Come si cambia

Pubblicato il 24 luglio 2009 da Ondaluna

Di cambiamenti in questi mesi di gravidanza ce ne sono stati tanti. E non solo fisici. Me ne accorgo soprattutto pensando a come scrivo questo Diario, a come sono entrata in relazione con un mondo a me prima sconosciuto, alle persone che ho incontrato su questa strada, e a com’ero quando ho iniziato, a cosa volevo gridare, cosa avevo da dire, quali erano i miei intenti “narrativi”.
Molta rabbia è andata via. All’inizio ero proprio arrabbiata contro questa gravidanza, e piangevo, piangevo molto, e non trovavo nessuno disposto ad ascoltarmi e darmi un pò di considerazione, cadevo ocntinuamente in luoghi comuni, perché “la gravidanza è bella sempre e comunque”, perché “come, non sei felice?”, perché “i bambini portano sempre gioia”, perché “cosa dovevi aspettare ancora per fare un figlio?”, e tante altre cose dentro cui la mia sofferenza non riusciva ad entrare. E ne restava fuori. Però c’era.
Inutile dire che essere arrabbiata mi è servito. I bambini portano sempre gioia, è vero, ma non solo quella. A me questa gravidanza ha portato tanto dolore, un dolore che mi serviva, un dolore che mi ha fatto scoprire cose che sarebbero altrimenti rimaste sconosciute. Mi ha dato forza, mi ha fatto crescere. E nonostante quello che sto scrivendo, non ne sono né fiera, né felice. E’ capitato, e basta. E’ capitato perché così doveva essere, perché da qualche parte era scritto che io conoscessi alcuni aspetti del vivere attraverso questa sofferenza che è stata “stare con” vissuti per me tanto, forse troppo, difficili. E so per certo che non ho ancora finito di imparare. No, non è che sto pensando soltanto al fatto che le difficoltà non sono finite, ma penso che questa gravidanza per me è stato l’inizio. L’inizio di un percorso in cui di cose da imparare per me ce ne sono tante, e non solo l’essere madre. L’essere donna, l’essere figlia, l’essere compagna, amica, professionista. L’Essere.
E non è che dire che questa gravidanza mi ha portato dolore mi fa pensare che sia colpa di mia figlia: lei ne è fuori, è solo “capitata” in quello spazio tra la terra e il cielo della mia esistenza, come una stella cometa che si poggia su un angolo di blu e lascia il suo disegno come un ricamo. Non la odio. Non le dò colpe. Non la ringrazio nemmeno per quello che ho vissuto finora, forse non ancora, ma la riconosco come parte di quello che mi sta accadendo. E nello stesso tempo come qualcosa che ne è fuori nella misura in cui la vita che le dò è sua, è altro-da-me, e mai vorrei che ne rimanesse insanamente legata come interfaccia necessaria a completarmi.
Sono spesso in ansia per quello che mi accadrà, in questi ultimi giorni. A volte penso di essere prossima a partorire, altre volte temo e mi ripeto che non è ancora lontanamente cominciato niente di quello che mi aspetto accada perché mia figlia venga al mondo da dentro di me. Se banalmente così si può dire, ho paura di ciò che devo fisicamente fare, farla uscire. Ho paura della trasformazione fisica (il resto verrà dopo) a cui andrò incontro in quel lasso di tempo che è il parto. Ci scherzo sempre su questa parola, “parto”. Dico spesso quest’anno io non parto, ma parto.
Mi racconta mia madre che l’unico insegnamento che mia nonna le diede sul parto è stato “partorire è come partire: andare all’altro mondo e poi tornare”. Ammetto che deve aver avuto una gran paura a sentirsi dire questa cosa, eppure mi stupisce come non si sia fatta spaventare, né dall’idea di fare figli, né da quella di affrontare il parto. Ci dev’essere stato dell’altro, che è passato attraverso altri canali, o deve averlo preso, mia madre, da un “posto” che non fossero le parole di mia nonna.
So che quel lasso di tempo in cui partirò e poi tornerò ha una durata limitata, ha una fine, devo solo (si fa per dire) attraversarla e finirla. Ma purtroppo l’idea che continuano a farmi passare e a ripetermi, che “tanto partoriscono tutte le donne del mondo”, non solo non mi aiuta, ma mi irrita. Non è detto che tutte ci riescono e posso farlo anch’io, e non tutte ci riescono nello stesso modo, e penso che ancora tante, troppe donne non dicono tutto quello che c’è da dire sul loro parto. Dicono siano gli ormoni. Credo piuttosto che sia un’esperienza talmente forte da non avere spesso parole, o spazio per essere raccontate.
Ultimamente dormire è difficile, e le mie notti sono tormentate da incubi relativi al parto, accompagnati da dolori più o meno coscienti e consapevoli che vengono dal mio utero, che talvolta mi svegliano, talvolta no, e restano a galleggiare tra il mio corpo e la mia mente, senza una precisa elaborazione.
L’attesa è estenuante come quella di un condannato. A volte l’adrenalina mi prende, e mi fa venir voglia di farla finita, di mettermi a correre come un kamikaze, e andare incontro al mio destino per non attendere oltre. Eppure quest’attesa fa parte dell’attesa, è inclusa nel pacchetto “fare un figlio”. A volte invece ho paura, e vorrei poter postergare questo momento all’infinito, anzi, vorrei non affrontarlo proprio; ma basta poco, un minimo movimento difficoltoso di un corpo che sempre più odio nella sua impossibilità di fare tutto, e questa voglia passa in fretta.
Penso che il “pronti partenza via” sarà una bella scarica di adrenalina: mi immagino che quando inizierà il travaglio avrò paura. Nonostante tutto, però, questa paura la vedo come una cosa che serve. Poi, come mio solito, recupererò qualche risorsa, o almeno questo è quello che mi auguro, fidandomi anche del fatto che in questo la natura fa il suo corso e dona energie laddove nemmeno te le aspetti.
Ho paura dello sconforto. So che ad un certo punto, per stanchezza, è un pò fisiologico, ma ho paura di arrivare a quel limite e non sapere tornare indietro, e recuperare.
So di parlare da chi questa epserienza non la conosce, ma ho paura del dolore, quello del dopo: ho paura di confrontarmi con un lungo vissuto di debolezza e “malattia” post-partum, in un momento in cui invece ho una gran voglia di riprendermi tutte le mie capacità fisiche e di tornare a stare BENE come non sto da non so quanto tempo.
Ho paura di come tornerò alla mia vita lavorativa: questa gravidanza l’ha riempita di incertezze, e sarà un bel trauma recuperare le redini. Ma questo è ancora troppo oltre, e non vale la pena pensarci adesso, anche se quando fugacemente il pensiero lo sfiora, mi tremano le ossa.
Rifletto sul fatto che ho tante paure, e pochi pensieri che invece mi consolano. Penso che da una parte sia normale: vado incontro a qualcosa che non conosco, e di solito è una cosa che non si fa esattamente a cuor leggero.
Se di vaneggiare mi è concesso, mi piacerebbe pensare che dalla nascita in poi inizi qualcosa di diverso che somigli ad un breve periodo di vacanza: MisterG a casa con me, io che piano piano mi riprendo il mio corpo, conoscere la nostra nuova compagna di vita, cose così.
Poi la vita riprenderà i suoi ritmi, aggiungendo il nuovo stress alle vecchie faticose routine, e tutto si dovrà riadattare non senza fatica.
La verità? E’ che sono stanca. Ed ho una gran voglia che tutto finisca: ho una grande grandissima voglia di essere felice.

