvolto nell’esperienza uno dei pochi papà-blogger presenti, lo sai.
    Dopo un paio di mesi di blogging, Papà in 3D ha avuto voglia di "raggiungermi", perché questo è il modo in cui noi due viviamo l’essere genitori e coppia in generale: con sensibilità diverse, con nette differenze in termini di tempo e ruoli, ma con le stesse responsabilità, lo stesso interesse e la stessa attenzione, con la sensazione che tutto riguardi entrambi, col desiderio di comunicare e condividere anche quello che, logisticamente, ci vede separati.
    Realisticamente, è inutile negare che le donne tendano a fare pollaio e che gli uomini fatichino più a parlare di emozioni che di politica, lavoro o tecnologia.
    Ma il pregio del web è la libertà: tu, uomo, puoi intervenire in discorsi nati fra donne e noi, donne, possiamo ascoltare osservazioni di qualche (ma speriamo sempre di più) padre che, grazie ai tempi della parola scritta, riesce a farsi largo nel fitto chiacchiericcio.
    Anch’io, quando ho aperto il mio blog, come te ho creduto di inserirmi in un flusso di relazioni, di scambi. Non per sentirmi meno solo ma per trovarmi in mezzo ad altri che avessero qualcosa da "scambiarsi". Mai ho pensato che questi scambi dovessero avvenire solo fra donne, e tanto meno solo fra madri.
    L’altro giorno ho ricevuto il tuo (primo) commento, su un argomento prosaico quale il passeggino: non mi ha nemmeno sfiorato l’idea che il tuo intervento potesse essere meno motivato né meno interessante di quello di una mamma.
    Perciò fatico un po’ a comprendere la tua critica.
    A me non sembra che la porta sia chiusa. Non credo che i papà-blogger siano pochi per colpa delle mamme-blogger. Non credo nemmeno che i papà che tu definisci "controcorrente" si debbano sentire controcorrente solo per colpa delle mamme e mogli italiane: certo, è vero, le donne amano sentirsi le "regine" di casa e prole, ma siamo sicuri che questo non faccia comodo a molti uomini?
    Però penso anche che la corrente stia cambiando: a scuola, all’asilo e in piscina, incontro sempre più padri, che non solo accompagnano, ma che partecipano, si informano, accudiscono. E a me fa piacere.
    I nostri figli, noi come genitori e la società intera abbiamo tutti bisogno che nessuno, nella cura, nell’educazione e nell’attenzione, si chiami fuori. Da fare, pensare e dire ce n’è per tutti. E se, in questo, le donne mantengono le loro peculiarità femminili e gli uomini contribuiscono portando l’originalità del loro approccio maschile, abbiamo tutti da guadagnarci.

  14. Flavia scrive:

    siete tutti così interessanti e appassionati in quello che dite che mi risulta difficile aggiungere qualcosa. ma visto che pontitibetani mi chiama in causa con una domanda, la mia risposta è CERTO che mi piacerebbe dare un contenitore a tutto questo. anzi, la proposta a Desian era stata, tempo fa :) (lo smile è per lui!!) di curare qui la "contro-rubrica" dei papà. scherzoso il nome ovviamente, ma l’intento era quello di coinvolgere più papà, appunto, e non certo alimentare divisioni. voi come la vedete questa idea?

    … e vi ricordate di commentare anche l’incipit di Raperonzolo qui nel blogcafè? magari dovremmo aggiungere proprio qualcosa sulle figure paterne…..

  15. supermambanana scrive:

