Al "limite"

Pubblicato il 17 luglio 2009 da Ondaluna

Sdraiata a letto con il climatizzatore puntato contro, cerco di resistere ai 40 gradi di oggi. Ho i piedi come due ciambelle e la connessione wireless che il prodigo MisterG mi ha installato in previsione dei giorni più duri. Cuscini dappertutto e posizione scomodissima. Fa caldo. Così caldo che forse mi si bollisce la bimba nella pancia.
Un pò mi dispiace un pò mi serve lamentarmi di quello che sto attraversando. E’ un periodo strano, pieno di ansie che appaiono-scompaiono all’improvviso, come il dubbio se si sta muovendo oppure no, la voglia che non si muova affatto, la paura che non si muova più, e tante altre contraddizioni. I dolori aumentano.
Il mio pensiero ricorrente è che questa parte della gravidanza è -mi si lasci passare il termine- disumana. Nel senso che nella perdita dell’autosufficienza fisica che via via sperimento, sento l’affievolirsi di quella dignità umana che ti consente di prenderti autonomamente cura del tuo corpo e dei tuoi bisogni primari, intimi ma fondamentali, che piano piano comincio a non riuscire a fare. Comprendo in modo completamete diverso, ora, la malattia, l’invalidità: penso a mio padre e a quanto soffriva nel sentirsi dipendente dagli altri. Per chi accudisce è normale, non c’è niente di brutto se si fa con amore, ma per chi lo riceve è una costatazione del limite da una prospettiva completamente diversa.
La gravidanza non è una malattia. Ma oggi percepisco questa frase in modo completamente differente: la malattia non ha una fine certa, si cura con le terapie, la gravidanza è una cosa che ha uno scopo ben preciso e che spesso si conclude con un momento di gioia, e ha un substrato organico e ormonale che ti aiuta ad affrontare, superare, e dimenticare tutto questo. E a riprenderti. La gravidanza finisce, e lo sai. Finisce e ti rimette in piedi come prima, nella maggior parte dei casi. Questo pensiero dà speranza, sai che è a termine e ha uno scopo, ti aiuta a sopportare.
Ma oggi, devo dire, non toglie intensità alla difficoltà che vivo in questi ultimi momenti di pancione. Che non ha niente a che fare coi vissuti dell’inizio, del durante, con lo spazio mentale o lo stravolgimento di vita. E’ una condizione specifica di adesso, che ha a che fare solo col corpo e coi vissuti di difficoltà e di limitazione.
Non ha niente a che fare con i miei sentimenti di madre, col bene che posso volere a mia figlia, col desiderio che posso avere di vederla, con la fiducia sulle mie capacità genitoriali, con niente di tutto questo. E’ solo una triste e sconfortante sensazione del limite.
C’è chi dice che bisogna credere che i limiti possono diventare risorse, e che come due facce della stessa medaglia camminino insieme. Forse la risorsa è diventare madre? Non saprei rispondere, direi che vedo quello come un compito prossimo, ad uno step successivo.
Immagino però che ogni cosa in gravidanza ti serva a prepararti, e che questo periodo finale, così diverso da tutti gli altri giorni che finora sono volati via velocemente, deve avere un suo senso ed un suo scopo. Tutto il mio ottimismo e la mia buona volontà si concentra sull’avere fede in questa ieda, ma la sofferenza c’è, c’è tutta, e resta.
Mi sento come se qualcosa mi dicesse “fermati, non muoverti, ora devi trasformarti radicalmente (ed in un modo che magari non è proprio bello), devi mutare la tua forma umana e diventare qualcos’altro, aprire i tuoi confini corporei -e mentali- per permettere ad un altra creatura di uscire dal tuo corpo per prendere il suo posto nel mondo”.Pare una cosa da niente, la chiamano “naturale”, ma a me -ancora- mi sa di fantascienza.
Mi avvicino “al limite/confine”: del mio corpo, della mia gravidanza, di un percorso. Se il senso di tutto questo è che si avvicina la conclusione, sono così vicina ad aprire ciò che contiene per lasciare andare, sono così vicina a toccarti, bambina.

3 Risposte per “Al "limite"”

  1. ondaluna scrive:

    Eccovi le mie riflessioni di appena 15 giorni fa, e già mi sembra passato un secolo.

  2. Laura scrive:

    cara Ondaluna, ormai sai bene quanto ti capisco; percio’, permettimi una provocazione: tra pochissimo avrai tra le mani la tua bambina: lei non avrà nessuna possibilità di "prendersi cura autonomamente cura del suo corpo e dei suoi bisogni primari", lei dipenderà completamente da te e dalle altre persone che ne avranno cura. Non per questo la sua dignità umana sarà meno integra, non credi?

  3. ondaluna scrive:

    Cara Laura, con la stessa schiettezza permettimi di risponderti: un neonato non può in alcun modo provvedere da solo ai propri bisogni, un adulto invece si. Il problema della dignità o dell’integrità per lui non si pone, perché è un’autonomia che si acquisisce crescendo.
    Premesso questo, credo che certe condizioni di disagio non siano facili da vivere, e la mia fortuna è che, come ho scritto, non si tratta di una malattia, ma di una situazione temporanea. Sottolineo, inoltre, che credo fermamente che persino da questa situazione di difficoltà, per quanto dolorosa, sto imparando tantissimo, e non penso che sia vana. Tutto, persino questo disagio, ha un senso ed uno scopo…


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