Una bicicletta

Pubblicato il 19 maggio 2009 da desian

Ebbene, finalmente ce la faccio ad intervenire. Ma la prendo larga.

Primavera 1972, il lungomare di una città di mare. C’è un bambino in sella alla sua bicicletta: è la prima volta senza rotelle, forse la seconda. Chissà.

C’è anche suo padre, oggi è lui che l’ha portato fuori perché la mamma era troppo stanca, reduce da pochi giorni dal suo terzo parto. Il babbo tiene la bicicletta da dietro, all’altezza del minuscolo porta pacchi. E’ chinato, la bici è piccina, lui è un uomo alto. Massiccio.

Il bambino ha paura, vuole imparare certo (molti suoi amici sanno già andarci, senza rotelle), ma non è facile riuscire a farlo. Così, di colpo. Il babbo promette “non ti lascerò andare. Tu pedala come puoi, col tuo ritmo, bello disteso. Io ti reggo”.

Partono. Il bambino pedala e il babbo dietro, chinato. Dopo tre giri di pedale, il bambino si ferma, strusciando i piedi per terra. Sembra stanco ma è soltanto ancora troppo timoroso. “Babbo, come sono andato?”.

“Bravo. Ora proviamo di nuovo. Sei pronto?… Via!”.

Riprovano. Tutti e due. Il bambino che pedala, il babbo chinato che lo sostiene. O lo rincorre, adesso?

Il bambino sulla bici ha una sensazione strana, mai provata, come di vertigine. Poi, però, non so come fu, riuscii un attimo a girarmi e mio padre non c’era più, lì dietro. Mi aveva lasciato andare, mollato. Io andavo, andavo senza rotelle. Pedalavo da solo.

Potrei vivere mille anni, sempre ricorderò quel giorno in cui il mio cuore scoppiò.

Di gioia.

Di entusiasmo.

Stavo andando in bici senza rotelle. Da solo. E gli occhi mi si riempirono di lacrime festose. Le stesse di adesso che racconto…

 

Il brutto anatroccolo si trasforma ogni volta, ogni volta che lasciamo la bicicletta e quella va. O meglio: la vita è proprio quello, saper mollare la bicicletta al momento giusto. E ancora più precisamente: un padre nasce quando ha imparato quell’arte lì. Quella e non altre. L’arte di mollare la bici.

Un padre non nasce nel parto della sua compagna (non io almeno), un padre sarà anche libero e felice e impacciato nel prendere in braccio per la prima volta sua figlia ma non nasce padre con quell’abbraccio. Un padre non avrà monumenti della sua condizione di padre a cui appoggiarsi, non ha necessità, non ha biologie. Ogni singola ecografia, egli è solo uno spettatore.

Il padre nasce nell’attimo esatto, e scusate la quasi citazione, in cui la sua mano sparisce: sarà quel contatto perduto nel lasciar andare la bicicletta (possibilmente con sua figlia o figlio sopra, ma anche non necessariamente), quando avrà colto il momento perfetto del distacco.

Oggi che sono passati più di 37 anni da quella primavera. Che quella mano non c’è più davvero. Che quel dolore che mi travolse, ne sono certo, è stato l’ultimo frammento che mi separava da me. Oggi ho capito che il brutto anatroccolo non ha nessuna necessità di trasformarsi. Un cigno? E perché, poi.

Basta saper mollare la bici.

buonanotte

 

 

8 Risposte per “Una bicicletta”

  1. piattini cinesi scrive:

    sai desian, credo che questa descrizione bellissima della paternità andrebbe fatta leggere a tutti quesi padri che cercano dubbiosi il loro ruolo
    padri e madri (gli ormoni aiutano ma solo in parte) si diventa, a poco a poco. poi c’è un momento speciale in ci si prende coscienza di esserlo per davvero. grazie

  2. Flavia scrive:

    caro Desian, io da bambina avrei urlato "mannaggiattee’,m’avevi detto che non mi lasciaviiiiiiiiiii…."
    scherzi a parte, che post bellissimo. quale migliore ingresso nel tema della paternità. e ha ragione Piattini, sarà anche vero che fisicamente qualcosa vi tiene un po’ "fuori", ma mentalmente siamo (e dovremmo essere) molto più vicini di quanto comunemente si pensi.

  3. Chiara 2 scrive:

    Ecco, mi sono commossa. Mannaggia a te! ;-)

  4. pontitibetani scrive:

    grazie.
    grazie di cuore
    vale più di un milione di libri letti.

  5. marilde scrive:

    Grazie Desian, un bellissimo racconto

  6. M di MS scrive:

    A parte la commozione per il tuo toccante post, vorrei dire che anch’io ho un ricordo nettissimo di quando mio padre ha mollato la mano dal mio sellino. Sarà proprio la metafora di qualcosa?

  7. Pocahontas scrive:

    Ed ecco che, letto il tuo post, scatta la memoria involontaria. Invece delle famigerate madeleine, l’immagine della mano che lascia il portapacchi della bici rievoca ricordi e sensazioni da tempo sopite. Mi ritrovo bambina in sella alla mitica graziella rossa, con i codini che sventolano allegramente, le farfalle nello stomaco, e mia sorella che sorregge la bici (mio padre purtroppo era gia’ malato). E poi la vertigine, l’euforia, il senso di trionfo nel voltarmi e vedere che la mano non c’era piu’ e che stavo finalmente pedalando libera. E’ un gesto importante togliere la mano, sia per chi lo compie che per chi ne assapora il risultato. Grazie per avermi riportato indietro nel tempo con tanto tatto e dolcezza.

  8. Silvia scrive:

    Mannaggia…


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