    ma stiamo parlando del dire o del fare? Ci sono due filoni qui. Uno sui padri partecipativi o meno. L’altro sui padri che ne parlano o meno. Scrivendo o commentando sui blog. Credo che i padri partecipativi siano molti ma molti di piu’ dei padri bloggers, o comunque dei padri che ne parlano o che si analizzano su questo. Forse anche questo fa parte dell’equazione. Si scherza (o anche no) spesso su la donna che ‘si fa problemi’ e l’uomo che vive contento alla fin fine con poco – l’ultimo in ordine di tempo su questa serie lo leggevo l’altro giorno sull’inserto femminile del Times e lo menziono giusto perche’ l’ho visto subito dopo uno dei post sull’argomento fra i blogs. L’autrice spara una serie di banalita’ sui signori (da notare i commenti dei diretti interessati fra l’altro!), ma sulle signore ci azzecca di piu’, quando dice che stiamo sempre a interrogarci per cercare l’equilibrio impossibile (i famigerati piattini cinesi???? hehehe). Gli uomini, in teoria, se devono rotearli sti piattini lo fanno e amen, senza domande. E senza pensare a se li stanno girando nel senso giusto o non sarebbe meglio andare anti-orario. Ma vabe.
    Parlando di queste aggregazioni bloggesche al femminile, mi sono andata a riprendere un articolo di qualche anno fa (2002, eh si, 2 anni prima del web 2.0, almeno ufficialmente) su una rivista che si chiama "Computer and Composition", e che ogni tanto bazzico. L’articolo si chiamava Beyond “scribbling women”: Women writing (on) the Web. L’autrice analizza vari siti al femminile, e trova che principalmente siano mezzi per cambiare degli stereotipi, spesso usando l’artificio umoristico dell’affermare lo stereotipo (mamme sull’orlo di una crisi di nervi sarebbe il piu’ classico esempio de noantri), cosa tipica della retorica femminista, e mettendo in ridicolo le immagini misogine, riappropriandosene e capovolgendole. Dove vuole andare a parare sta micro-pippa? Credo (!) alla considerazione che se gli uomini non fanno sentire la loro voce in queste circostanze, a parte pochi esemplari (e sono pochi, Desian mi concederai) e’ forse perche’ non sono arrivati a un momento di necessita’. Lo stereotipo del maschio macho, del Boys don’t cry evidentemente non pesa ancora tanto da cercare di movimentarsi, aggregarsi, discuterne, per buttarlo giu’. Ma questo secondo me deve avvenire a monte, il tabu’ va superato prima di poter parlare del relazionarsi diversamente con le donne, o con i figli, o con il ruolo di partner moderno. E secondo me ve la dovete sbrigare da soli, gentlemen, noi possiamo aiutare ma solo fino ad un certo punto, e soprattutto non possiamo intonarla noi questa canzone.

  16. ildoc scrive:

    Scusate l’intrusione ma è stata MammaCattiva a spingermi a leggere e il commento mi viene naturale.
    Come potete immaginare sono il compagno di vita di MammaCattiva nonchè il padre dei due diavoletti coabitanti.
    Se devo essere sincero ho fatto fatica a capire il vero nucleo del discorso che mi pare riconducibile alla scarsa presenza di noi padri nei blog e alla scarsa emersione dei padri che in qualche modo dividono i compiti.
    L’esperienza perzonale mi porta a dire per prima cosa che il dividere i compiti tra due persone che lavorano dovrebbe essere naturale e logico, come in tante altre attività. Dove sta scritto, se non in abitudini tramandate, che l’uomo non si occupa dei figli.Quando qualcuno mi dice che faccio una cosa strana e speciale mi viene da ridere considerandola una cosa naturale. Il problema viene proprio dal passato e dal cambiamento della struttura della società negli anni. E qui entrano in gioco le donne e le loro battaglie. 100 o 50 anni fa quante donne lavoravano e portavano a casa lo stipendio? praticamente nessuna. Ecco perchè lo stereotipo di famiglia con la donna che segue casa e figli e l’uomo che fa i cavoli suoi, si è consolidato nel tempo. Adesso è difficile fare cambiare il credo popolare ma vi assicuro che, almeno nel mio mondo padri come me e desian sono comuni e tutti lo fanno senza pubblicità e con naturalezza..
    Il punto è che le donne (riprendo il concetto appena abbozzato prima) hanno una lunga consuetudine di battaglie e iniziative per riscattare la loro condizione sociale che nemmeno le considerava nel corpo elettorale. E’ chiaro quindi che sono molto più abituate a fare corpo e squadra anche fino agli eccessi che secondo me portano a un circolo vizioso. Mi spiego: capisco che le donne siano discriminate e altro ma il continuare a fare azioni di presenza tra donne e discutere tra donne amplifica la segragazione invece di favorire l’integrazione.
    Gli uomini al contrario non credo che abbiano questo bisogno di outing per vari motivi tra cui sicuramente credo che la naturalezza con cui i padri che dividono i compiti accettano questa cosa senza farne un motivo di crociate o altro ma semplicemente sentendolo parte del loro essere padri e mariti o compagni. Mettiamoci anche che spesso qualcuno ti guarda con suffucienza quando lo dici ma si ricambia tranquillamante con lo stesso sguardo.
    Non so se ho reso chiaramente il mio pensiero e aspetto magari qualche replica piccata a qualche passaggio.
    Grazie per lo spazio

    Il Doc

  17. bilinguepergioco scrive:

    Doc,

    premesso che leggendo MC non si puo’ che provare simpatia estrema per te (hai pensato di farti clonare?), devo dire che non sono d’accordo col concetto stesso di segregazione/integrazione.
    Siccome francamente io comincio un po’ a stufarmi dei discorsi teorici campati in aria, torniamo sul concreto, sull’anedottica.

