Non voglio un mommy blogging nè un mommy marketing all'americana

Pubblicato il 24 maggio 2009 da Flavia

Sabato ho parlato di due rivoluzioni della maternità, quella da compiere al nostro interno e quella esterna, nella comunicazione. In questo periodo tra i molti articoli che parlano di fenomeni Web e paragonano le mamme bloggers ai modelli americani accettando implicitamente e ineluttabilmente che ci adegueremo alla stessa logica, il mio malessere strisciante comincia a farmi friggere sulle sedie delle conferenze, o su quella di casa quando leggo cose come queste: “Marketing Mom“.

Power mom, Alpha mom e via dicendo. Ancora una volta, termini coniati dalle società di ricerche che vendono ai direttori marketing il loro scibile sul mondo dei consumi…e come si fa comunemente? Etichettando. Riassumendo. Generalizzando. Generation X e Millennials , eccetera. Nell’era postmoderna, con tutto quello che dovrebbe significare la caduta delle ideologie e delle comunicazioni di massa, continuano a massificare. E in effetti, la tesi dell’articolo è quanto di più inquietante:

In una prospettiva in cui, come scrive il filosofo Umberto Galimberti, il “conformismo è condizione di esistenza” e “la differenza, la specificità e la peculiarità individuale, oltre a non essere remunerative, destano persino qualche sospetto”, una mamma si guarda bene dal prendere (e dall’insegnare) strade secondarie. Il risultato è una maternità impacchettata in tappe e rituali sempre più rigidi e protocollati, e da cui sono escluse iniziative personali, pratiche sfuggenti, abitudini poco comuni.

Ma cosa dicono? Ma non abbiamo parlato di Mamma Postmoderna, di madri coraggiose che cercano faticosamente la propria strada e il proprio modello? Ma questa è la classe media americana, leggo, e quindi noi la seguiamo. Sorry…Col cavolo che la voglio seguire. Io voglio di meglio. Io voglio guidare. E veniamo al punto sulla pubblicità e sulla comunicazione in genere.

Al MaM, Monica di “out of the boot” ha detto che per ora siamo lontani dalle realtà americane in cui un blogger famoso guadagna grazie alla pubblicità – e che questo è un bene per la spontaneità dei consigli delle mamme blogger. E’ senz’altro vero ma rimane una visione limitante, perchè non coglie delle opportunità. Perchè questo è il momento “di mezzo” di un ricambio generazionale importante, tra i direttori marketing tradizionali intorno ai 40 anni che non sanno bene come approcciare la rete e si affidano ad agenzie che spesso fanno bene ma spesso fanno anche danni, e il middle management circa-trentenne, che ha spesso molta più apertura mentale, ma non ha ancora il potere di decidere. Presto questo middle management arriverà al top e da lì, passata la crisi, darà inizio a una valanga di iniziative sul web. Il “tipping point”, l’inizio dei grandi cambiamenti dopo una somma di piccoli eventi, è vicinissimo. Ehi, sto parlando di rapporto tra marketing e blogs, signore/i, non di fisica quantistica. Non è roba da premi Nobel, non vi spaventate. Seguitemi un attimo.

Perchè vedete, proprio in questo momento di transitoria incertezza possiamo fare un piccolo passo dal grande significato e occupare noi quella terra di nessuno. Così quando arriveranno ci troveranno lì.

E come possiamo farlo? Dicendo ai quattro venti che non siamo come questi qua ci stanno dipingendo. Siamo piuttosto un gruppo variegato ma con un manifesto comune che dice: parlate con noi, ascoltate chi siamo veramente. Anche le contraddizioni.

Perché ci viene naturale consegnarci a modelli pre-costituiti? «Perché sono tranquillizzanti. Hanno l’attrattiva di avere già funzionato, e sono rare le mamme così sicure di sé da proporre un modello autonomo»

Io non credo affatto che siano così rare. Se nel parco là fuori saranno (invento) il 10%, in rete saranno – diciamo – il triplo, il 30%. Ci vorrebbe una ricerca :-) Ma quali che siano i numeri, so che non sono poche. Il punto è solo metterle insieme. Per favore portatemele tutte qui, chè questa è casa loro, è il loro baluardo in rete, e vuole essere il baluardo di un atteggiamento di consumo molto più intelligente e proattivo, che rifiuta  di adeguarsi ai modelli.

