Rompere la solitudine ed il silenzio del dolore

Pubblicato il 10 marzo 2009 da Ondaluna

Sono una di quelle donne che davanti ad un test di gravidanza positivo ha sgranato gli occhi per l’incredulità. Sì, una di quelle che non stavano affatto cercando una gravidanza, ma che quando ha detto “non può essere” si è sentita il mondo gridare dietro “di certo tu c’eri ed eri consensiente”. Ma sono annche una donna consapevole che la propria visione a volte disincantata della gravidanza non è una cosa che le donne facilmente si consentono di raccontare.

La difficoltà di fingere di essere quella che non sono mi ha sempre accompagnato, e quindi, anche adesso, al quasi quinto mese di gravidanza, quando mi chiedono qualcosa su come sto (e magari vogliono che mi attenga a informazioni esclusivamente “fisiche”) il racconto sul mentale che accompagna il vissuto del mio corpo tante volte riesce sgradito a chi è madre o ancora lo deve diventare.
Ho capito che c’è qualcosa di spaventoso in una donna che, alle soglie della maternità, dice di essersi sconvolta davanti al compito di accettare un figlio che non ha cercato.
Io sono felice di averlo detto, di essere passata attraverso questa sofferenza che taciuta mi sarebbe rimasta dietro come una ferita non ben cicatrizzata, e di essermi permessa di scoprire il positivo attraverso un’esperienza “traumatizzante”.

Ho scoperto che in questo c’è una parte che appartiene solo a me, e alla mia storia personale, ed una parte che è comune anche ad altre donne.

Quella che appartiene a me è una maternità arrivata in un momento in cui non è stata scelta, e quindi non ha avuto la possibilità di essere programmata, non tanto nei fatti, quanto nei pensieri: significa che la mia situazione familiare, che spesso mi ha fatto sperimentare la solitudine dei miei vissuti e la difficoltà a costruirmi un futuro professionale, ha avuto il suo peso anche nel mio progetto familiare e di donna. Come se dovermi occupare di un padre malato e di una madre bisognosa assorbisse tutte le mie capacità di prendermi cura, che non potevano -ancora- essere rivolte verso la generazione futura perché troppo impegnate verso quella passata.
Questo mi ha costretto a dare un colpo di accelleratore davanti alla nuova situazione che si è presentata.
Ma la prima reazione è stata di panico, perché ho fatto molta fatica a “ripensare” un modo nuovo di vivere la mia quotidianità che facesse posto ad altro senza togliere spazio al tanto lavoro che c’era già e che già mi assorbiva completamente.
Mi sono ritrovata a pensarmi sola, senza un sostegno familiare, ed immaginata così anche nel prossimo futuro. Ma ho capito che, pur non volendo, non potevo continuare a sommare, come avevo sempre fatto, ma dovevo, per la prima volta dopo tanti anni di crescita, cominciare a togliere qualcosa per fare spazio al nuovo: che significava riprogrammare il lavoro, occuparmi meno della mia famiglia di origine, tutte cose necessarie dal momento che ho capito che non avrei ottenuto il dono dell’ubiquità.
Quando l’amore e il senso del dovere guidano la programmazione quotidiana di queste cose, fai fatica a pensare che devi farti da parte per impegnarti su un altro fronte, ed è questo che mi ha spaventato. Ma giorno dopo giorno è diventato possibile pensarlo, e questo renderà possibile farlo, senza sentirmi per questo “inefficiente” o “un’abbandonatrice”.

Questa è una parte della storia.

