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L'asilo-miraggio

Pubblicato il 18 ottobre 2009 da Flavia

Pochi posti soprattutto nelle regioni del Centro e del Sud
“Fino a tre anni i piccoli sono inesistenti per il welfare”

“Pochissimo è cambiato, se non la crescita della domanda
Il nido è ancora considerato un parcheggio dei figli”

di MARIA NOVELLA DE LUCA

No, il posto non c’è, nemmeno quest’anno, per il futuro si vedrà. Per uno che vince, gli altri nove restano a casa. Come in una strana e assurda lotteria. Ci sono i nonni quando va bene, la baby sitter quando non c’è scelta, e per chi non può pagare non resta che arrangiarsi, i piccoli vagano, oggi la zia, domani la vicina, le mamme degli altri bambini, la tv… Perché gli asili nido sono pochi, i posti disponibili soltanto l’11% per tutti i bimbi di quella fascia d’età, le graduatorie sono spaventose, le domande sempre di più. Avere 0-3 anni in Italia è un mestiere difficile. Soprattutto nelle grandi città, soprattutto nel centro Sud, soprattutto d’inverno quando al parco il sole non c’è, fa freddo e c’è allarme rosso per le polveri sottili.

Loro sono i bambini più piccoli dei piccoli, esigua schiera che sulla popolazione nazionale non raggiunge nemmeno il 5%, quelli che le statistiche definiscono “1 x 4″, ossia un bebè per quattro adulti. Bimbi vezzeggiati e amatissimi quando si tratta di vendere pannolini o baby-food, dimenticati poi nei loro problemi reali nell’Italia dei tagli a servizi, sanità e istruzione. Parliamo di welfare. Parliamo di asili nido, asili aziendali, asili condominiali, ludoteche, tagesmutter, orari flessibili e part time. Ossia tutti quei luoghi, istituzioni o persone che dovrebbero prendersi cura dei bambini 0-3 anni, quando le mamme tornano a lavorare, in attesa che scatti l’ora X della scuola materna. Di tutte quelle reti, integrate e non, che se esistessero, potrebbero permettere alle coppie di fare qualche figlio in più.

Invece quest’anno nonostante gli sforzi di quasi tutte le regioni, il bilancio è ancora negativo: le scuole stanno per iniziare ma l’89% dei piccoli in età da “nido” è rimasto a casa, di ludoteche nemmeno l’ombra, per non parlare di asili condominiali, aziendali, o altri supporti alle famiglie. In molte aree del Sud poi è proprio tutta la fascia dei bambini fino a 5 anni ad essere esclusa dai primi passi della formazione, perché a Bari come a Napoli, a Palermo come Catania, anche le scuole materne (da 3 a 5 anni) sono in affanno, e un buon 20% di potenziali allievi arriverà alle prime classi elementari senza aver frequentato un giorno d’asilo.

Spiega Anna Teselli, ricercatrice del centro studi Ires-Cgil, che nel 2005 aveva effettuato la prima ricognizione sullo stato degli asili nido. “Pochissimo è cambiato, se non la crescita esponenziale delle domande. Il problema è che non si ritiene il nido una esigenza pedagogica, ma soltanto un luogo dove parcheggiare i figli. Un’idea di welfare residualistico, che continua a considerare la famiglia come la vera rete informale di assistenza. Il nido invece è fondamentale per i bimbi di oggi, che spesso sono figli unici, e lì possono socializzare. In tutta Europa i nidi coprono il 90% della domanda delle famiglie, da noi è il 90% dei bimbi a restare a casa…”.

E se alcune regioni come il Lazio hanno migliorato la loro offerta, se Emilia Romagna e Toscana restano oasi felici, c’è un pezzo d’Italia (Calabria, Sicilia) dove molti servizi per l’infanzia hanno addirittura chiuso i battenti. Una situazione che in mancanza di nonni (a loro viene affidato il 54% dei nipotini se i genitori lavorano) può diventare drammatica. A Palermo negli asili nido nemmeno un bambino su 5 riesce ad entrare. I posti disponibili sono 336, ma le candidature sono state 1.856: la maggior parte delle richieste dunque non sarà accolta. A Napoli soltanto 1200 bambini potranno usufruire dei 30 nidi comunali, mentre a Bari il numero dei nidi scende a 5, le scuole materne sono 16, accolgono 1600 bimbi, ma le richieste di ingresso sono tre volte maggiori.

Così accade che nelle zone a rischio, dove le città sono assalite dal degrado, se la scuola è costretta chiudere le iscrizioni, se a casa non c’è nessuno, altro non resta che la strada, il vicolo, la terra di tutti e di nessuno. E le statistiche sulla dispersione scolastica, che in Italia non accenna a diminuire, mostrano che più tardi si entra in contatto con “l’istituzione scuola”, prima si tende ad abbandonarla. Saltare cioè gli anni fondamentali dell’asilo, ma anche quelli del nido, quei primi mille giorni di vita in cui il cervello impara ad imparare, può avere conseguenze sia sull’apprendimento che sulla socializzazione.

