Sliding doors

Pubblicato il 18 marzo 2009 da Mariangela

“Ci stanno provando tutti e non ci riescono, se vogliamo farlo anche noi è il caso che ci proviamo perché non è che venga subito… Poi noi non facciamo praticamente più sesso da anni, faremo ancora più fatica…”

“ E’ vero, qui non stiamo così bene come avremmo pensato quando ce ne siamo andati da Milano, ma è anche vero che ci siamo trasferiti per la famiglia, quindi finchè non ce l’abbiamo non possiamo sapere come si sta…”

Dopo 15 anni insieme, due persone adulte non dovrebbero affrontare ”il” progetto figlio così. Dopo 15 anni insieme di cui 8 di convivenza e 6 di matrimonio o pseudotale bianco, due persone adulte dovrebbero chiedersi se sono fratello e sorella o una coppia. Dopo 15 anni insieme, due persone adulte dovrebbero farsi qualche domanda in più, se lui passa le sere sul divano con la PlayStation e lei leggendo 4 libri alla settimana, se lui passa i weekend giocando a calcio e lei sognando di essere a zonzo per qualche città mai vista. Dopo 15 anni insieme, due persone adulte potrebbero litigare, se lei trova sms compromettenti sul telefono di lui, anziché minimizzare. Dopo 15 anni insieme, due persone adulte potrebbero chiedersi com’è che non hanno litigato praticamente mai.

Invece, succede che decidano – come sopra – di mettere al mondo un figlio. Lui vuole una femmina, lei “gli fa” un maschio. Lei si sente una balena (e possiamo dire che lo è, se giunta ai 96 kg smette di pesarsi), vive la gravidanza malissimo, la infastidiscono tutte le conversazioni che riguardano il bambino. Lavora, lavora fino a tardi, lavora fino all’ottavo mese. Non ricorda di aver organizzato preparativi, le contrazioni arrivano con tre settimane di anticipo e la valigia non è pronta. Vanno in ospedale, poi vengono rimandati a casa, poi tornano, ancora in anticipo. Passano 23 ore e una partita del Milan, ascoltata nella stanza di ospedale, dove lui riesce anche a dormire. Decidono come chiamare il bambino, non ci avevano ancora pensato. Sebastiano piace solo a lei, Alessandro solo a lui, Daniele piace poco a tutti e due. Si chiamerà Daniele. Finalmente nasce, viene consegnato a papà che va a lavarlo. Torna, papà, e dice l’ho chiamato Alessandro Sebastiano, ma se non ti piace siamo in tempo a cambiarlo.

Una persona adulta sana di mente le domande che non si sono fatte prima le due persone adulte nei 15 anni precedenti di cui sopra se le fa.

Mi sono sentita arenata? Spiaggiata completamente. A casa non riuscivo a gestire il bambino, non riuscivo a passarci del tempo. Lo vivevo come una fatica colossale, cercavo di passare meno tempo possibile da sola con lui perché non mi divertivo. Lo amavo, molto, ma non mi sentivo “mamma”. Mi sentivo sola. Ero circondata dalle amorevoli, disponibili, concrete cure e attenzioni della famiglia borghese di lui, da cui negli anni mi ero lasciata adottare, trovando rassicurante rifugio dalla confusione di affetti, lutti e sfighe varie che costituiva la mia, di famiglia d’origine. Poi ho cominciato a chiedermi cosa avremmo trasmesso, a quel bambino. Cosa gli avremmo passato di nostro, che futuro avremmo costruito per lui. E mi è piombata addosso, come un macigno, la consapevolezza del deserto che era diventata la nostra coppia. Della totale incapacità di vederci assieme, anche in un momento dove c’era il più importante dei progetti, appena iniziato. I figli uniscono o dividono, dicono, ma io credo che non esista modo peggiore per prendere coscienza del fallimento di un progetto di coppia di farselo spiegare da un neonato.

Ho provato a parlarne con lui, con quello che non avevo mai avuto dubbi fosse l’uomo della mia vita. Colui che era riuscito a farmi crescere tranquilla, a farmi accantonare la rabbia, a farmi trovare un equilibrio, a farmi capire il valore dell’accontentarsi, di godersi il viaggio senza ambire solo alla meta. Mi sono vista come i suoi genitori, tutta concentrata sugli aspetti pratici della famiglia. Una società per azioni. Ma io volevo essere moglie, complice, amante. Nell’affermarsi della dimensione a 3 volevo ricostruire quella a 2. Peccato che fosse persa, persa completamente. Per lui ero diventata la solida compagna, che si mantiene, che lavora, che risolve gli aspetti pratici. Ero l’uomo di casa, e invece avevo una gran voglia di essere donna. Ho parlato, parlato, parlato. Per mesi ho provato a dire, chiedere, proporre. Urlare e pretendere. Affabulare. Minacciare. Ricordo di aver pronunciato la frase “io e te siamo possiamo essere bravi genitori anche se non stiamo più insieme” che il piccolo aveva compiuto da poco sei mesi.

