Moby Dick, il capitano Achab e la lezione antispiaggiamento

Pubblicato il 22 marzo 2009 da piattini cinesi

D’accordo, ora tocca a me.

In fondo l’ho lanciato io il tema della balena arenata, o no?

E si sa che quando uno lancia questi temi non è mai per caso.
Perché di spunti presi dall’attualità a cui attingere ce ne erano davvero tanti.

Ma tra tutti mi ha colpito la foto delle balene.

Sarà stato lo sguardo, spaesato e triste, oppure quella mole esagerata che ne ingombrava i movimenti, sarà stato il sapore granuloso della sabbia in bocca o l’attesa (inutile) di un qualche ambientalista coraggioso che le venisse a salvare.
Non so.
Ma io mi sono rivista in loro.

Nella mia vita lo spiaggiamento è quasi un topos letterario.
Un’abitudine ricorrente. Una coperta di linus dell’esistenza.

E non solo come madre.

Perché il mio primo spiaggiamento risale all’adolescenza.
E da lì è stato tutto un’annaspare di pinne e spruzzi d’acqua, alla ricerca della corrente giusta.
Che guarda caso passava sempre un po’ più in là.

Però qualche anno fa ho avuto una lezione esemplare.
Arrivata come uno schiaffo da un maestro inaspettato.
Chi era?
Ma il capitano Achab, e chi se no?

Il capitano Achab per tutti era il mio capo servizio in rai.
Ma io che conoscevo la sua vera identità ne stimavo la forza, e la resistenza al dolore, temendone al contempo gli scatti d’ira, rapidi e devastanti come le tempeste al largo delle coste equatoriali.

La nostra missione era mettere su un canale intero in pochi giorni. Il direttore dell’azienda aveva dichiarato in conferenza stampa che le trasmissioni avrebbero avuto inizio il 26 aprile e noi, a costo della vita, il 26 aprile dovevamo andare in onda.

“Ce la farà con un bambino piccolo?” mi aveva chiesto il direttore del canale.
“Certo” avevo risposto io.
Non si rifiuta impunemente un contratto Rai, neanche se hai un bambino di 14 mesi, perché oltre al bambino hai anche una casa e numerose spese accessorie.
E poi quello era il mio lavoro. Quello che avevo sempre sognato.
Parlare del mondo arabo.
Che poi non ne parlassi io direttamente, ma che dovessi solo organizzare tutto, era un dettaglio.

“Sarete in due” aveva detto il direttore “e vi aiuterete. L’altra è una ragazza libanese”
Così aveva detto, però la verità è che ero sola.
Purtroppo il direttore non aveva fatto i conti con il decreto flussi e il permesso di lavoro per la seconda assistente non era arrivato.

Passavo a Saxa Rubra 16 ore al giorno, compresi sabato e domenica.
Compreso il 1 maggio.
A volte mi domandavo se non mi convenisse dormire lì direttamente.
Sarebbe stato meno faticoso.
A casa, la notte mi mettevo nel letto accanto a mio figlio e ne annusavo l’odore, ne ascoltavo il respiro.
La mattina uscivo presto, lo lasciavo al nido, e ricominciavo a correre per i corridoi.

Il capitano Achab mi inseguiva.
Arringava la ciurma, sguainava la sua frusta, tremava di rabbia e di impotenza per essere anche lui vittima di quel gioco al massacro, di quelle logiche di potere che facevano comodo ad altri.
Non sapevamo niente. Non ci avevano detto niente.
Dovevamo inventarci tutto, e combattere l’ammutinamento selvaggio dei giornalisti.

Resistetti un mese.
Poi crollai.

Sulle scale di ferro del cortile interno dell’edificio F, secondo piano, scoppiai in lacrime.
Piansi dignitosamente ma con rabbia, sperando con tutte le mie forze che il capitano Achab, seduto davanti a me, capisse l’enorme ingiustizia di quella situazione e, almeno lui, si commuovesse.

Ma il capitano Achab non si commosse.
Temprato da anni di viaggi e tormente, il corpo e l’anima tatuati di cicatrici mai del tutto guarite, Achab conosceva la vita, e anche la Rai.

“Sei tu che devi dire basta” disse solo “nessuno avrà pietà di te, e finché farai quello che ti chiedono di fare continueranno a chiedertelo, senza preoccuparsi se sei stanca, infelice o stai schiattando di fatica. Tanto se schiatti, si troveranno qualcun altro. Quando non ce la fai più, o meglio prima di arrivare a non farcela più, fermati. Questa è una lezione che ti deve servire sempre, e non solo qua dentro”

Questo solo disse Achab, e aveva ragione.
Una ragione immensa.
Da allora cerco sempre di fermarmi un attimo prima di crollare, perché so che crollare non servirà a nessuno, e tanto meno a me.

Però da quel giorno cambiammo il palinsesto e facemmo in modo che la domenica ci fossero solo repliche, i tecnici potessero fare il lavoro al posto mio, e io potessi restare a casa.

Perché non si può fare tutto da soli, bisogna imparare a chiedere aiuto agli altri.

Perché Achab in fondo era umano e i tecnici delle persone straordinarie, che mi sono stati sempre vicini .

(In quanto all’azienda, non poteva certo rischiare una causa per avermi fatto lavorare più di un mese senza interruzioni, no?).

6 Risposte per “Moby Dick, il capitano Achab e la lezione antispiaggiamento”

  1. Laura.ddd scrive:

    Bello Piattini; il mio capitano Achab si chiama Cefalea e, paradossalmente, oltre a essere la tortura della mia vita, è diventata anche la mia sentinella: quella che mi fa capire quando è ora di fermarmi.

  2. Mariangela scrive:

    Importantissimo insegnamento, la sentinella. Da aggiungere al "come se ne esce?" del post di Lorenza, anche. Ognuna di noi ha la sua, o può scoprirla. E’importante imparare ad ascoltarla, chiedere aiuto, prima di tutto a noi stesse, prima di farci del male, prima di diventare troppo "potenti". Perchè fra i trade off della maternità penso ci sia molto forte questo, impotenza da una parte e superpoteri dall’altro. E stare in equilibrio è una cosa che impariamo col tempo.

  3. mammamanga scrive:

    giusto piattini. fermarsi. e chiedere aiuto.
    Ho un sacco di cose da segnarmi per non sbagliare ancora :)
    grazie!!!

  4. Flavia scrive:

    Saper dire di no, dolcemente ma fermamente, è la prima capacità fondamentale da acquisire se si vuole riitrovare il controllo del proprio tempo… dobbiamo scriverci varie puntate sull’argomento, Piattini… preparati :)

  5. piattini cinesi scrive:

    quella è una lezione che ho imparato per sempre, e mi è stata utile, anche se l’ho imparata dolorosamente e sulla ia pelle, infatti quando non mi fermo io si ferma il mio sistema immunitario, facendo un corto circuito.
    diciamo che le sentinelle non mancano…

  6. Raperonzolo scrive:

    E’ vera questa cosa del sistema immunitario. Direi che è lui ill mio Achab. Io mi sono resa conto del mio tracollo non perché avevo scatti d’ira furiosa, non perché piangevo in continuazione, ma perché ho cominciato ad ammalarmi senza continuità di sorta: bronchiti, otiti, orticarie, congiuntiviti, eczemi. Tutto, tutto insieme.


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