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Il senso buono della solitudine

Pubblicato il 26 giugno 2009 da Flavia

Pezzetto aderisce con entusiasmo a tutte le attività, manuali, musicali, sportive. Conosce bene la differenza tra il tempo del gioco e quello in cui ci si ferma per ascoltare ed imparare. Ha il senso delle regole e spesso le ricorda agli altri. Per quanto riguarda “lo sviluppo emotivo e sociale”, leggo che “spesso disturba gli altri bambini come mezzo per ottenere attenzione, dovrebbe imparare ad usare altri modi per fare amicizia” (insomma, un rompipalle). E infine una noticina che mi fa riflettere: “non ha amici “speciali” per lui, e spesso gioca da solo”. Solletica la mia curiosità, questa osservazione; c’è un po’ di orgoglio (per me saper stare da soli è segno di maturità), ma allo stesso tempo solleva qualche interrogativo. Quale lato della medaglia guardare? Quello positivo (l’autosufficienza), o quello negativo (non gli interessa creare dei rapporti più profondi? è un po’ asociale?)

C’entro qualcosa io? Ecco il momento della verità, eccomi alle prese con la bestiaccia più  feroce ovvero l’autocritica delle madri. Ma certo che c’entro, con quel mio mettere sempre una distanza di libertà tra me e lui, col mio camminare sempre un po’ avanti o un po’ indietro quando usciamo, col mio rifiuto della maternità simbiotica. Allora prendo un libro familiare , di quelli che si apprezzano di più col tempo, rileggendo lentamente, e vado a ritrovare i brani che mi sono piaciuti di più.

- Avvolti, nei primi mesi, in una mescolanza che (..) non conosce separazione. Il percorso per poi recuperare la propria interezza, e permetterla al figlio, attiverà vissuti potenti che avrebbero bisogno di una maggiore comprensione e appoggio nel mondo esterno. Ciò che viene sostenuta, invece, nella maternità, è di solito la parte “fusionale”, quella della madre che “non può più fare a meno” del bambino. (..) Solo così, secondo ciò che pensano in tanti – troppi – si è delle “buone madri”. Ma non è questa un’incessante illusione che richiederebbe una trasformazione?

- si sarà stanchi, molto stanchi a volte, ma si farà fatica a dirlo perchè vige la legge del materno, per cui in quel tipo di amore ogni fatica è ripagata dalla gioia del bambino. In un rapporto di annullamento della fatica da parte della gioia, come se l’equilibrio reciproco non contenesse separazione e confini. Perchè non immaginare il reparto gioia e il reparto fatica? Niente da fare. Devono stare uniti in modo tale che la gioia possa assorbire la fatica. Anche loro in simbiosi.

- Senza esserne consapevoli, le madri che mantengono per tutta la vita un atteggiamento iperprotettivo sono quelle che temono le difficoltà della vita, loro e del figlio. Ma lo chiamano amore materno. E insegnano ai figli a costruire relazioni non sul piacere di stare insieme, ma sul bisogno di stare insieme. (..) Creiamo con i nostri figli rapporti viscerali totalizzanti. Spesso è ciò che abbiamo appreso: una catena con anelli simili a tenaglie. Sono difficili da spezzare. E contribuiscono ad avvolgere la maternità in un territorio greve di nebbie, nel quale non si riesce più a distinguere ciò che è vero da ciò che è inventato, dove una luce abbagliante e artificiale vieta alle parti oscure il diritto di esserci e le colloca nel territorio dei tabù, dove la solitudine delle madri non ha i colori lievi di quando è scelta, ma le fauci inquietanti di quella subita. Il sacro istituto della maternità è profondamente malato, ha bisogno di cure: la più urgente è quella di alleggerirlo da quell’aura di sacralità.

Io oggi voglio ringraziare Marilde per aver dato simili parole (queste sono solo un assaggio, ne userò spesso anche altre) ai sentimenti che mi porto appresso da una vita, e a cui la maternità, intesa come responsabilità della crescita di un cucciolo d’uomo, sta dando una nuova luce e un nuovo senso. L’amore frutto di libertà, non l’amore sacro/simbiotico, che impone un peso che non si può sostenere, e debiti impossibili da ripagare. La solitudine è lieve quando è scelta. A me l’immagine di questo bambino che partecipa a tutto, comunica con tutti, ma che non “dipende” da qualcuno e soprattutto sa prendersi e godersi i suoi spazi, piace. Eccome se mi piace.

 

9 Risposte per “Il senso buono della solitudine”

  1. marilde scrive:

    Grazie Flavia, e direi che le tue parole "con quel mio mettere sempre una distanza di libertà tra me e lui" sono una sintesi perfetta di ciò che penso debba essere l’esperienza della maternità. Amare l’altro, lasciandolo libero, è molto più difficile che amarlo nutrendosi della sua vita. Ma è più sano per tutti. Certo che un figlio ci nutre anche, questo accade in tanti rapporti. Ma quando un figlio è l’unica cosa che ci nutre, mentre ci mettiamo l’aureola delle buone madri, in realtà lo stiamo divorando. (ma qua nei blog non mi pare che l’aureola sia molto gettonata, per fortuna…)

  2. piattinicinesi scrive:

    ma che lo fai apposta? è tutto oggi che rifletto sul concetto di amicizia, di stare insieme, di amici per i miei figli, ora che stanno entrando (specialmente il primo) nella fase del sociale.
    l’abitudine a stare soli, importantissima.
    e il far crescere i figli a modo loro, sulla loro strada (un po’ avanti e un po’ indietro, che bella metafora) è essenziale
    ma da mamma con figli più grandi noto anche quanto di loro sia connaturato, indipendentemente da quello che siamo noi come madri.
    quanto loro prendono di noi comunque, geneticamente e nel loro tentativo di assomigliarci. assomigliare a quello che vedono, non a quello che vediamo noi di noi stesse.
    insomma secondo me vedere i nostri figli crescere e muoversi nella socialità è un bell’insegnamento anche per noi.