3 Risposte per “Come si cambia”

  1. ondaluna scrive:

    Mi affido alla vostra pazienza di bravi lettori nel pubblicare un pò più rapidamente gli ultimi articolli del mio diario. Chi mi segue quotidianamente leggerà di più, chi si collega di tanto in tanto se vorrà potrà fare "un’abbuffata di letture", ma nel frattempo il mio counter scorre, e non voglio lasciare niente di arretrato…

    Ringrazio TUTTE voi per quello che state facendo per me, in particolare Silvietta, Caia, Renata, che mi scrivono anche in privato, per il sostegno che mi stanno dando in questi giorni difficili.

    Grazie anche ad Isa e Chiara, e alle loro parole di incoraggiamento.

    Siamo alla fine. Per me, e per voi che mi seguite da tanto…

  2. Loredana scrive:

    Ciao. Mi sembra di ri-leggermi. dentro negli abissi dei miei pessimi umori e dei miei pensieri quasi mai adatti ad essere svelati.
    Asia nascerà a settembre. Ho tante paure anch’io.

    Buona fortuna.
    Ti auguro di riprenderti presto la tua vita

  3. ondaluna scrive:

    Ciao Loredana. Se vuoi parlare delle tue paure scrivimi pure. In questigiorni sono molto stanca, ma credo, forse col mio tempo, di poterti rispondere. Ti aspetto.


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