Affidarsi alle ambivalenze

Pubblicato il 11 giugno 2009 da Ondaluna

A volte i compiti evolutivi della vita di ciascuno sono un salto nel vuoto, in cui non puoi prevedere tutto quello che accadrà. Puoi organizzare alcune cose, che ne costituiscono un minima parte, ma non puoi farlo per tutto. L’arduo compito di vivere è dato dall’affidarsi all’imprevedibile.
Tutto questo io lo capisco, ciononostante, mi riesce difficile non cedere all’ansia che accompagna l’idea che la nascita di mia figlia sia, almeno in parte, un salto nel vuoto. Ciò che mi ha dato sicurezza ultimamente è stato un attivismo che ha sostituito la passività dei primi mesi, e che in qualche modo mi ha dato il senso di “preparare” qualcosa, di prendere responsabilità e potere nel mio percorso. Negli ultimi giorni un senso di imprevedibilità e di ansia si è invece sostituito alle certezze, preoccupandomi.
Ansia a parte, oggi penso quasi che è nella naturale evoluzione di questo percorso che, dopo aver organizzato ben benino alcune cose (non a caso ieri abbiamo finalmente scelto alcune cose fondamentali che sono state inserite in lista nascita: passeggino, fasciatoio, lettino… il mondo di mia figlia comincia ad essere popolato di oggetti concreti), subentri la sensazione che quello che si può “fare”, “organizzare”, è solo una piccola parte. Il resto è un’avventura incognita.
Questa frase assumerebbe significati diversi (positivi o negativi) per ciascuno, per me è un pò preoccupante, sia perché partorire è una cosa che agita un pò tutte quando si avvicina il momento, sia perché la mia capacità di affidarmi all’imprevedibile non è particolarmente sviluppata. Consapevole che sia solo un’illusione, ho passato uguamente la vita a cercare di avere il controllo sulle cose, controllo che spesso, nei fatti più importanti, si è rivelato fittizio ma talvolta rassicurante.
Sentire la mia forza, quella insita e naturale che scorre nelle vene di ciascun individuo, di ciascuna donna, mi aiuterebbe. Ma è una forza mai sperimentata, mai provata, e sulla quale attualmente dubito.
Comincio a intuire cosa si intende quando si dice che si esce dall’esperienza del parto una persona nuova: con una consapevolezza su esperienze mai contattate prima, e gli esiti possono essere positivi o negativi, che sicuramente arricchiscono il nostro modo di essere e di percepirci.
Io sono sempre stata una che vuole farcela da sola, ma per la prima volta nella mia vita non ho mai avuto più paura di adesso che stavolta sia così. Cerco disperatamente un sostegno che non riesce a rassicurarmi, in MisterG (ho irragionevolmente paura che me lo tolgano quando mi serve averlo accanto, o che non sappia farsi presente ai miei bisogni), in una struttura ospedaliera alla quale non riesco ad affidarmi nemmeno con tutte le organizzazioni del caso…
Partorirò in ospedale, uno dei più affidabili della mia città, dove lo staff è ottimo, dove non si pratica il cesareo di routine, con una camera a pagamento che mi garantisce privacy e tranquillità, e con il mio ginecologo e la mia ostetrica. Ieri, al controllo mensile, lui mi ha detto le parole che da mesi aspettavo e che oggi mi confermano come andrà: “io e Roberta saremo lì per te per tutto il travaglio, puoi contattarci 24 ore su 24″.
Tutto è “formalmente” tranquillo e rassicurante, eppure dentro di me qualcosa non mi convince. Manca una parte, probabilmente la mia.
Mi dò il permesso di vivere quest’ansia in senso evolutivo, pensando che non è possibile trovare certezze in un’esperienza non ancora vissuta, sentendola come un lumino che illumina la strada su cui devo muovere i miei passi verso questa “cosa nuova”. Penso che sarà terribile, ed anche meno terribile di quello che posso immaginare senza conoscere, e che alla fine non ci sarà più.
Penso che quello che inizierà dopo sarà faticoso, anche se graduale.
Mi chiedo se avrò delle “vie di fuga”, e in fondo al mio cuore spero di riuscire ad adattarmi, in qualche modo. Ma prima di pensare al dopo, vivo il presente, con sentimenti di sconforto, alternati ad interventismo organizzativo che mi aiuta a non subire la situazione passivamente.
Sembra incredibile, ma questa settimana arriviamo al numero Trenta (dovremmo festeggiare?): con un pò di insofferenza, stanchezza e tanto caldo, tutto andrebbe meglio se riuscissi a dormire la notte e se mia figlia non si fosse accucciata con la testa sotto la mia costola (è podalica!!!), provocandomi un continuo dolore alla cassa toracica che ogni giorno diventa più forte. Scherzando diciamo che il suo peso specifico si avvicina a quello del piombo, dato che -come la mamma- è un pò in sovrappeso rispetto alla media.
Il traguardo mi sembra sempre più vicino, comincia ad intravedersi. Sollievo e agitazione sono sensazioni che associo alla parola “fine”, ma non trovo conforto nel fatto che questa “fine” è in realtà un “inizio”. Ambivalenza: parola principe di questa gravidanza, che si concretizza ogni volta nelle sensazioni provate davanti allo schermo dell’ecografia (controllo mensile fatto in settimana) quando vedo mia figlia in faccia sempre più nitidamente (comincio ad avere un’idea della sua espressione del volto): paura del suo esserci, e meraviglia per la creatura che porto dentro.

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