C’è un altro punto che dobbiamo capire, e far capire anche alle mamme sicure di sè. Cioè che qui non si tratta di chiuderci nel fortino per difenderci dagli assalti di un marketing immorale e invadente. Si tratta di lavorare insieme e discutere con i brands per CAMBIARE il loro marketing invadente, cioè quello impositivo, quello dei modelli che non sopportiamo.

Io voglio fare una campagna per la maternità autentica e autodeterminata. Il primo brand, magari italiano, che si pone in ascolto e fa da cassa di risonanza di questi valori farà finalmente un salto nel futuro… con tutto il suo conto economico ovviamente (anche se bisogna agire in piccolo, mi piace sempre pensare in grande).

 

21 Risposte per “Non voglio un mommy blogging nè un mommy marketing all'americana”

  1. Chiara 2 scrive:

    Io credo che chi ha scritto l’articolo sia molto lontano dal nostro mondo. È vero, al parco e sul lavoro vedo mamme che amano il conformismo: la roba di marca (e della tal marca), il lavoro fisso magari part time (se ci riescono), il pediatra di fiducia, i nonni, ecc.
    Però, se devo fare una statistica delle mamme che c’erano sabato al MaM (quelle che hanno parlato e quelle che no), credo che le conformiste fossero in netta minoranza.
    Ovvio che non si è conformiste in tutto: magari c’è chi dissente sull’educazione ma poi resta indifferente sui consumi, c’è chi non segue il mainstream nella comunicazione ma poi si sente sicura solo se segue le indicazioni del pediatra su pappa e salute…
    Mi sembra comunque chiaro che, anche se ci sono mamme che hanno aperto un blog solo per contare i pannolini e pubblicare le foto del primo sorriso, il fenomeno mamme blogger inteso come quelle che sono interessate a fare rete sia essenzialmente sovversivo e più sociale che economico.
    Non mi sono mai posta il problema di fare soldi con il mio blog. Se partecipo a the Talking Village, è perché mi interessa cambiare certi meccanismi e proprio per questo mai e poi mai mi farei sponsorizzare per fare marchette (di che entità, poi?): perderei l’unico capitale che ho, ovvero la mia reputazione.

  2. panzallaria scrive:

    sposo assolutamente l’idea della non adesione alle etichette: siamo tutte diverse e forse molte di noi (almeno io mi ci metto dentro) sono prima di tutto blogger che hanno anche dei figli e non viceversa. che hanno voglia di parlare di tutto e di confrontarsi su tutto.

    credo che diamo all’esterno l’idea di essere molto sicure di quello che siamo e che questo dia un’immagine respingente a molte mamme che avrebbero invece bisogno di sapere chiaramente che siamo persone prima che madri e madri prima che marketing blogger o pippe del genere.

    personalmente non ho voglia di fare qualcosa per dialogare con le aziende (non sono capace) ma con le altre persone prima ancora.

    non sono molto convinta di poter cambiare il mercato come intendi tu perché credo che quando ci sono in mezzo i soldi sono sempre le ragioni dell’interesse a vincere – ma questo è un mio spassionato parere – però penso che sia necessario farci percepire come persone prima di tuto, incerte, insicure anche noi e non come materiale da media che ora va molto di moda.
    bellissimo post
    ciao
    panz