E’ proprio sull’aspetto educativo che si sofferma lo psicoterapeuta dell’età evolutiva Federico Bianchi di Castelbianco. “Questo ci dà la misura di quanto sia cambiata la società. Trent’anni fa – spiega – dovevo pregare le mamme di mandare i figli non al nido, figuriamoci, ma addirittura all’asilo, a 4 anni compiuti. Oggi spesso chiedo che tengano con sé il bambino almeno per tutto il primo anno di vita… Il nido è un luogo fondamentale per la socializzazione, ma non prima del compimento dei due anni. Fino a quest’età i piccoli hanno bisogno del loro luogo esclusivo. Il mio pensiero, forse controcorrente, è questo: invece di aumentare il numero degli asili nido, utilizziamo questi fondi per allungare i congedi di maternità. Fino a dodici, quattordici mesi. Per la serenità di tutti, ma soprattutto dei bambini”.

Repubblica 10 settembre 2009

 

6 Risposte per “L'asilo-miraggio”

  1. Paola scrive:

    …serve che dica come la penso? ;-)
    ciao!
    p..

  2. Flavia scrive:

    Come dicevo mi è piaciuto il tuo intervento al mom camp! Ma gli asili ci vogliono comunque, Paola, devono far parte delle opzioni a disposizione. Nel mio caso fortunato ho scelto tata fino ai due anni e mezzo e poi asilo, cominciando con tre ore la mattina, dopo. Ci sono andati con enorme piacere, mai un pianto neanche il primo giorno, e lo sviluppo del loro linguaggio ha fatto un balzo in avanti. I programmi didattici ci vengono spiegati bene e sono buoni. Solo che se non hai le disponibilità economiche per sostenere questo sforzo privatamente, in questo paese, non hai libertà di scelta.. e questo è profondamente ingiusto.
    grazie della visita e torna spesso :)

  3. Paola scrive:

    lascia perdere per un attimo il titolo del mio libro, flavia: i miei figli, lo ripeto se serve, frequentano entrambi il nido, e ho sperimentato di persona i vantaggi di cui parli. ma, come credo anche i tuoi, i miei (in particolare la prima, che ha avuto la fortuna di avermi a casa per un po’) ci sono stati e ci stanno per tre ore al mattino: non per otto, nove o addirittura dodici, magari fino a dimenticarsi che faccia avessi (com’è successo a qualche mia povera collega).
    il punto è sempre fare degli asili un sostegno, non un sostituto della madre e del padre, come purtroppo troppo spesso accade. e il punto è anche investire (investire comunque di più, visto che oggi i soldi per le politiche di conciliazione sono ancora troppo pochi) per sostenere tutte le scelte, non solo quella dei nidi.
    Torno alla mia fantozziana scrivania!
    P

  4. Raperonzolo scrive:

    Vivo in un paese dove è peggio (ma molto peggio) che in Italia. In GB, con un bambino da 0 a 4 anni o la mamma ha uno stipendio da dirigente e riesce a pagare il nido privato (circa 1500 euro al mese per bambino) oppure sta a casa. Non esistono nido pubblici. La maggior parte delle mamme con bambini in età pre-scolare infatti sta a casa.

  5. Flavia scrive:

    mamma mia Rape.. io sono andata via da UK che il grande non aveva ancora due anni quindi non ho sperimentato. come ex-pat l’azienda mi avrebbe pagato le spese per la scuola ma NON quelle del nido…

  6. roro scrive:

    Noi siamo fortunati, perchè in assenza di nonni e non potendo permetterci la tata, abbiamo il nido comunale, dove il piccolo "sta" dalle 8.00 alle 17.00 da quando ha un anno. Dai cinque ai 12 mesi invece al nido faceva il part time, perchè riuscivo a giostrarmi con permessi ed allattamenti. Però uscire alle 17.00 è un problema, ti guardano male, almeno una volta a settimana tocca organizzarsi diversamente (il papà che lavora più lontano esce prima dell’orario stabilito e la mamma sta in ufficio) e comunque non sei adeguata al ruolo. Quanti malesseri e sensi di colpa, nei confronti di mio fiiglio e anche di me stessa, che vengono acuiti dai vari Federichibianchi (con tutto il rispetto). Adesso paradossalmente scatta il vero problema: gli orari delle materne sono 8-16, se va bene qualche parificata fa 8-17.30, mentre l’orario del nido è 7.30/17.45. Quindi, per l’anno prossimo bisognerà necessariamente trovare una tata per qualche ora al giorno, un "estraneo" in più che si prenda cura del nostro tesoro, salvo riuscire a trovare posto in una parificata con orario lungo, non nel comune di residenza, dove il piccolo potrebbe fare amicizia con i bimbi del posto, che tra l’altro troverà alle elementari. L’unica alternativa possibile è non lavorare, ma non ho mai giocato al superenalotto.


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