Corso pre-parto, seconda puntata

Pubblicato il 15 giugno 2009 da Ondaluna

E’ con un pò di ritardo che racconto della nostra seconda avventura in ospedale: il giorno stesso siamo partiti per lavoro e siamo stati via qualche giorno.
Della nostra “seconda puntata”, che riporto per dovere di cronaca, per tutte coloro che come me prima di frequentarlo si sono chieste cosa è un corso pre-parto, non ho poi molto da dire se non che la lezione dell’ostetrica, un’altra persona rispetto alla volta scorsa, è stata interessante: per essere arrivati con qualche minuto di ritardo mi sono persa la descrizione di un gancio con cui viene praticata la rottura delle membrane nel caso in cui questo sia necessario (se non si sono rotte spontaneamente, se c’è un’induzione di parto, etc). Nel contempo, l’argomento verteva sul travaglio, come si ricnosce quando inizia, quali tecniche sono necessarie per indurlo medicalmente (cosa che temo moltissimo).
Sono arrivata in ospedale canticchiando, quella mattina, di buonumore, per andare via nervosa come raramente mi capita.
Confusione, tanta, per informazioni che non mi convincono, che mi spaventano, come il fatto che l’epidurale mi costringerà all’immobilità assoluta, e questo mi fa pensare che il travaglio rallenti, e che io non possa assumere una posizione che non sia supina (quella nella quale mi trovo peggio).
Ho la sensazione che quando sono dal medico aspetto il corso per chiarirmi le idee, e quando sono al corso voglio chiarirmele chiedendo al medico. In pratica faccio fatica a mettere insieme il tutto.
Solo una cosa mi è di conforto: vedere che quando spiegano qualcosa che riguarda il corpo, le posizioni che alleviano il dolore, mi ritrovo ad accorgermi che certe cose le so già senza che nessuno me le abbia dette, e le ho anche messe in pratica: il corpo ha una grande sapienza che noi nemmeno conosciamo, mi ripropongo di ascoltarlo di più per capire qual’è la cosa migliore da fare… sono certa di non sbagliare.
Seconda parte: il training autogeno.
Se solo la psicologa si degnasse di arrivare in orario, probabilmente la mia disposizione al rilassamento sarebbe migliore.
Se solo la psicologa si degnasse di non proferire frasi senza senso, come “l’importante è mantenere il CONTROLLO, non urlare, per non sbattere col diaframma sull’utero facendovi male, e per non disturbare gli operatori”. No, questo no, non mi confonderà: sono più che certa che il controllo, per come lei lo intende, è l’opposto dell’abbandono che prelude al rilassamento, e che abbandonarsi significa aprirsi al dolore, e attraversarlo, e con questo favorire il processo di apertura che è il parto, agevolandolo e accellerandolo.
Sono certa, ancora, che le vocalizzazioni che aprono il respiro, qualunque cosa ne pensino “gli operatori”, aiutano a seguire con tutte le parti del corpo ciò che avviene dentro. Anche se può sembrare una cosa “disperata” (l’urlo), credo che il parto sia una cosa profondamente “animale” ed istintuale (in senso positivo), e che in un mondo dove siamo abituati a voler controllare tutto, anche un processo incontrollabile come la nascita, non è concepibile il recupero dell’istintualità più profonda di una donna. Con questo non intendo che urlare se non ne hai voglia sia necessario, ma che altettanto paradossale pensare di “controllarsi”. L’apertura della gola e del diaframma rendono più ampia la sopportazione del dolore. Purché ci sia consapevolezza che il suono deve aprirvi e farvi trovare il centro di voi stesse, e non farvi “perdere” dietro al dolore, penso sia meglio vocalizzare. C’è una sottile ma sostanziale linea di demarcazione tra abbandonarsi e perdere il controllo, e ci si gioca tutto tra il desiderio e la paura di questo. Il dolore del travaglio penso comporti il vivere una delle esperienze emozionali più istintuali ed arcaiche, e come tale si esprime con linguaggi che non sono mediati dalla cognizione o dalla razionalità, ma dall’istinto. Non so che suoni emetterò io, forse una forte e lunga A, forse nessuno, non riesco ad immaginarlo. Posso solo raccontare di aver scoperto le vocalizzazioni durante le nausee gravidiche, e queste mi hanno aiutato molto ad attenuare dolore, ma anche angoscia e smarrimento davanti alle forti sensazioni fisiche.
Detto questo, sdraiate su tappetini sporchissimi ed insufficienti di numero, abbiamo ascoltato la sua voce che ci indicava come rilssare varie parti del corpo e respirare profondamente: utile. Ma volutamente sintetico e inserito alla fine, per sottolineare quanto piccola sia la parte positiva che questo corso riesce ad avere su di me. Non ho ancora deciso di desistere, credo ancora che possa esserci qualcosa di buono da imparare. Fra due giorni la terza lezione.