  3. Flavia scrive:

    @Chiara, grazie, infatti fare marchette sarebbe la negazione dello spirito del progetto. ne esistono di vari tipi, è vero, ma l’oggetto dell’articolo è il conformismo nei modelli di consumo. mi tocca molto questa cosa.
    @Panz, bentornata! grazie per i complimenti per il post. so che hai molti dubbi su questa materia, tutti giustissimi, e l’idea del dialogo non ti va. ti dico la mia su qualche punto e ti lancio qualche provocazione, ma solo per aggiungere punti di vista e non per convincerti.
    - il dialogo è dialogo solo se tra persone, hai perfettamente ragione, infatti le aziende cominciano a capire che devono metterci facce, nomi e cognomi, non solo "brands".
    - ma perchè, essere mamme sicure di sè (qui c’è tutto il titolo e il sottotitolo del mio sito, la sua ragione d’essere, quindi sono sensibile…) implica fare le infallibili e le presuntuose? io nella maternità autentica ci metto dentro proprio tutto il casino, l’imbranataggine, il nervosimo. dico però: guardalo in faccia senza paura. non negarlo per far piacere agli altri. porta avanti la tua personale battaglia per la tua autostima, contro i modelli. su questo so che siamo perfettamente d’accordo no? e allora, perchè ciò dovrebbe respingere le mamme? perchè combattiamo l’insicurezza (intesa come atteggiamento passivo e remissivo, non come accettazione di tutte le nostre debolezze)? e vabbè, non piacerà a tutti, ma quello resta il mio messaggio :)
    - è ovvio che essendo la mia professione dico così, ma non sono pippe quelle sul marketing. se uno fa l’avvocato o l’insegnante e lo racconta, lo ascoltano persone interessate alla materia, e così via. anche qui, cerco do aggregare persone interessate al discorso pensando di poter fare insieme qualcosa di buono, non posso certo rompere le scatole a chi non ne vuole sapere niente.
    - infine, non pretendo di cambiare i mercati…Io :) stanno già cambiando. la legge economica dell’interesse può avere anche dei risvolti postitivi quando le persone nelle aziende si rendono conto che per continuare a far soldi con la loro attività devono cominciare ad ascoltare le persone, altrimenti queste li lasciando indietro. sta già accadendo, ti ripeto. dobbiamo solo prenderne consapevolezza e fare la nostra parte (se ci va di essere protagonisti di un cambiamento piuttosto che subirlo)
    ora della pappaaaaaaa

  4. giuliana scrive:

    per fortuna non siamo quelle lì. per fortuna ci siamo viste in faccia, e poi ci rivedremo ancora, e nessuna di noi vuole essere una di quelle lì. però quelle lì ci sono, le vedo tutti i giorni, e mi fanno rabbia.
    ho sposato il progetto the talking village molto tempo fa, quando ancora non esisteva, e ci credo molto. e vorrei dire a @panzallaria, che stimo moltissimo, e con la quale abbiamo già affrontato l’argomento: noi abbiamo portato in questo progetto le persone e le professioniste che siamo. sappiamo parlare con le aziende perché siamo (state) aziende, e sappiamo parlare con la rete perché siamo in rete. perciò non c’è niente di più naturale per noi, che mettere in contatto questi due mondi. quando dici "quando ci sono in mezzo i soldi sono sempre le ragioni dell’interesse a vincere" potresti avere ragione, se solo non ci avessimo messo la faccia. comprendo le tue ragioni, e le rispetto profondamente, ma credo di meritare di più, e mi voglio impegnare al massimo per ottenere di più, facendo quello che so fare. certo, è un lavoro, e certo, bisognerà mangiare. ma non certo sulle blogger, non più.

  5. Chiara 2 scrive:

    Ma sai, io penso che tutto possa confluire nei modelli di consumo. Per esempio: se decido di essere anticonformista nell’alimentazione, potrei essere una di quelle persone che prendono la biocesta settimanale direttamente dal produttore, sottraendomi così alla GDO. Oppure: se sono una steineriana (ma vera, non per moda), eliminerò dalla mia vita non solo determinati modelli di consumo (es. no a GDO, sì ai mercatini e agli spacci aziendali) ma anche certi canali di comunicazione (es. TV). E così via.
    Mi viene in mente l’esempio del passaparola della biocesta: io stessa mi sono abbonata alla biocesta mensile perché una mia amica (reale) l’ha fatto su suggerimento di Chiara Nocentini e io stessa l’ho consigliata alle persone che leggono il mio blog e che frequento nella vita.
    Questo secondo me è un comportamento anticonformista che è partito da una blogger. Mi potrai dire: ma se tanti si adeguano, diventa conformismo. Io penso che sarebbe conformismo se l’avessimo fatto per essere come qualcun altro. Se invece ci siamo fatti due calcoli e ci è sembrato conveniente, allora si tratta semplicemente di un buon consiglio.
    Un’altra spia del fatto che non è conformismo la vedo nel fatto che, se qualcuna di noi abbandonasse il servizio con una motivazione qualsiasi (o anche senza), nessuna si scandalizzerebbe.
    Mentre, per quanto riguarda il "fare la spesa al supermercato", spesso vieni dileggiata quando dici di voler eliminare questo aspetto della tua vita, al massimo pensano che tu mandi il marito a fare la spesa al posto tuo: questo secondo me è un aspetto importante del conformismo, ovvero l’implicita disapprovazione di chi cerca altre strade e addirittura la negazione dell’esistenza di altre strade.