    Vecchio lavoro, un team di 20 persone, tra cui 2 donne, io ero la seconda donna ad entrare nel team, ergo c’era un’altra ragazza (per nulla virago style) che si era fatta dei bei mesi in un team di soli uomini. Un giorno io e la collega non andiamo a pranzo con gli altri ma pranziamo da sole, e commettiamo il crimine di dirlo agli altri, scusate oggi e’ girls lunch. Tenetevi che viene giu’ il mondo! Ma come!? che storia e’ questa!? Perche’ dovete isolarvi dal gruppo? In cosa siete diverse? Siete voi a creare una separazione! etc etc etc. Ma lasciateci respirare!!! Ci sta che le chiacchere tra donne sono diverse dalle chiacchere tra uomini, e cercare di negarlo significa pretendere che le donne facciano chiacchere da uomini. Ci sta anche che integrazione non significa annullamento delle differenze, ma collaborazione, riconoscimento e rispetto per le differenze.

    Infine, fare corpo e creare una squadra sono fenomeni prettamenti maschili, qualcuno qui ha mai sentito parlare dei boys club? Quelli che fanno carriera davanti ad una birra al pub o sul campo di golf, o allo stadio o dove gli pare? Quelli che le donne sono sempre benvenute pero’ guarda caso non si sentono mai a loro agio, e infatti, sempre per caso, possono essere brave quanto gli pare ma si trovano sempre davanti il GLASS CEILING, un tetto di vetro, che ti pare di essere li’, ti pare di far parte del club, ti pare di meritare gli stessi riconoscimenti dei tuoi colleghi, pero’ non proprio, li vedi attraverso il vetro…

    Dicevo fare corpo e squadra sono la specialita’ maschile, ma appena le donne cominciano a smetterla di tirarsi per i capelli e darsi sostegno e supporto reciproco, fermi tutti! Ragazze, venite qua nel nostro club (che le regole ormai le abbiamo gia’ scritte, dovete solo mettere una firmetta in calce), ma non fondatevi il vostro club se no finisce pure che ci tocca rimanere tagliati fuori da qualcosa!

    Scusate sono un fiume in piena, forse perche’ fino a ieri ho sempre lavorato in contesti esclusivamente maschili… Lo sapete cosa mi fanno venire in mente tutte queste discussioni? I rapporti tra i paesi dell’occidente e i paesi del terzo mondo. C’avete presente la rabbia che gli prende a Stati Uniti e Europa quando vedono che la Cina va direttamente ad importare in Africa? Oh, ma che vi viene in mente? Qui le regole le abbiamo fatte noi, non pensate di farvi il vostro club "perche’ dobbiamo lavorare tutti insieme". Voi lo sapete vero che gli risponde la Cina a questi? (che poi saremmo noi)

    Doc, Desian,
    sono convinta che siete dei padri e dei mariti fantastici, e che se fossero tutti come voi il mondo andrebbe diversamente. Pero’ non sono tutti come voi, e se ci sono voluti 100 anni per cambiare le donne forse ce ne vorranno altri 100 per cambiare gli uomini (anche perche’ francamente hanno meno da guadagnarci). Nel frattempo, non chiedeteci di dover pensare sempre agli altri, se abbiamo bisogno di darci un sostegno tra di noi lasciatecelo fare e dateci una mano se potete.

    L.
    http://www.bilinguepergioco.com

  18. ildoc scrive:

    Approfitto del piccolo spazio un’altra volta per commentare il post di bilingue. Premesso che non mi piacciono club o palle di questo tipo per soli uomini o donne, immaginavo che il mio commento scatenasse una reazione del genere che mi conferma appieno la sindrome da accerchiamento. Nessuno dovrebbe segregare o ghettizzare nessuno, anche se attualmente (vedi il nano malefico con la Bindi) torna il concetto di donna deteriore che è stato coltivato per anni. La mia esperienza di lavoro, al contraio della tua bilinguepergioco, è in contesti quasi totalmente femminile e ti assicuro che uno potrebbe descrivere in modo speculare la situazione che hai descritto. Forse per questo, come dicevo ieri, non mi sorprende trovare uomini che fanno le stesse cose che facciamo noi. Nessuno chiede di pensare agli altri nè chissà cosa ma reazioni come questa confermano quello che ho detto. E’ ora di smettere con le guerre…. e di affrontare in modo meno battagliero e oppositivo la situazione. Senza rancore