Io che avevo investito tutto nel sogno di una famiglia normale. Nell’indipendenza economica, che mi consentisse di vivere lontano dalla depressione fagocitante di mia mamma.

Mi sono scoperta fragile, mi sono scoperta ad aver voglia di ammettere le mie debolezze, di coltivarle, quasi. Mi faceva paura essere mamma perché non volevo fare gli stessi errori della mia. Volevo essere felice, perché se non lo fossi stata avevo paura di quanto avrebbe potuto essere infelice mio figlio. Volevo essere compagna e non solo pilastro della vita familiare, e monitoravo cellulari e caselle mail dove scoprivo donne che lo sognavano nudo sotto la doccia e non ero più capace di minimizzare. L’essere madre di suo figlio non mi bastava; mi sembrava solo una scelta comoda da parte sua.

Eppure a quello stadio ancora non capivo, fino in fondo. Lo vivevo con la stessa superficialità con cui ero arrivata fin lì, anni a mettere certe esigenze, certe spinte interiori, come la polvere sotto il tappeto delle conquiste materiali. E con la stessa superficialità ho deciso di rispondere alla complicità perduta con la stessa moneta. Mi sono detta “mi faccio una storia di sesso”. Ho scelto alla cieca, un collega che viveva lontano, visto una volta. L’ho preso alla fine di una riunione a Milano e gli ho detto voglio una storia di sesso con te.

Lui non l’ha presa sul serio. L’ha presa molto seriamente. Mi ha detto “non so molto di te, ma una cosa è abbastanza chiara, sei appena rientrata da una maternità”. “Sì, è vero. Lui è l’uomo della mia vita”. Non mi ha nemmeno baciato, scuoteva la testa e rideva. Non se n’è fatto nulla.

Abbiamo iniziato a parlare, a scambiarci mail e telefonate, e parlando con lui mi sono guardata dentro. Era il mio specchio, leggevo le sue ferite e scoprivo e capivo le mie. Al mio compagno ho detto “mi sto innamorando di un altro”, lui mi ha risposto “lo sai che ci sono passato, devi andare fino in fondo”. Lì ho capito che non c’erano speranze, lì ho capito che ero troppo in là, che la mia felicità stava altrove.

E’ stata durissima, per me e per Alessandro. Il collega. Mio marito. Alessandro Sebastiano ha una sorellina. Siamo ancora sulle onde, su e giù, ma non ho più il miraggio dell’equilibrio. Di mulinobianco ne ho avuto abbastanza.

6 Risposte per “Sliding doors”

  1. Flavia scrive:

    ouch
    mi siedo un attimo nell’ufficio di Milano per una 3-giorni impegnativa e vengo travolta da te!
    non credo di voler commentare ora, piuttosto ho la testa piena di domande per capire meglio come sono andate e stanno andando le cose. le rumino un po’ e poi tornerò. ma intanto un grazie enorme

  2. Laura.ddd scrive:

    L’ho già letto tre volte, mi ha colpito molto la tua storia, e questo, su tutto, mi rimbalza: "il sogno di una famiglia normale" , "accantonare la rabbia" , e gli
    " anni a mettere certe esigenze, certe spinte interiori, come la polvere sotto il tappeto delle conquiste materiali".
    Ma questa balena adesso sta nuotando!

  3. lorenza scrive:

    (Credo) grazie per il coraggio di non esserti arresa, e di non aver svenduto il futuro. (Credo anche) che Alessandro ti ringrazierà per questo, presto o tardi.

  4. Mariangela scrive:

    Grazie, a tutte, di cuore. Sto nuotando, sì, ma non è mare calmo, come lascio intendere nelle ultime righe sono onde da surf, per me e per chi mi sta vicino. Mi ci sarebbe voluto un altro post per raccontarvi "il risveglio", per ora vi ho reso partecipi della parte "anestesia". Diciamo che per il risveglio aspetto il bc comico annunciato da Flavia, almeno la butto sull’autoironia ;-) e vediamo anche se ho imparato qualcosa, con tutto ‘sto coaching!!! LOL
    Flavia… aspetto! Lo so, ti ho sorpreso, fin qui era prevalso il lato k-comandante ho-tutto-sotto-controllo, eh? E’che il maschio che c’è in me non l’ho ancora sfrattato del tutto!!!
    Torno presto a commentare, ci sono moltissimi altri post che anche a me hanno tolto uno strato di pelle, è che oggi se passo di qui mi vengono dei lacrimoni…..
    Un abbraccio a tutte

  5. Flavia scrive:

    è che al di là delle storie particolari di ciascuna, sto scoprendo che abbiamo molto in comune, Mariangela, e in fondo lo sapevo
    (quel maschiaccio "ho tutto sotto controllo" per esempio…? ouch, e due!)

  6. Ondaluna scrive:

    "Siamo ancora sulle onde, su e giù, ma non ho più il miraggio dell’equilibrio. Di mulinobianco ne ho avuto abbastanza".

    Come sanno essere meravigliose le parole che scelgono le donne che hanno attraversato la tempesta.


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