4 Risposte per “Corso pre-parto, seconda puntata”

  1. Marilde scrive:

    "C’è una sottile ma sostanziale linea di demarcazione tra abbandonarsi e perdere il controllo, e ci si gioca tutto tra il desiderio e la paura di questo".
    E’ tutto lì, è già lo sai. Procedi alla grande eh!

    Ciò detto se la psicologa invece di arrivare in ritardo ed essere ancora in tempo a pronunciare frasi assurde, rimanesse a casa del tutto sarebbe meglio.
    Un grande abbraccio!

  2. silvietta scrive:

    Ma sei già preparatissima!
    Sei sicura di non aver già partorito???
    Io ero preoccupatissima di urlare, non mi appartiene e non credevo l’avrei mai fatto.
    Quando è arrivato il momento di spingere, senza quasi volerlo, urlavo. Ma non c’era proprio niente di disperante, anzi: l’urlo ti aiuta a spingere l’utero con il diaframma ed è parte di quello che stai facendo "secondo natura". E poi, come sorridendo mi ha detto l’ostetrica "il parto E’ urlo".
    buon proseguimento,
    s.

  3. Chiara 2 scrive:

    Prima di tutto: se l’epidurale ti sembra tanto negativa, perché farla? Io ho partorito con dolore, ma l’idea di un ago nella colonna vertebrale mi sembra tuttora peggio di qualsiasi doglia.
    Secondo: non pensare troppo al parto, tanto non è mai come credi. Un po’ come la maturità, la prima volta che fai sesso, il primo bacio con un uomo che desideri… insomma, va bene avere le basi, ma non immedesimiamoci troppo. Tanto, anche quando l’hai già fatto una volta o due, non è che l’esperienza ti aiuti così tanto, figuriamoci la teoria!
    Terzo: da quello che dici, mi sembra che sia un corso preparto organizzato da Bin Laden: che senso ha mostrarvi l’uncino con cui si rompono le acque? Fa solo paura, come quando l’Inquisizione mostrava gli strumenti prima della tortura. Al momento di eventualmente rompere le acque (fastidioso ma innocuo), l’uncino sarà l’ultimo dei tuoi pensieri.
    Quarto: gli operatori meritano rispetto, ma sono lì per aiutare delle donne a partorire. Sanno a cosa vanno incontro, hanno idea del dolore che stai provando e penso che il loro ultimo pensiero sia che i tuoi urli possano disturbare. SI partorisce come diavolo si vuole e si può, perché il dolore e la fatica sono nostre, e nessuno ci può mettere becco.
    Se ti sembra che il clima sia quello in cui la paziente non può dire nulla, vattene da un’altra parte, veloce come il vento!

  4. ondaluna scrive:

    Nel susseguirsi delle lezioni (oggi, data in cui scrivo, c’è stato il quarto incontro) molti dubbi si sono dissipati. Come avevo scritto, se non desisto è perché c’è sempre qualcosa da imparare. So che er iscritto alcune cose non passano, ma sappiate che se anche racconto delle cose che mi sorprendono, non mi faccio impressionare tanto facilmente: sono d’accordo con tutto quello che avete scritto, e non credo che una psicologa conti più dell’ostetrica che ti assiste al parto, quando si tratta di decidere cosa è bene o non è bene fare (purtroppo la psicologa di questo corso è quello che è, e soprattutto non credo ami troppo le tematiche relative alla maternità, mi chiedo quanto ci guadagni a restare a fare un lavoro che non le piaccia).


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