Quella che mi accomuna alle altre donne riguarda invece il poter riconoscere il “terremoto” che è una gravidanza, a prescindere dal fatto che si sia scelta o meno. E’ la possibilità di raccontare che ci si sente realmente impreparate a prescindere dal fatto che la si ama o la si vuole.
A volte purtroppo dire “ho paura” equivale (nella mia esperienza recente) ad ammettere una colpa che dal mio punto di vista è inesistente. Perché quando si pensa alla nascita di un bambino, gli altri, la gente che vuole sapere come stai, pensa già proiettando sull’immagine di un tenero frugoletto che NON PUO’ non istigare emozioni di tenerezza! Ma non si rendono conto che quello è il dopo, e soprattutto che non è ancora arrivato. Per arrivare a quello, una donna passa da un periodo tutto sommato molto breve come il susseguirsi delle settimane di gravidanza, che è fatto di una serie di stravolgimenti fisici e mentali che sconvolgerebbero il più normale degli esseri, e certe volte le paure e i dubbi sono talmente semplici e concreti da essere disarmanti per la loro banalità, ma non per questo meno veri.
E’ qui che il sostegno e la condivisione diventa importante: delle altre donne, della propria famiglia, del proprio compagno, e anche di figure professionali competenti (che non si prendano però solo cura del corpo medicalizzato, misurato, pesato, e di tutto ciò che è visibile, ma anche di una mente “invisibile” che si deve “allargare” proporzionalmente alla pancia!).
Potere dire, a me stessa e a qualcun’altro, che il mio inizio è stato un terremoto (nonostante questo mi abbia fatto criticare molte volte dai miei interlocutori) mi ha dato la possibilità di cominciare a pensare come affrontarlo, e sta cominciando a farmi sentire forte ed efficace. E sentire la propria forza è un elemento indispensabile per una donna che deve partorire e diventare madre.
Quando si possono raccontare i dubbi e le paure, allora si possono anche elaborare delle risposte, da noi stessi o dagli altri, ed è questo che mi porta ad ammettere senza vergogna i miei sentimenti.
Vi racconto tutto questo perché il mio pianto dei primi giorni ha sempre fatto, finora, uno strano effetto sugli altri, ed ha portato tanta gente a pensare che sarei stata una pessima madre, una donna senza istinto di maternità, ed un’ottima dispensatrice di una vita di follia alla mia futura creatura.
E nonostante tutto non smetto di raccontarlo (almeno alle persone che reputo più intelligenti), perché ho imparato che non esistono cattive storie, ma solo dei racconti di vita che cercano (e alla fine sempre trovano) le loro parole per esprimersi.
A volte il finale è imprevedibile.
A volte il lieto fine non è preannunciato dalla colonna sonora di sottofondo.
Ebbene, io ora nel mio lieto fine (che non significa che tutto andrà sempre liscio e che “vivremo per sempre felici e contenti”) comincio a crederci, ed è per questo che ammetto senza vergogna pensieri, sentimenti e contraddizioni della gravidanza.
Sono pronta: non a diventare madre, ma a cominciare a camminare, e a pensare quello che prima per me era impensabile (sottotitolo “come si fa a essere quello che ero prima e a diventare anche qualcosa di diverso”).
Alcuni cambiamenti avvengono gradualmente, altri invece si impongono all’improvviso. In entrambi i casi può essere facile o difficile trovare un modo di attraversarli, ed io ho solo trovato il mio. Non penso che la mia paura iniziale farà di me una cattiva madre, o mi renderà incapace di amare, perché sto imparando a stimarmi anche nelle mie emozioni contraddittorie (che poi ho scoperto non essere solo mie).
L’essere madre è qualcosa che si impara gradualmente, attraverso il tempo, ed è per questo non si arriva mai pronte ad esserlo: non c’è un momento giusto né uno sbagliato, ci sono giorni facili e giorni difficili, e reazioni diverse da donna a donna.
Lo dico a chi non è madre, per incoraggiarla a trovare la propria strada, ed il proprio modo di esserlo, se lo si vuole, e per non far pensare che nella mia storia esista solo il dolore.
Lo dico anche a chi è madre, o lo sta diventando, per condividere una storia che per me è iniziata forse in un modo diverso, ma che non per questo non ne condivide tutta l’emozione.

La vita è fatta di questo, di gioia e di dolore, e questo credo sia l’insegnamento più importante per un figlio: che una mamma “vera” è una mamma che impara crescendo, che a volte soffre e a volte è felice, ma non per questo smette di amare.
Se riuscirò ad insegnare alla mia creatura l’importanza di essere sempre se stessi, integri e coerenti, con onestà, mi riterrò già una donna (ed una mamma) fortunata. Anche se non avrei mai pensato di dirlo. Ma a volte la vita và così: non immagini cosa ci sia dietro quella porta, finché non ti si spalanca davanti aprendoti la strada per un nuovo viaggio.

All’inizio di questa gravidanza mi sono sentita arenata, è vero, e la vita mi sembrava improseguibile.
Non so chi mi abbia salvata, o forse so da quali fonti è arrivato il sostegno e l’amore (forse le più impensabili e le meno scontate, ma che non avrei trovato senza il coraggio di gridare la mia verità ed il mio dolore).
Auguro a tutte voi una buona avventura, a ciascuna la sua, e mi auguro di essere sempre disponibile ad ascoltare i racconti delle donne, fatti di giorni migliori, di giorni peggiori, ma sicuramente “vostri”.

6 Risposte per “Rompere la solitudine ed il silenzio del dolore”

  1. Flavia scrive:

    Cara Ondaluna, sono talmente tante le cose che mi colpiscono della tua storia che un semplice commento è difficile e non basta… E’ bello il modo in cui ti stai impegnando per trovare la TUA strada, è bellissimo quel "togliere qualcosa anzichè aggiungere", (non ci avevo mai pensato, ed è un profondo insegnamento), e poi il fatto che nel lieto fine cominci a crederci e che sei pronta a metterti in gioco ed imparare…
    Sei una futura mamma molto, molto Vera in tutte le tue parole, torna a raccontarci spesso!