    Il doc

  19. Flavia scrive:

    dopo l’ultimo disgustoso show di battute becere ,oggi sono veramente demoralizzata.
    Ma siccome in fondo vogliamo le stesse cose e rischiamo di discutere di sottigliezze, provo a sintetizzare
    - che le donne facciano gruppo e gli ometti pure, stando per conto loro ogni tanto, ci sta tutta. non ci colpevolizziamo, su, è nel nostro dna ed è inutile negarlo..
    - ma la rete, quella è aperta a tutti. I blog di donne sono aperti ai commenti degli uomini, e viceversa. se qualcuno si chiude e respinge la partecipazione, non rispetta lo spirito dei blog. E non è certo tra quelli che frequento.
    - il networking femminile è necessario in materia di lavoro, perchè c’è tantissimo da fare.cominciando DALLE DONNE stesse, troppo spesso isolate e rinunciatarie.
    - sulle questioni importanti, occorre lavorare insieme. gli uomini che condividono lo faranno con l’esempio (basta quello, anche senza scriverne), spero sempre più numeroso, le coppie di genitori con l’educazione dei figli (maschi e femmine) alla condivisione.
    - infine, una speranza sulle nuove generazioni. noi, come ho ripetuto spesso, siamo una generazione dolorosamente in mezzo, ci sono i doc e i desian ma è ancora in vita un Berlusconi. e con questo ho detto tutto.

  20. pontitibetani scrive:

    la buona notizia è che per esempio questo argomento sta prendendo più respiro, insomma comincia a sembrarmi una agorà virtuale in cui si sviscerano un pò più le carte e le si mettono sul tavolo.

    (vi linko questo, secondo me possiamo tenere buona la riflessione sul rapporto uomo donna che viene brevemente argomentata … http://www.studiodedalo.net/CronachePedagogiche/?p=241)
    resta il fatto che io vorrei che il "mio compagno" inteso come colui che è facente parte di un genere chiamato maschile cominciasse a rivendicare anche il prenedersi cura e la presa in carico anche delle altra parti delicate e deboli della famiglia:
    e ribadisco la cura dei morenti, dei disabili, della malattia, del dolore …
    perchè scusate la provoc-azione (benevola ed intesa a sollecitare altre riflessioni) è molto più bello lo so anche io, pulire e lavare e coccolare il cucciolo di casa …
    persino io che in parte faccio ed ho fatto un lavoro con i disabili e con quella parte dolente e faticosa faccio io conti, ed è un lavoro che amo parecchio … continuo a sentire più facile accudire il pannolino della piccola che ha 15 mesi, che non quello di un adulto di 30 anni.
    io credo sia vero che tra uomo e donna vi sia una tensione di fondo (positiva laddove si esprime nella tensione attrazione tra i generi) ma ci sia – come leggo nell’articolo citato – una sorta di conflitto intestino.
    e se certe critiche maschili possono essere legittime, manca spessissimo un riconoscimento a priori della dimensione femminile di "sottomissione" e non riconoscimento reale di una uguaglianza.
    io sento sempre dirmi beh, si hai ragione ma anche noi ….
    insomma mi suona un pò capzioso. non sapete il vissuto femminile, la lotta quotidiana per crescere e affermare un diritto ad una quota sindacale di rispetto che manca in quanto categoria.
    la base necessaria, mi parrebbe, una ammissione del è vero non so cosa significa essere ai vertici di una carriera e guadagnare meno in quanto donna, avere meno possibilità di accesso a carriere prestigiose, o politiche etc etc..
    o sentirsi dire che al lavoro non hai fatto niente, o che in quanto donnna oltre a lavorare avresti dovuto ricordarti di chiamare il dentista… (come se a una donna sul lavoro fosse concessa maggiore fluidità tra pubblico e privato).

    forse a quel punto, su una ammissione di differenza e di legittima protesta, si potrebbe buttar le basi di nuove forma di scambio.
    e sulla maschile ricerca di una funzione di cura della famiglia che comprenda anche le parti meno "belle", perchè insisto con i cuccioli è tutto più facile.

    io non mi attendo tsunami ma spero in una inizio di dia-logos


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