Nella libertà di esprimer-si

Pubblicato il 23 aprile 2009 da Ondaluna

Da quando sono incinta sempre più mi chiedo il significato dell’essere genitori. Leggendo e ascoltando, senza mai fare domande dirette (di cui non c’è necessità perché ogni mamma, e persino qualche papà, desidera più o meno ardentemente raccontare la propria esperienza), ho sempre assorbito tante parole che suscitavano in me emozioni diverse, qualcuna più calda, qualcuna più fredda, più vicina o più lontana. Nessuna però è riuscita finora a darmi quel senso di completezza e appagamento che ho sempre cercato. Questo perché forse finora ho sbagliato domanda. La domanda a me stessa è “cosa significa PER ME essere genitore? Cosa significa esserlo con storia, una famiglia come la mia?”
E’ una domanda che apre ancora tanto spazio vuoto davanti a me. Come se la risposta non ci fosse.
Probabilmente il motivo è che io sto ancora cercando i perché, ed i perché, si sa, non portano a niente, anzi, probabilmente ritardano l’incontro autentico con me stessa.
Prima di essere parola, immagine, il ricordo è qualcosa di scritto nel corpo.
Ho sempre letto e studiato che sin dall’inizio madre e feto vivono un’esperienza simbiotica di fusione di percezioni sensoriali, e questa cosa, riportata nella mia esperienza iniziale di gravidanza, mi ha subito spaventato. Da un lato mi chiedevo se tutta questa paura sarebbe “arrivata” sotto forma di percezione alla creatura che si annidava dentro me. Dall’altro mi ripetevo che probabilmente poche settimane di gestazione erano insufficienti a caricare quella vita in nuce di tutta quella consapevolezza, percettiva o psichica, tanto da immaginare ripercussioni catastrofiche sulla sua futura vita mentale. Ora, il punto è proprio questo: da quando ho sentito di non essere più sola, ma di dover fare i conti con un coinquilino del mio corpo che cominciava a formare pensieri ed esperienze sul mondo, la mia libertà di pensare le mie emozioni negative mi sembrava definitivamente compromessa: non potevo fare a meno di chiedermi se tutto questo le avrebbe arrecato danno. Ed in fondo, io questo non lo voglio.
Non è forse questo (il prendersi cura) un tema centrale della maternità?
Come essere libere di esprimersi senza tener conto degli effetti relazionali della propria libertà di espressione su una creatura emotivamente dipendente da te?
Io non so se questa preoccupazione tutta al femminile è qualcosa che nasce con la pancia e poi continua, o forse inizia solo dopo, e la si immagina anche contestualizzata nella relazione pre-parto.
Certo è che (non ho concretezze scientifiche su questo e se mi sbaglio spero di essere corretta) i papà questo problema ce l’hanno in misura nettamente inferiore. MisterC mi sembra una persona libera (si, ok: ancora non l’ho visto in relazione con sua figlia, e magari mi ricrederò su questa storia), e non me lo immagino a porsi il dubbio se l’espressione autentica di se stesso può arrecare danno a chi gli sta vicino. Sia chiaro, dico questo in senso buono e assolutamente positivo: anche con me credo abbia sempre fatto così, finora. E tutto questo mi suscita un gran desiderio di poter imparare da lui ciò che mi sembra sano.
In questi giorni, dopo la morte di mio padre, sento tante emozioni dal sapore strano, mi giungono dagli altri parole inconcludenti come “non devi soffrire, devi farlo per tua figlia” (ed io già ai devi mi sento un pò allergica). Capisco le buone intenzioni, ma sono convinta che un evento così cruciale nella vita di una persona non può essere spento come si stacca un interruttore per eliminare l’emozione negativa. Io credo che le emozioni vadano vissute, non soffocate, altrimenti ti tornano indietro come un boomerang quando meno te l’aspetti. E pur non essendomi lasciata andare alla disperazione, nel rispetto della creatura che porto in grembo, ho creduto in questi giorni di non nuocere alla mia bambina rimanendo coerente a quella fede nell’autenticità che voglio mi caratterizzi nella mia relazione con lei. Il dolore non è mai piacevole, ma non avrebbe senso, soprattutto in questo caso, vivere fingendo che non esista. Ed una strana convinzione mi fa credere che la morte di mio padre è una cosa che ci è semplicemente capitata (ad entrambe), che non abbiamo scelto (spesso nella vita certe cose non si scelgono, ma capitano), e lei che è dentro di me la vive filtrata dalla protezione del liquido amniotico che la nutre di vita e di emozione.
Ho letto su un libro: “Il bambino porta con sé un suo bagaglio, delle forze che possono esserti risorsa ed aiutarti. Se la gravidanza cade in un momento difficile per te, conta su di lui: ti può aiutare”.
Come mi sono spesso ritrovata a pensare ultimamente, è strano avere la morte nel cuore e la vita nella pancia. Ma li sento come una delle tante contraddizioni che riescono a coesistere nella gravidanza, come alcune anse che mi è capitato di incontrare nel fiume che sto navigando, ed è come se inevitabilmente mi fosse toccato di mettere insieme l’Alfa e l’Omega.

