Quello che funziona per te

Pubblicato il 22 marzo 2009 da admin

“Success is doing ordinary things extraordinarily well” (J. Rohn)

Avevo appena concluso che nella vita è più produttivo concentrarsi sulle proprie capacità migliori, e avevo appena parlato di aree di “forza” e di “debolezza”, quando mi imbatto in un articolo di Fortune che sembra dire esattamente il contrario. L’origine della grandezza di alcuni straordinari talenti, dallo sport al business, sarebbe la pratica ripetuta e ragionata per migliorare costantemente. Non mi scoraggio e cerco di capire cosa vuol dire. Allora, la tesi di fondo è interessante: il concetto di talento naturale è sopravvalutato e non è dimostrato dalla genetica, mentre sono la pratica e l’autoformazione continua che producono i livelli più alti di performance. Quindi nessuno dovrebbe rinunciare a migliorarsi continuamente adducendo scuse come “tanto sono negato “.

Cosa significa “deliberate practice“? Significa:

- essere specifici negli obiettivi che ci si pone

- applicare un alto livello di consapevolezza a quello che si fa, insomma non badare solo a portare a casa un risultato, ma anche al processo con cui lo si raggiunge, in modo da perfezionarsi in seguito

- Osservarsi profondamente, osservare il modo in cui pensiamo e reagiamo, darsi feedback continuo, e quindi correggersi. Meglio ancora se qualcun altro ci da’ feedback, dato che potremmo non essere sempre obiettivi. E chiedere feedback è, si sa, una faticaccia immane.

La cosa ha delle implicazioni nel modo in cui andrebbero considerate le “inclinazioni naturali” di un bambino, oltre che le nostre? Forse sì, se il messaggio positivo da trasmettere diventa: sei potenzialmente in grado di fare qualsiasi cosa, hai sicuramente delle ottime capacità in te, quindi tirale fuori e allenale con costanza se desideri diventare bravo.

Fortune conferma: la differenza tra uno bravo e uno mediocre? Non è il talento innato, è il volerlo fortemente, e il crederci.

Tutto ciò non si applica solo allo sport o alla musica o alla scuola, ma a tutto.

Inoltre, chi vuole e sa migliorarsi continuamente non ha paura di ritrovarsi nelle situazioni in cui non è andato particolarmente bene in precedenza, anzi le ricerca (penso con un brivido a tutte le volte che mi sono tirata indietro, per esempio nelle relazioni interpersonali: magari un momento di tensione o di imbarazzo con qualcuno, e da quel momento lo evito come la peste. Ma ho anche degli esempi positivi per fortuna: colleghi con cui il primo impatto è stato una litigata clamorosa, e con cui dopo ho sviluppato un feeling speciale, forse proprio grazie a quella litigata).

La mia conclusione personale…: bisognerebbe applicare i principi dell’autoformazione consapevole, le tecniche della deliberate practice, alle attività che intraprendiamo con passione, a quelle attività in cui crediamo e in cui vogliamo essere bravi (ecco, allora, mi dispiace per il salentino e darò purtroppo ragione a Piattini ma non comincerò dalla cucina, che non mi invoglia – tranne quelle poche specialità già sperimentate…  Eppure un giorno potrei benissimo arrivarci, dato che “non è per me” è solo una scusa temporanea per evitare dello stress).

Allora, focus sulle aree di forza? O sulle aree di debolezza? Sembrerebbe un problema mal posto: focus su quello che vuoi veramente. Aree di forza e di debolezza rischiano di diventare, se prese in senso troppo letterale e statico, solo delle caselle in cui noi stessi ci autolimitiamo.

Insomma: focus su quello che funziona meglio per te.

 

8 Risposte per “Quello che funziona per te”

  1. Marilde scrive:

    Bellissimo post Flavia. Arieti, uno psichiatra che si è a lungo occupato di creatività, di talento, ha sottolineato che tra i vari ingredienti necessari quello importantissimo è la disciplina. E io credo che le parole disciplina e rispetto, che avevano assunto una connotazione quasi negativa, abbiano davvero bisogno di essere ripristinate un po’. Nella loro giusta misura, certo. Ma bisogna riportarle al loro valore e alla loro importanza.