  3. Mamma Cattiva scrive:

    Io ci provo a commentare meno se no vengo tacciata di presenzialismo ma qui esageri!! Non è mica giusto che scrivi queste cose in cui mi specchio con tale immenso piacere! Uffa. Basta. Scrivi ogni tanto delle banalità! :)

  4. Flavia scrive:

    @ Marilde grazie a te, e comunque l’aureola è sempre una tentazione potente, anche quando si è dissacranti bisogna stare in guardia :)
    @ Piattins, sì, è bellissimo vederli crescere imparando allo stesso tempo delle cose, per esempio come ci vedono loro rispetto a come ci vediamo noi. non so se sono già pronta per questo choc…
    @ mammacattivaesuperimpegnata, buona questa che commenti meno per non fare presenzialismo :) comunque se mi dai qualche argomento tipico da rumori di sottofondo, ci proviamo volentieri a fare la fiera delle banalità : potrebbe essere un nuovo lancio per piattini…

  5. Raperonzolo scrive:

    Bella questa riflessione, la sposo in pieno :-)

  6. M di MS scrive:

    Per me con il primo figlio è stato uno shock che lui NON mi volesse! Alla faccia della simbiosi: fin dai primi giorni non si attaccava e non voleva coccole da me, al massimo e non sempre dal papà.
    Alla fine penso che non sia stato nemmeno così male, da sempre lo spingo a guardarsi intorno, ma vedo in lui anche autonomia nel gioco. Oggi mi cerca molto di più ed essendo cresciuto lo scambio mi appaga moltissimo.

  7. Chiara 2 scrive:

    Sulla solitudine, essendo figlia unica ed essendo stata single convintissima per 4 anni prima di incontrare Luca e volere una famiglia con lui, ho riflettuto spesso. Sulla mia, che oggi si rispecchia in Ettore.
    Quando ero single, mi dicevo nei momenti tristi che la solitudine è il prezzo da pagare per la libertà. Mio figlio, 17 mesi tra qualche giorno, l’ha già capito: quando vuole fare qualcosa senza essere fermato, elude la mia attenzione (cosa facilissima, del resto) e fa quello che deve, spesso in un’altra stanza o sulla scala. Spesso me ne accorgo in tempo per fermarlo, ma faccio finta di niente.
    Pensando che Amelia non mi perdeva di vista neanche per un istante, mi stupisco tantissimo. Ancora di più se penso che Ettore, tra i due, è quello col maggiore istinto per i rapporti sociali. Significherà qualcosa? Non lo so, è solo una riflessione così.

  8. morena scrive:

    Proprio oggi ho postato sul mio blog una riflessione su un momento particolare della vita di mio figlio (la fine del triennio del nido) che a tradimento si è rivelato un momento tragico anche della mia di vita.
    Anche io sono legata al modello di mamma-che-lascia-libera-la-prole. Non credo (me lo dirà poi mio figlio fra un pò di anni) di essere una iper-protettiva o iper-controllante. Esempi.
    Mi piace quando mio figlio se ne va dai nonni, perchè faccio del bene a lui, a me e ai nonni. Al parchetto tendo a lasciarlo da solo a giocare, vigilando a distanza e mi diverte vederlo interagire, perchè conosco sempre di più una persona che si evolve con grinta. La cena la decidiamo insieme, lui ha lo stesso potere mio e del padre (ok…scelte guidate, ma ha voce in capitolo).
    Insomma, un’equilibrata gestione di istinto/razionalità/attitudini…
    ma oggi mi sono resa conto, e ribadisco a tradimento, che il mio nanerottolo è un ometto, che una fase della sua vita si è conclusa, che ciò che fino a stamattina era routine adesso è passato. Posto che a lui non potrebbe fregargliene di meno, cosa mi turbava allora? Bè, che non voglio che cresca. Una doccia fredda. Io donna/mamma/lavoratriceincarriera arenata in codesto atavico egoismo? Sì…e ho pure pianto.
    Ergo: mi riconosco in toto in quanto è scritto nel post sopra, e con sudato orgoglio, perchè ho patito il raggiungimento di questa sorta di liberazione ("ma come non ti piace allattare?", "ma in che senso a volte vorresti tornare indietro e non avere figli?Sei sicura?"), ma nonostante ciò, succedono sbilanciamenti come quello di oggi che mi turbano, e parecchio davvero, ma che mi fanno toccare le profondità del mio essere mamma, acque scure o chiare che siano, a discrezione.

  9. Flavia scrive:

    @M di MS, è proprio la dimostrazione che ogni bambino fa un percorso a sè!
    @ Chiara, Ettore è un furbacchione e la "solitudine" in quel caso è un mezzo per raggiungere i suoi fini :)
    CIAO Morena, è un piacere darti il benvenuto qui. In bocca al lupo al tuo blog! Penso che a volte noi mamme moderne siamo quasi ipercerebrali e quindi su una reazione puramente emotiva come quella di un passaggio, di un cambiamento, ci sconvolgiamo facilmente. A volte dobbiamo accettare la nostra emotività senza provare per forza a spiegarla, limitarla, costringerla…non è un’ombra, è una bella parte di noi che va vissuta pienamente. e’ un discorso che faccio prima di tutto a me stessa, eh.


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