  6. my scrive:

    io non ti so fare commenti lunghi e strutturati.

    ti dico solo: flavia, portami con te!!!

    (birra ce n’è?)

  7. Serena scrive:

    non so, io mi trovo un po’ daccordo con Panzallaria. Come si fa ad essere sicure che le aziende non ci usino per i loro scopi. Mi chiedevo proprio a proposito di un post di Piattini, se i piccolini della Barilla si cuociono più velocemente perchè sono di qualità inferiore. Vista la mia esperienza con la pasta Barilla comprata in Svezia che (s)cuoce più in fretta di quella in Italia, non è che ci fregano con l’idea di un prodotto fatto per noi povere mamme che non hanno tempo di aspettare 3 minuti in più per la cottura della pasta per la prole, e invece ci rifilano un prodotto di qualità inferiore, proprio per i bambini?
    Il dubbio mi resta, e pure profondo.

    Mi piace leggere i tuoi post Flavia. Mi aiutano a mettermi in discussione su questi temi :)

  8. Mamma Cattiva scrive:

    Flavia, oramai lo hai capito, a me questo progetto piace. E credo banalmente che il Vero interesse delle aziende sia vendere prodotti ma quali? Quelli che vogliono loro o quelli che vogliamo noi? E soprattutto noi chi vogliamo rappresentare? I valori di persone che sanno scegliere o quelli di persone che subiscono modelli semplificati, prevedibili e massificanti? Non sarà solo duro entrare nelle aziende; durissimo sarà scardinare quegli ideali di perfezione che continuano ad albergare dentro molte/i di noi. Tutte quelle che al mam non c’erano e non ci hanno ascoltato. Tutte quelle che non navigano la rete, che non cercano, non curiosano tra le alternative possibili.
    Io ci sono, per aumentare il brusio, per portarci dentro gli uomini, per portarci dentro i miei figli che in futuro saranno i veri native…
    Un abbraccio.

  9. Flavia scrive:

    Chiara, scrivimi e dammi i dettagli della biocesta che mi interessa. e per quanto riguarda la spesa al supermercato, mi infelicita ogni sabato e se potessi eliminarla dalla mia vita ne sarei felissima.

    My, che bella cosa mi dici. Facciamo che funziona così: io metto la birra, ma tu mi porti 10 amici, e loro ne portano altri. Più imbucati ci sono meglio è!

    Serena, grazie, l’importante è tenere la mente aperta. Sul sentirsi usati, non so, valuteremo progetto per progetto e parteciperà solo chi interessato. la domanda sui Piccolini cerchiamo di farla arrivare a Barilla dato che ormai ci conoscono. Dammi solo un po’ di tempo :)

    Mamma Cattiva, certo che lo so. a te va un grande grazie.

  10. Flavia scrive:

    ops, un chiarimento per Serena: "il" progetto si chiama The Talking Village, ma una volta varato farà cose, vedrà gente :) come dice Giuliana. Mi riferisco quindi a quei "vari" progetti quando dico che ognuno sarà libero di unirsi o no, di volta in volta.

  11. Chiara 2 scrive:

    @serena: se ti può interessare, la pasta biodinamica delle Cascine Orsine cuoce in 3 minuti esatti, eppure è fatta con materiali di prima qualità. Penso che i Piccolini cuociano in così poco tempo semplicemente perché sono più piccoli e perché magari hanno una più alta percentuale di grano tenero (che non è di qualità inferiore).

  12. Flavia scrive:

    la pasta biodinamica. è una figata galattica. e poi dicono che noi marketers ci inventiamo i nomi-superpippe. confermo comunque che andrò a cercare info direttamente alla fonte!