  2. piattinicinesi scrive:

    mi sento chiamata in causa. non tanto per il riferimento alla cucina (se ne fa a meno di cucinare, con molta tranquilità) quanto per il concetto di disciplina, che è fondamentale.
    le migliori intuizioni, la creatività debordante senza la disciplina che ti costringe a satere seduto alla sedia (allo strumento, al pennello, ma anche al problema sul lavoro) non sarebbe niente. le grandi opere si realizzano col sudore della fronte. da tempo pensavo di scrivere qualcosa in proposito e credo che lo farò a breve.

  3. Isa scrive:

    Concordo pienamente sulla conclusione. Sono convintissima che il più delle volte, i limiti, ce li poniamo noi stessi, per pigrezia, per mancanza di fiducia in se stessi, per assenza di incoraggiamento altrui, o addirittura per ribellione a pressioni altrui troppo forti (qui penso ad alcuni giovani a scuola che rinunciano per ribellarsi contro i genitori o professori)… insomma, sono dell’idea che quasi tutto è possibile quando lo si vuole, basta crederci e impegnarci! mi piace molto il "when there’s a will, there’s a way" inglese ;-)))

  4. MammaNews scrive:

    questa tesi è interessante. spesso mi pongo dei limiti e mi giustifico con me stessa dicendomi che in fondo non è indispensabile essere capace di fare tutto e che se non mi sento portata per la cucina non fa niente se non lo diventerò mai.
    di certo bisogna mettere molta disciplina per andare avanti nel tentativo di ottenere ciò che si vuole. passione, entusiasmo e autodisciplina sono i tre fattori che possono essere indispensabili nel raggiungimento di un obiettivo. e possono coesistere ed essere efficaci solo se la cosa da ottenere o il traguardo da raggiungere in qualche modo ce li sentiamo addosso veramente.
    Forse la parte più difficile è proprio l’autoconoscenza e l’accettazione dei propri limiti.
    baci
    francesca

  5. Flavia scrive:

    grazie
    @Marilde per il concetto di disciplina…giustissimo
    @Piattini, infatti nel tuo commento ritorna la creatività come caos…organizzato
    @Isa mi fai riscoprire quel famoso detto, con un valore nuovo
    @Francesca porsi degli obiettivi in cui si crede veramente è la prima cosa!

  6. Chiara 2 scrive:

    Anch’io sono convinta che il talento, senza la disciplina, non valga molto. Però credo fermamente che il talento esista, o perlomeno che fin da molto piccoli noi sviluppiamo delle preferenze per alcune attività e queste preferenze ci accompagneranno per tutta la vita, nel bene e nel male.
    Prendiamo il mio esempio: da piccola, per mia inclinazione e probabilmente per mancanza di stimoli diversi, ho sempre amato attività sedentarie, come la lettura e la scrittura ecc. A 26 anni ho scoperto la danza, ma a quel punto non sarei stata più in tempo per diventare una danzatrice veramente brava: il mio corpo non si è mantenuto elastico negli anni giusti e, anche se sono molto migliorata in questi 7 anni, non potrò mai recuperare la flessibilità che ho perso. Potrò compensare con la teoria, ma non sarò mai più che una ballerina di livello intermedio, nemmeno con uno sforzo sproporzionato ai risultati.
    Penso che a volte il nostro cervello prenda le stesse derive del nostro corpo, e ci vorrebbe uno sforzo smisurato per eccellere in un campo che fino a 30 anni abbiamo sempre ignorato. Potremo superare la repulsione, OK, ma non progredire come se ci fossimo sentiti "portati" fin da subito.

  7. mah.
    per me talento, disciplina, auto/consapevolezza, creatività, rigore, caos, osservazione, aiutano ad arrivare agli obiettivi.
    credo che il dosaggio sia assolutamente individuale.
    ma il catalizzatore sono gli altri.
    gli sono il feedback che può/potrebbe aiutarci nell’individuazione di obiettivi nostri, quel "qualcosa" per cui la fantasia si scatena, e la disciplina è necessità (persin) piacevole.

  8. Laura scrive:

    Condivido e rilancio l’osservazione di Monica. Dopo dieci anni di lavoro in team mi trovo a lavorare da sola. All’inizio ho apprezzato la diminuzione dello stress, la libertà nell’organizzare il mio tempo, ma nel tempo la motivazione è declinata e la noia prende il sopravvento. E a quel punto la discipline diventa davvero un esercizio molto difficile.


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