Al femminile

Pubblicato il 01 maggio 2009 da Ondaluna

Di quando ero bambina la sensazione che mi resta è che il femminile fosse un ideale di leggerezza eterea (non mi riferisco a qualcosa di fisico) dentro cui non sono mai riuscita a stare. Quindi, in qualche modo, non mi apparteneva. Quello che c’era non riuscivo a coglierlo, e in attesa di trovare un femminile lontano da ciò che mi apparteneva già, mi perdevo la specificità del mio. Eternamente alla ricerca di ciò che non era mio, mi perdevo ciò che avevo già.
Il messaggio che arrivava dall’implicito era “così non vai bene, devi essere diversa” (con tutto quello che ci può stare dentro un “diversa”). E’ chiaro che la lotta a diventare quello che non sei è una lotta persa in partenza: ti svilisce e ti rende la vita un vero inferno. Sembro brava a dire tutto questo, oggi. Eppure tutto questo ha una radice così salda dentro di me da fare ancora un sacco di fatica ad essere estirpata, a non continuare a germinare, a non spuntare all’improvviso come un’erbaccia (perché mai una rosa cresce lentamente, ed un’erbaccia in un attimo è già grassa e lauta?).
Mi chiedo perché il femminile arriva questa mattina nei miei pensieri, all’improvviso, in mezzo a tanta tristezza e ad un cuore pesante.
Forse è la ricerca della leggerezza. Forse mi ha colpito il paradosso di questo tema che arriva proprio quando il mio corpo si appesantisce della cosa più femminile della storia dell’umanità: la gravidanza.
In questi giorni il mio peso (del corpo, dell’anima) è così evidente che la mia schiena non riesce a stare dritta. Con tutte le conseguenze fisiologiche del caso, non riesco spontaneamente a stare sugli anelli della mia colonna vertebrale, che è quella che per natura dovrebbe reggere il peso della mia postura. Un pò ci sta che il baricentro si sposti per la pancia che cresce. Un pò è che in verità mi pesa l’anima.
Oggi mi sembra strano avere un corpo di donna (mia figlia) dentro un corpo di donna. Mi sembra difficile essere madre femminile di una bambina che diventerà femminile (difficile, impegnativo, ma non impossibile). Mi sento un duplice dovere, verso me stessa e verso mia figlia, di recuperarlo, presto e bene (ché sarebbe anche ora) questo femminile, e di padroneggiarlo quel tanto che basta a farle passare il messaggio che si può fare.
Si dice che noi siamo nel corpo quello che i nostri genitori ci permettono di essere. Vorrei che lei avesse un messaggio diverso, che riuscisse a sentirsi bella più di quanto io non abbia fatto in tutta la vita.
Paradosso nel paradosso, il femminile mi chiama a desiderarlo proprio nel momento in cui è tutto fuorché quello che io ho sempre immaginato e posto come obiettivo irraggiungibile (la leggerezza): peso, curve allargate, seni abbondanti, punto vita non esile, bacino accenutato, numeri che lievitano sulla bilancia e dentro ai vestiti.
La gente mi guarda estasiata e mi ricorda più volte al giorno quanto mi dona questa gravidanza, quanta dolcezza nella mia nuova espressione, quanta bellezza che prima non c’era.
Io ascolto, ringrazio, me ne nutro, un pò ci credo un pò ne dubito. Cammino per strada e respiro di pancia, cercando di sentire il potere di questa mia nuova forza.
Quale femminile, nella mia gravidanza?
La mia taglia small è un ricordo lontano. La mia sagoma allo specchio mi ricorda il serpente che ingoia l’elefante del libro “Il piccolo principe.”
Eppure, continuo a pensarlo, il massimo dell’essere femmina si esprime nell’aumento di peso e di curve che è la gravidanza.
Il corpo si trasforma, prende spazio e concretezza. E’ così che si fanno i bambini. E i bambini sono partoriti al femminile.
Per la prima volta in me, un femminile fertile, pieno, capace di fare: più di quello che io penso, più di quello che ho scelto, più di quello di cui ancora non mi sento capace.

 

Il serpente che mangia l’elefante
tratto da Il piccolo Principe di Antoine De Saint Exupery

 

3 Risposte per “Al femminile”

  1. don Luca scrive:

    Grazie per quello che scrivi, a me prete fa bene leggere i tanti altri lati delle medaglie! Buon tutto.

  2. Chiara 2 scrive:

    In gravidanza non mi ponevo neanche il problema di essere femminile: ero evidentemente femmina, se no mi sarebbe stata risparmiata la camurria della trafila panza/parto/allattamento, ma mi sentivo brutta e volgare.
    La femminilità prende strade diverse per ciascuna di noi. Mia nonna non si depilava ma accumulava stoviglie e biancheria per la casa. Mia mamma non si trucca ma si depila, si mette gioielli discreti e si mette i tacchi. Io non mi metto (più) i tacchi ma mi trucco, mi depilo e amo gioielli etnici ed esagerati. Alcune mie amiche non si sentono donne se non si mettono collant e vestiti stirati, per altre non saprei distinguere i loro vestiti da quelli dei loro uomini; alcune si dedicano a cucina e ricamo, altre non sanno accendere il gas.
    C’è anche chi si sente intensamente femminile nel momento della gravidanza. Altre, come me, in quel momento vorrebbero diventare puro spirito e far passare quei mesi in un attimo.

  3. piattinicinesi scrive:

    capisco cosa senti perché io sentivo un corpo maschile nel femminile e mi sembrava di esere rotonda come il simbolo yin e yang.
    mi piace quello che scrive chiara dei diversi tipi di essere femminile.
    io ho un lato molto selvaggio che ogni tanto viene fuori, che semba maschile ma che forse è femminile puro.
    pensa che in ogni caso tua figlia sarà una persona prima di essere una donna, evolverà in modi che non puoi immaginare, prenderà da te ma anche da altri, rifiuterà te e altri.
    goditi queste sensazioni contraddittorie, vivile fino in fondo, ma alla fine lascia spazio al futuro, perché è quello che ci tira avanti.


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