in difesa o indifesa?

Pubblicato il 16 giugno 2009 da pontitibetani

 

Riprendo una antica riflessione condivisa con Flavia e Piattini alcuni mesi fa … e la rilancio come provoc-azione. Ed è per questo che non vorrei nessuno se ne sentisse troppo infastidita/o.

E’ un retaggio culturale cattolico che tutti portiamo dietro, volenti o nolenti, che ci espone a fare pace con il nemico.

Ma fare pace è proprio quello che occorre? Un nemico che è fisico, esterno, che minaccia ed attacca, o offende, o perseguita.

Perchè fare proprio pace? Forse la pace la possiamo fare con noi stessi, e forse un vero nemico va trattato per ciò che è ed intende rappresentare, una alterità che tenta di attaccare e schiacciarci.

(tenete il filo della provocazione)

Ma allora cosa facciamo con ‘sto nemico? Lascio qui la testimonianza di alcune strategie che mi porto dietro grazie alla frequentazione di un corso che coniuga alcune tecniche di arte marziale (kung fu) e la riflessione sul senso che ha il concetto di difesa. Per alcune arti marziali il combattimento è in realtà evitare proprio i colpi dell’avversario senza arrivare mai alla “distruzione” dell’altro. Insomma, detto volgarmente, è un modo per evitare di prenderle, ma …

Prendiamo questo “bel nemico”, con il suo intento evidente di “mazzuolarci”, anche solo psicologicamente, un ex marito è perfetto.

1. fuggire come la peste la situazione in cui lui ci sta cacciando, per infilarci in una lite senza fine, consapevoli che non possiamo fare altro

2. se siamo in grado. risponder per le rime, e attivare un bel macello ….

3. se siamo in grado, spostare il piano della discussione, su un livello meno conflittuale, più operativo, più costruttivo, meno emotivo …. è forse il concetto più evoluto e simile al fare pace: è ilcostruire una strategia evolutiva di risoluzione del conflitto.

4. svicolare elegantemente dalla situazione di scontro, evitarla, solo perchè non si ha voglia di stare su quel piano relazionale lì. (cosa ben diversa dalla fuga…)

Ecco che fare la pace si complessifica e rivela scenari ulteriori: noi siamo anche capaci di difesa verso quel nemico e ci possiamo giocare una quantità di ruoli e possibiltà maggiori; il che restituisce ad entrambe un ruolo più evoluto rispetto al perdonare, obbligando a scegliere un rapporto più evoluto …

 

 

4 Risposte per “in difesa o indifesa?”

  1. Flavia scrive:

    bene, ci dimostri che il significato di pace e perdono non è uno solo come vorrebbero farci credere. mi piace quella di spostare il piano, (piattini direbbe "sliding under the table") è una buona tecnica di gestione del conflitto, nonchè una buona negotiation skill, e quindi anche una strategia di…vendita.solo quando le due parti superano le prese di posizione inflessibili e vanno insieme a fondo di cosa c’è dietro, cosa vogliono veramente, si può trovare un terreno di accordo. per fare questo bisogna sapere parlare e ascoltare, e per saper parlare e ascoltare occorre empatia…

  2. Lisa Gaspari scrive:

    bello questo post!!! perdonare veramente in effetti è molto difficile, fare pace è spesso una cosa completamente diversa… e poi dipende anche da chi ti trovi di fronte, a volte ti dici che non vale la pena litigare, vuoi perchè si tratta di cose da poco, vuoi perchè la persona che ti sta di fronte non è poi così importante per te… e allora lasci perdere, passi oltre, ma ciò non vuole assolutamente dire che hai perdonato…

  3. pontitibetani scrive:

    ecco che mi aiutate a chiarire meglio la mia riflessione.
    e quindi a complessificare e di conseguenza ad aumentae le possibilità di risposta:
    allora ci troviamo di fronte la possibilità di fare pace, cioè di proporre al nemico (in obama’s style) a tender la mano al nemico … ma notate questa cosa: obama tende la mano da due condizioni ben precise, sta ben lontano dal nemico (spazialmente, fisicamente, emotivamente) e possiede una forza interiore che gli viene da se stesso e dall’avere l’appoggio di tutti gli stati uniti.
    il che farebbe pensare che alle volte offrire la mano per fare pace richieda paradossalmente una forza e una sicurezza notevoli …
    ma questo atteggiamento contiene una altra dimensione, che ho già accennato, quella che invita – in situazione di conflitto – al tentare di spostare il piano della comunicazione e della relazione dal conflitto ad altro … per esempio al dialogo.
    Il perdono, in questa prospettiva non saprei dove collocarlo, sinceramente; perchè condivido quanto dice lisa, quando accenna che svicolare da una situazione, perchè non vale la pena di ostinarsi con qualcuno che si ostina e basta. In effetti ciò non coincide con il perdono.
    Il perdono forse poi appartiene ad una categoria morale che non è direttamente necessaria alla pace, intesa come soluzione di un conflitto.
    magari più che al perdono potremmo cominciare ad ragionare sull’accettazione dell’esistenza di differenze, che devono trovare modelli complessi di convivenza…

    la metafora del marketing, per come, tu, flavia, la stai esponendo diventa sempre più una chiave di lettura interessante e peraltro che mi fa pensare che tra le varie "disclipine" del vivere umano vi siano dei fondamentali che si collegano …

  4. pontitibetani scrive:

    aggiungo questo, nel paradigma formativo che accennavo nel mio post iniziale, il conflitto diretto con l’altro va "accettato" (non cercato) solo se ovviamente si possiedono le energie sufficienti, e in ogni caso è sempre l’estrema ratio. Anche perchè in ogni conflitto bellico o affettivo ci sono sempre i danni collaterali…


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