  13. Serena scrive:

    Grazie Chiara. Indubbiamente il tempo di cottura non è necessariamente un segnale di qualità. Però il dubbio resta, visto che i fusilli Barilla comprati in Italia riportano sulla confezione un tempo di cottura più lungo di quelli comprati in Svezia. Sono una malfidata lo so ;)
    Magari Flavia puoi chiedere anche questo alla fonte.

    Oggi ho pubblicato un post di riflessione sul marketing rivolto ai bambini.
    http://genitoricrescono.com/riflessioni-sul-marketing-e-i-bambini/
    Questo è un tema che mi sta molto a cuore e che mi piacerebbe discutere con le aziende in modo più diretto.

  14. Silvia scrive:

    Flavia, non ho la testa giusta per mettermi a ragionare. Sono persa nella rotonda io in questi giorni.
    Ci si è messa anche la varicella. Ho mia madre assente, un Bilancio Sociale da chiudere da sola, una scadenza che mi toglie il fiato.
    Questo per inquadrare lo spirito in cui ho letto questo post.

    L’unica cosa che voglio dire è che per quanto ci spingano ad omologarci nella mentalità comune alle alpha, noi non saremo mai alpha.
    Anche volendo. Perchè il background socio-culturale, la storia, l’approccio alla maternità è sostanzialmente differente da quello della società americana.

    Per quanto riguarda i legami tra blog e marketing, sai bene come mi sto approcciando io davanti a qualche richiesta.
    Un dubbio, generoso come una balia, ancora mi si attorciglia ai pensieri.
    Perchè se negli USA questo non destrebbe nessuna perplessità, in Italia si.
    E io non amo essere pioniera delle perplessità…in altre parole: andate avanti voi che a me MI vien da ridere…

  15. Flavia scrive:

    cara Silvia, conoscendoti un pochino, andrà tutto bene :), passeranno varicelle e bilanci e… passeremo ad altre cose. vorrei dire però che a noi sembra ovvio non omologarci. ma quando penso, nell’esempio dell’articolo citato, a quale impegno di immagine sono diventate le feste di compleanno, e alle gare all’animazione più fighetta e costosa, e come questa mille altre cose in cui bosogna fare bella figura per guadagnare punti sociali, penso che invece sia fin troppo facile cadere nel tranello. alpha, secondo questa mentalità, vuol dire "io sono una leader nel gruppo di mamme" oppure "io do sempre il meglio ai miei figli", quando invece la leadership e il meglio per i figli bisognerebbe misurarli in un metro unicamente interiore e privato, e diverso per ogni famiglia. io vedo che nella mentalità dello show-off in un modo o nell’altro rischiamo di cascarci tutte, nelle piccole o nelle grandi cose, quindi mi metto in guardia e resisto.

  16. Laura scrive:

    Brava Flavia, io ho una specie di allergia a quella frase "io do sempre il meglio ai miei figli": sono convinta che non è di questo che loro hanno bisogno. Hanno bisogno di vederci autentici, per farsi una reale immagine di noi e di loro stessi. In guardia e resistiamo.

  17. Flavia scrive:

    è solo che dipende da cosa intendi per "meglio" – certo, tutti vogliamo il loro bene. ma il "meglio" che posso dare è me stessa, una vera, non una finta. e questo porta a recuperare il focus giusto in questa cultura in cui i lussi per i piccoli sono invece diventati il centro dell’attenzione e i genitori si svenano pensando sia il loro dovere di buoni genitori, quando basterebbe "poco" e "altro"
    ma questo discorso forse merita altri post…

  18. Flavia scrive:

    @Silvia, sul dubbio generoso come una balia :) parliamone, parliamone e parliamone. ci sono modi e modi di fare le cose. quello che si pensa in Italia, lo influenziamo anche noi. è questa la bella visione: creare un movimento di opinione su marketing e rete, affinchè questa relazione sia indirizzata verso pratiche corrette e trasparenti, e soprattutto, partecipative.
    (aiuto – cosa avevano i biscotti della colazione oggi? sono prolifica)