  2. Marilde scrive:

    Mi piace tanto l’immagine della porta che si spalanca, a volte in modo imprevisto, mi piace pensare che ci sono strade che non scegliamo consapevolmente ma che decidiamo di proseguire. La curiosità, il nuovo, fare i conti con le cose non sempre controllate credo sia ciò che ci fa crescere di più nella vita. Ci mette di più alla prova, dobbiamo attivare risorse magari impensate prima. Ci misuriamo con noi stessi. C’è qualcosa di più interssante nella vita?
    Hai scritto un bellissimo post. Ciao!!

  3. Chiara 2 scrive:

    Vedi cosa c’è, Ondaluna? C’è che la maggior parte delle cose che scrivi avrei potuto scriverla io, sia alla prima sia alla seconda gravidanza. E sì che entrambi i miei figli sono stati cercati.
    Il fatto è che da qualche decennio c’è un immenso tabù sulla maternità. Le nostre nonne, contadine che non avevano scelta se non rischiare la vita a ogni figlio (e un figlio a ogni rapporto), non avevano una visione così idilliaca della gravidanza e dell’essere madri. Esattamente come non ce l’ha la mia gatta o una delle mie mucche.
    A me l’idea di trascinarmi dietro un corpaccione pesante e sgraziato non sembrava né romantica né tenera. Piena di dolori com’ero, la mia attesa non mi sembrava dolce. Il fatto di partorire e allattare con dolore non mi è mai sembrato un lieto evento, semmai un’eroica resistenza. Il mio secondo figlio, appena nato, mi pareva un nano da giardino e la sua esistenza mi è parsa di una noia mortale fino ai 3-4 mesi.
    Oggi mi diverto con i miei figli, mi interesso di pedagogia anche per cercare di proporre attività belle e costruttive (anche per me), sto volentieri con loro e li rendo partecipi il più possibile della mia vita.
    Ma non si tratta di una conversione: si tratta, come dici tu, di un percorso che abbiamo fatto tutti e 4. E che diventa sempre più bello se allargato ad altri amici, ai nonni, agli zii. Così la famiglia cessa di essere un luogo chiuso per aprirsi al mondo e permetterti di essere tu in ogni tuo aspetto.

  4. Mamma in 3D scrive:

    Hai scritto delle cose molto belle, che rivelano un percorso ricco e profondo.
    Fra pochi mesi quella porta ti si spalancherà, e quello che ora è un pensiero sarà una realtà, forse anche ingombrante, sicuramente travolgente.
    E’ vero: la tua quotidianità e anche la percezione di te stessa andranno ripensate e reinventate.
    Però anch’io, leggendo le parole di cui sei capace, nel tuo lieto fine ci credo!

  5. Mariangela scrive:

    Ho letto in questi giorni tutti i tuoi commenti, oltre al tuo post, e trovo che tu abbia una straordinaria sensibilità nei confronti degli altri e una consapevolezza di te stessa che molte di noi hanno cercato e più o meno raggiunto solo DOPO aver vissuto la maternità. Penso che ti sarà d’aiuto partire da questo livello di conoscenza di te stessa e delle tue esigenze, costruiscici intorno la tua forza. E se dovesse venire meno la sintonia con te stessa (il terremoto è solo all’inizio, come ben sai!) non ti spaventare, fermati e cerca questo patrimonio dentro di te. In bocca al lupo!!!

  6. ondaluna scrive:

    Flavia, Marilde, Chiara, Mammain 3D e Mariangela, GRAZIE.
    Per il sostegno, per il vostro affetto, per la vostra testimonianza, per aver seguito quello che scrivo, e per i complimenti che mi fate. Non so quanto sono straordinarie le mie parole, io in realtà mi sento ordinaria e "in buona compagnia" di chi come me attraversa un percorso non facile. Non so quanto è profondo il percorso che ho fatto finora, io trovo che sia solo una parte, e nemmeno la più ricca, di quello che devo ancora fare.
    Quando mi scrivete queste cose mi sento un pò fortunata: del cammino fatto fin qui, e, perché no, dei passi che mi hanno portato fino a voi. Sono fiera di poter condividere la mia storia, e mi auguro che questo sia un luogo ed un modo per poter condividere una solitudine che per troppo tempo (ma per fortuna non così tanto da schiacciarmi) ha rischiato di ferirmi indelebilmente.
    Ho trovato un modo (il mio) per venirne fuori, ma non ho ancora completato questa sfida.
    Chiedo il vostro sostegno, il vostro aiuto, la vostra buona parola nei momenti difficili (perché ce ne sono, sapeste, ancora così TANTI!).
    Sentirsi soli è la cosa più disperante del mondo.
    Voglio credere che questo per me sia l’inizio, e non un punto di arrivo. E voglio sperare di aver trovato delle VereMamme come compagne di viaggio.


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