Gettare le armi

Pubblicato il 16 luglio 2009 da Laura.ddd

Il mio nemico si accanisce contro di me da oltre vent’anni, puntualmente, ogni mese; a volte intensifica le sue visite e viene a perseguitarmi anche ogni giorno, sempre con un ghigno e un vestito diverso. Nonostante lo frequenti da così lungo tempo, mi capita ancora di non riconoscerlo, e di sottovalutarlo.

Il mio nemico ha il potere di fare di me cio’ che vuole: mi rende scostante, insofferente, antipatica, silenziosa, assente. Il mio nemico sa percuotere il mio viso fino a renderlo incapace di qualsiasi espressione di dolcezza, e di gioia. Mi tiene prigioniera per ore in una stanza; è stato capace, a volte, di farmi desiderare la morte.

Il mio nemico mi accompagna nei momenti belli o difficili della mia vita, che mai mi ha lasciato sola ad affrontare. Non è mancato agli esami: se non arrivava in tempo, poi passava a salutarmi. E’ al mio fianco in ogni viaggio e non mi lascia sola negli incontri piu’ o meno importanti. Era con me la vigilia del mio matrimonio, era con me i giorni successivi alla nascita dei miei bambini, è venuto a torturarmi nelle interminabili ore in cui la Piccola veniva operata.

Il mio nemico si nasconde dietro a un nome falsamente banale; un nome che molti invocano a mo’ di scusa per togliersi d’impiccio nelle piu’ disparate situazioni. Il mio nemico si fa chiamare MaldiTesta (MdT, per i piu’ intimi): per chi non lo conoscesse , un chiodo, piu’ o meno grande, piu’ o meno conficcato nei punti che piu’ o meno gradisce, piu’ o meno martellato da non sai quale invisibile mano.

Col mio nemico sono sempre stata in guerra. Prima con armi leggere, poi con l’artiglieria pesante.

La guerra, contro di lui, non ha funzionato: piu’ io combattevo armata, piu’ lui diventava forte.

Talmente forte da condurmi a pensare di essere un donna a metà, una persona non in grado di lavorare, di vivere di relazioni, una mamma malata e depressa di un primo figlio destinato a rimanere unico.

Ho smesso di cercare armi; ho iniziato a cercare soluzioni di pacifica convivenza; ho smesso di guardare il nemico come “altro da me” , l’ho osservato e ho osservato me stessa, ho provato pian piano a liberarmi da quelle tensioni, da quelle aspettative, da quella rabbia che rendevano MdT cosi’ forte e potente. Ho chiesto aiuto, tante volte. E aiuto ho trovato.

Ho gettato le armi pesanti. Lui certo non si è arreso, ma mi ha concesso una tregua. Ha lasciato che venisse il coraggio di voler essere una donna che lavora, che vive di relazioni, mamma felice di due attesi bambini.

Una pacifica convivenza è ancora lontana, ma questo post, stasera, lo abbiamo scritto insieme, MdT e io.

 

5 Risposte per “Gettare le armi”

  1. Rita scrive:

    Non puoi immaginare quanto ti capisca, anche io ho il tuo stesso nemico, ormai mi perseguita da tantissimi anni, diciamo che mi sono rassegnata a convivere con lui, cerco di "domarlo" ma è impossibile "dominarlo". Quando sento che sta arrivando prendo una pillola potente (ovviamente prescritta dallo specialista), se posso mi metto a letto e incrocio le dita sperando che passi, ma non sempre sono così fortunata….

  2. pontitibetani scrive:

    beh. grazie. è una bella lettura di un nemico comune. e grazie per il suggerimento…
    monica

  3. Kay scrive:

    Ti capisco.. e condivido pienamente.. un nemico difficile da sconfiggere.. l’unica cosa da fare e cercare di conviverci il meglio possibile..

  4. vivianella scrive:

    Il Dolore a tempo indeterminato.
    Il Dolore fisico porta al Dolore psichico, così come il Dolore psichico porta a quello fisico. Non c’è separazione ! Chi ci vive accanto nel tempo reagisce nello stesso modo. Fugge o rimane. Se rimane ne viene interamente coinvolto e solo un grande generoso amore può continuare a fargli sopportare impotentemete il viaggio infelice dell’altro, condizionando la propria esistenza.
    Tanti sono i momenti in cui penso soltanto al mio corpo infelice in preda al Dio possente. Lo spirito e la mente vigile rimangono ostinatamente rivolti verso il corpo. Seduta sul letto immobilizzata con la testa pietosamente appoggiata ad un cuscino cerco, come un animale ferito in gabbia, vie di fuga. Come un tossico mi inietto ed ingoio di tutto, aspettando solo requiem. Ho orrore di questo vivere, orrore di questa “COSA” che omogeneizza i miei pensieri, mi toglie linfa vitale, mi costringe all’isolamento sensa poter guardare e sentire, anche il pensare mi provoca dolore. Desiderio disperato di liberazione e insieme essere del tutto indifferenti alla vita stessa. Certe crisi sono così spaventose che assomigliano ad una agonia , ad un esercizio alla morte. Ogni crisi mi distrugge qualcosa nel cervello, nel corpo e nell’anima e sembra voler affrettare il momento finale. Come se la morte si fosse già installata dentro di me. Altre volte penso che sia una nevrosi, una forma di ipocondria, che sia solo un fatto organico o solo un prepotente demone vendicativo che dimora nella mia mente cercando di distruggermi lentamente. “ La nevrosi è un pastcheur di genio” scriveva Prust ( che soffriva di questo male). La nevrosi inganna il malato e il medico sapendo contraffare tutti i sintomi. “ Le ansie, le angoscie, la difficoltà a rapportarsi con la vita che si trasformano nel male diventano la celebrazione nevrotica dell’angoscia archetipa della mia vita . Il bacio negato dalla madre, il bacio negato dalla vita. Il dolore diventa uno sfogo che libera dalle responsabilità dell’incapacità di lottare. Alla fine la malattia ti domina e non puoi fare altro che obbedirle” P.Citati da la Colomba Pugnalata. Questa problematica è una realtà di cui milioni di persone soffrono ma è una malattia che non risulta nelle RM o Tac ecc.Non è visibile, non è un virus, non è un tumore. Ma quel che è peggio è che molti medici ritengono i soggetti malati cronici di cefalea invalidante dei grandi mistificatori e di conseguenza da curare unicamente con forti psicofarmaci e ansiolitici a dosi massiccie. Questo diventa un’altra dipendenza e un’altra vergogna da nascondere ! Ci inventiamo scuse incredibili per giustificare le nostre assenze alla normale partecipazione della vita sociale. Perdiamo il lavoro ed anche l’amore. Ma un ultima cosa voglio aggiungere, quando il dolore passa lasciandomi stordita, dopo qualche ora dimentico tutto e come in un film di Ridolini recupero ed accellero tutti i miei impegni cercando di recuperare il tempo perduto e rialzo la testa a nuove speranze! Il cielo si illumina ed i colori , i rumori, le voci allegre mi riavvolgono , prendo la bici e pedalo via facendomi scompigliare i capelli e la testa dal vento fresco e ristoratore! E poi aspetto………………

  5. Flavia scrive:

    mamma mia, quest’ultimo commento di Vivianella mi ha scaraventato in un buio atroce. Menomale che la conclusione apre uno spiraglio e una speranza…: “quando passa”


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