Coraggio

Pubblicato il 08 giugno 2009 da Flavia

Eccomi in pole position, perchè ho quasi l’imbarazzo della scelta. Depone male questa cosa? Forse…  

Forse ho un passato da “testa calda” (me lo dico da sola).

Ma quando mi è capitato di fare pace con un nemico, la sensazione più bella è stata quella di fare pace con me stessa, con i miei  fantasmi e con le mie ossessioni. Perchè la rabbia che si prova quando si ritiene di aver ricevuto un torto è corrosiva e non dà tregua. Ti sveglia all’alba, ti distorce la realtà, ti fa vivere con l’incubo di quello che staranno pensando gli altri di te. Sembra che reagire e farsi giustizia sia un obbligo per rimarginare i morsi nella tua autostima, che ti stai dando da sola. Solo che reagendo male e in modo scomposto rischi di fare peggio.

Esistono varie strade per placare quei fantasmi. Abbiamo sempre una scelta.

Spesso è successo che sedendomi e guardando negli occhi una persona, oppure alzando il telefono e sentendo la sua voce, i fantasmi si dissolvessero facilmente. Ma occorre fare il pieno di coraggio per prendere l’iniziativa e rompere il ghiaccio. E’ molto più facile immobilizzarsi a rimuginare e a corrodersi a lungo.

Ad esempio, quattro anni fa. Sono a Londra e faccio un lavoro che a momenti è odioso. Il mio team si chiama “categoria” e dà indicazioni ai vari paesi, gestendo le loro nuove iniziative. Lo sport preferito dei vari paesi è ovviamentte disattendere le indicazioni, dimostrando di essere più bravi di noi. Infatti, anch’io quando ero in Italia odiavo la categoria. Ma adesso che sono qui, devo cercare di costruire relazioni positive. Un giorno mi arriva una mail per caso, inviata dal grande capo della regione centro-Europa ai suoi pari di alto livello. Dice, in breve: “questo (spot) l’abbiamo girato da soli, ignorando completamente la categoria. E’ un grande successo. Che ne dite?”. Commenti ironici aggiunti dagli altri, e infine l’AD dell’Italia che ha pensato bene di girarmelo con un ingenuo “Qual è questo copy, Flavia? Me lo mandi?”. Mi va il sangue alla testa. Salto dal mio capo, che mi dice che ha deciso di ignorarlo. Ma io non ci sto. Il fatto è che a quel progetto io ci ho lavorato, non è vero che hanno fatto tutto da soli. Il giorno dopo tiro un gran respiro, prendo il cellulare e misurando l’ufficio a grandi passi chiamo l’autore della mail, un irlandese sanguigno e sardonico, alto e dall’aria cattivissima, che ricorda J. McEnroe solo che ha sempre stampata in faccia l’espressione di quando da’ fuori di matto con l’arbitro, e mai un sorriso. Lui è almeno due-tre livelli gerarchici sopra di me. “Ehi ciao Brendan, sono Flavia” “Ciao” “Hai un minuto?” “Sì” “Senti Brendan, si tratta di quella tua mail che è girata. Il fatto è che e’ un messaggio unfair. Lo sai che i ragazzi dell’R&D si sono fatti il culo per darti i test e la demo con i ferri da stiro” “Sì è vero, questo lo so. E sono stati molto bravi. In realtà io ce l’avevo col tuo ottimo capo” “Avrete i vostri dissidi ma io non c’entro però. Si tratta del mio lavoro e della mia reputazione. Spero tu capisca il motivo per cui ti sto chiamando e lo spirito amichevole della conversazione” “Capisco, dai. Scusami”

Non aveva neanche lontanamente pensato di offendermi. Ma con una breve telefonata gli ho detto di lasciarmi fuori dalle sue ripicche. Sono stata soddisfatta del mio fegato, e ho fatto pace con l’immagine maligna di me stessa che avevo proiettato su di lui. Sono stata soddisfatta che lui ora sapesse che posso parlargli apertamente, così magari la prossima volta se lo sarebbe ricordato.

Chiudo con due ricordi dolorosi.

Esistono due persone, uno dei quali ho ricordato qui, con cui non ci siamo mai capiti davvero e che mi hanno considerato loro nemica al punto da cambiare azienda. Nonostante un aperto confronto in cui mi avevano accusata di essere un capo insopportabile, e in cui avevo cercato di venire loro incontro, non siamo riusciti a superare la differenza di vedute. Mi è stato molto utile per smussarmi molto (ma davvero tanto), e col tempo ho capito molte delle loro ragioni, ma quanta rabbia.

Esiste poi un’amica-nemica con cui non ho mai più fatto pace. L’ho mandata al diavolo con una lunga lettera conclusiva (per il più banale dei motivi: uomini. non appena posavo gli occhi su uno, lei gli si era già buttata addosso, e alla fine mi sono scocciata), e lei mi ha risposto con un’altra lettera altrettanto lunga e velenosa, che ho immediatamente appallottolato e gettato nel cestino per non memorizzarne alcuna traccia. Dopo di che ho mantenuto il proposito di interrompere completamente i rapporti, salvo un saluto formale quando ci siamo incrociate a un matrimonio mesi dopo. Amen. Ormai è passato molto tempo.

Ognuno di noi si porta appresso delle umanissime zone oscure e dei conflitti irrisolti.

 

3 Risposte per “Coraggio”

  1. piattini cinesi scrive:

    mi è piaciuta molto la riflessione sul fare pace con se stessi.
    quello che ci fa sofrire è spesso il fantasma, quello che il conflitto mette in moto, il non risolto.
    ne so qualcosa…

  2. Mamma Cattiva scrive:

    E i fantasmi, i conflitti non risolti possono anche ammalare il corpo. Non ignoriamo mai questo rischio.

    Mi piace il messaggio, nelle esperienze di separazione piuttosto che di conciliazione, che non sempre per gestire un conflitto la soluzione sia nel tornare su una strada in comune. A volte meglio ognun per la sua strada.

  3. pontitibetani scrive:

    terrò con cura l’ultima riflessione, quella che dice che continueremo a tenerci dentro umanissime zone oscure.
    alla volte, mi dico, che fare pace con il nemico è anche questo, accettare le proprie zone oscure, le discrepanze tra ciò che siamo e ciò che cerchiamo di essere, il sapere che quelle zone forse non sapremo nemmeno cambiarle …

    saremmo altrimenti fatti solo di "luce". un pò troppo per poveri esseri umani …


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