8 Risposte per “Nella libertà di esprimer-si”

  1. Chiara 2 scrive:

    Bellissime riflessioni. Sappi che continueranno per tutta la vita, o almeno, per me stanno continuando e non accennano a calare, anzi.
    Io credo che, per capire come comportarci, dovremmo semplicemente guardare gli animali: loro non hanno paura né di provare qualcosa né di mostrare che provano qualcosa. Attraverso l’esempio della madre, il cucciolo impara a sua volta a gestire le emozioni.
    Il dolore è brutto, per carità, ma esiste: provarlo è giusto e sacrosanto e altrettanto giusto è mostrarlo ai nostri figli, senza farsi prendere dalla disperazione, come dici giustamente tu. Così come è giusto mostrare la rabbia ma senza trasformarsi in una belva senza freni o la gioia ma senza sembrare invasati.
    Non credo che tua figlia sarà danneggiata da quello che hai provato, né tantomeno che dovresti sentirti in colpa per averlo provato. Ma t’immagini che brutta cosa avere una mamma che non piange per la morte del suo papà? Io mi chiederei se mia madre è capace di amare, non sarei per niente rassicurata.
    La morte è una cosa brutta, ma fa parte della vita e dobbiamo insegnare ai bambini, fin da piccoli, a non considerarla "sporca". Dobbiamo insegnare che il dolore c’è e passerà, altrimenti rischiamo che crescano terrorizzati dalla vita.
    Per quanto riguarda l’essere genitore, nemmeno io che ho 2 figli so che tipo di genitore sarò stasera o domani: si naviga a vista, e la nebbia è tanta.

  2. pensata scrive:

    "Lo devi fare per tua figlia" è una delle cose peggiori che si possa dire in certi momenti, sono sicura che chi te l’ha detto era in buona fede e voleva (a suo modo) solo spronarti ad aver coraggio, in un certo senso a "soffrire di meno" (ammesso che ci sia una misura in queste cose). Dopo la nascita del mio primo figlio sono stata molto male (ne ho parlato in occasione del primo blog cafè) e mia madre mi ripeteva continuamente di non piangere (quelle pochissime volte che mi sono lasciata prendere dallo sconforto) "per il bene di mio figlio". Giuro che l’odiavo quando mi diceva queste cose, avevano l’effetto di farmi sentire ancora più indifesa e in colpa verso mio figlio più di quanto (stupidamente) non mi sentissi già, e quindi invece di darmi forza mi buttavano ancora più giù…solo mio marito mi ha davvero capita, solo lui riusciva a guardare con i miei stessi occhi quella situazione così difficile. Il dolore va vissuto, affrontato e digerito solo così si può andare avanti, e la piccola imparerà a conoscerti anche attraverso questo momento.

  3. ondaluna scrive:

    GRAZIE.

  4. silvietta scrive:

    ….anche la mia è una storia difficile e la gravidanza e’ stata dolorosa e complicata (tant’è che non ne ho parlato fino alla 22^ settimana) ma non mi sono mai negata certi momenti down: li ho vissuti con lei, parlandole e raccontandole perché la sua mamma era tanto giù, e spiegandole quello che potevo delle prove che stavamo vivendo. non ci crederai, ma in lei già adesso si vede uno spirito vitale da lottatrice (e dovevi sentirla spingersi al parto!!). buon proseguimento!

  5. ondaluna scrive:

    Silvietta, che emozione leggere di tua figlia che ti aiutava in questo arduo compito… finora ho sempre pensato di dover fare tutto da sola, immaginare che saremo in due è molto emozionante.

  6. caiacoconi scrive:

    non so cosa aggiungere ai bei commenti che ti hanno già dato. essendo anch’io in preda alle domande sul tipo di genitore che sarò ti posso solo dire che per ora vivo giorno per giorno. quando ho il bisogno di piangere, piango, quando di ridere a crepapelle, rido. sono d’accordo anch’io sul fatto che il dolore è meglio accoglierlo che soffocarlo, anche a me tra i singhiozzi mi hanno detto frasi tipo "adesso non puoi permetterti di cedere perché tutto ricade su di lui" be’ questa frase ha diverse chiavi di lettura, e non si può pensare di trasmettere ai figli quest’ideale di invulnerabilità.. chi lo è? ma, soprattutto, davvero vogliamo esserlo? e vogliamo che nostro figlio non sia scalfito da nulla? perchè poi nulla significa nel bene e nel male.
    quando si viene feriti, si piange. e ben vengano le lacrime.
    ora che ci penso, inconsapevolmente qualcosa gliela sto già insegnando…

    ti abbraccio forte ondaluna

    ps ma hai anche un blog, o scrivi solo qui? bacio

  7. silvietta scrive:

    ondaluna, so che sembra impossibile, ma io il lavoro di mia figlia durante il parto l’ho sentito, eccome!
    intanto durante la notte, nelle contrazioni, e poi quando è arrivato il momento…. da parte mia cercavo solo di non fare resistenza al dolore di spiegarle che quello che stavamo vivendo era il nostro modo di separarci e che solo vivendo una cosa così forte che ci sarebbe rimasta dentro avremmo potuto sviluppare il nostro legame speciale, che ci avrebbe unito per sempre. Noi, e il suo papà, che è stato straordinario al parto..
    ..e lei mi ha preso in parola, spingendo giù con il suo testone. "voglio nascere, mammma, arrivoooooo"… una vera lottatrice!
    ancora in bocca al lupo anche a te

  8. Chiara 2 scrive:

    Ma solo i miei figli se ne sono stati belli tranquilli ad aspettare che la fatica la facessi io? ;-)


Lascia un commento

Parliamone

email facebook friendfeed linkedin rss twitter wmi

Le conversazioni del Village

thetalkinvillage.com

E’ una lunga storia

Scarica il banner!

veremamme

Iniziative