  19. Mariangela scrive:

    ciao ragazze!! ma quanto mi mancate??! sono persa nel delirio di una riorganizzazione aziendale, di internet mancante a casa (meno un mese al trasloco, poi finalmente libero accesso alla rete!!!) e internet impossibile in ufficio….Mi sento ORFANA.
    Vi racconto un aneddoto di stamattina. Presentazione di un istituto di ricerca specializzato sul tessile. Il tessile in Italia sta andando malissimo, in particolare è in flessione l’abbigliamento bambini. Commento dell’account (maschio e over 50): "è un dato preoccupante e anomalo, perchè in passato quando assistevamo alla contrazione dei consumi in abbigliamento questa avveniva sull’abbigliamento adulto e non toccava l’infanzia, per la quale si tende sempre a spendere perchè ai figli non si fa mancare nulla".
    Commento mio: "beh, non crede che si sia andati un pò lunghi nell’approfittare di questo fino al punto di offrire cose completamente fuori mercato solo perchè destinate ai bambini?" e dentro di me pensavo "e se fosse che siamo così tante???"
    Certo non sarà così, purtroppo i dati tot italia saranno anche e soprattutto condizionati da quella fascia che ha reali difficoltà ad arrivare a fine mese, ma certo ci sono segnali veri e reali che il mondo delle mamme non è più quello di una volta….
    A presto….. speriamo….

  20. Flavia scrive:

    ah Mariagela
    innanzitutto mi sei mancata molto anche tu e cominciavo a preoccuparmi; e poi oggi con questo aneddoto mi tocchi una corda sensibilissima. 40-60 euro per una polo o un jeans per un cinquenne? ma siete pazzi? nemmeno 30…insomma. per la fine che fanno velocemente quei vestiti, io vado per le soluzioni economiche, altro che petit bateau. :)
    a presto

  21. ho alcune perplessità positive e negative …
    in qualche modo "sento" che il web 2.0 è potenzialmente molto potente, perchè potrebbe sfuggire al controllo di chi pensa di poter prevedere, standardizzare, catalogare aprioristicamente. la connettività, i socialnetwork potrebbero creare davvero nuove linee di pensiero, subculture, metaculture, e quindi pro-muovere nuovi atteggiamenti, stili di vita, consumi …
    potrebbe appunto, ma è un processo in fieri.
    è una mutazione in atto e non si sa dove volgerà.
    ed è in parte la sfida di veremamme, nella misura in cui si pone l’obiettivo di parlare di una donna che è anche madre, è molto altro, nella sua complessità non inquadrabile.

    ed è qui che il marketing cerca il dialogo, che cinicamente (perdonami flavia la provocazione) cerca di risparmiare sulla pubblicità, facendola preselezionare al consumatore finale stesso…
    eppure io credo anche che, come dici tu, una parte del mondo imprenditoriale più accorto e lungimirante possa davvero cercare una interlocuzione con il mondo dei consumatori; i quali però devono richiedere – prima di essere messi in rete – alcune garanzie, (tipo quelle che oramai devono offrire i servizi sociali).
    una sorta di carta del servizio che descriva le pratiche, le mansioni, e il valore dell’azienda, un bilancio sociale, una carta etica, una serie di garanzia sulla tutela dei lavoratori, la privacy, la sicurezza …
    perchè il rischio è di essere nuovamente sfruttati per i benefit spropositati di qualcun’altro (i problemi del managment americano e non solo, oramai sono noti) e questo potrebbe anche non piacermi …

    solo se l’interlocuzione nasce non solo sulla qualità del singolo prodotto, ma sull’azienda che lo produce lo scambio è possibile ed equo…
    anche perchè un azienda che produce solo qualità esterna (prodotto finale), mentre al proprio interno, – organizzazione, sistemi di produzione, macchianari etc etc – tutto è di scarsa o di dubbia qualità non mi permette di credere che quel prodotto valga davvero … anche se mi hanno invitato ad assaggiare testare provare prima il prodotto … che garanzia mi danno che il prodotto test non sia fatto ad hoc, mentre la produzione successiva e di massa sarà di scarsa qualità, perchè l’azienda è di "dubbia qualità"???

    scusate la lunghezza e la polemica, ma se si "gioca con armi alla pari" allora vorrei che anche il mio interlocutore (azienda) scoprisse le sue armi….

    ciao monica


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