La prognosi è riservata

Pubblicato il 18 marzo 2009 da Marilde

“La prognosi è riservata”. Così disse il pediatra che aveva visitato i miei figli nati da poche ore. Aprì la porta della stanza in cui oltre a me c’erano altre due madri e a voce molto alta domandò: ”Chi di voi tre è la mamma dei gemelli”?

“Io”, risposi un po’ basita dal suo modo di fare. Avevo scelto quell’ospedale più lontano da casa perché il reparto maternità permetteva la presenza dei padri in sala parto. Come fosse il reparto pediatria lo scoprii in quel momento. Quel medico non entrò nemmeno nella stanza, buttò la bomba così, dalla porta, e se ne andò.

In realtà erano semplicemente due cuccioli nati prima del tempo, che andavano tenuti sotto osservazione più attenta di un bambino nato a termine. Non avevano problemi respiratori o altri tipici dei nati prematuri, e pur essendo solo la 33esima settimana di gestazione pesavano due chili e due etti ciascuno: oggi non sarebbe nemmeno necessaria l’incubatrice. Quella frase mal detta fu il primo spartiacque. Non mi arenai subito.La mia giovane età, l’aver desiderato e scelto di diventare madre, e allegramente accolto la notizia della gravidanza gemellare, dopo che il primo figlio era stata un’avventura divertente, mi avevano sostenuta per un bel pezzo. Dopo, solo dopo un po’ le scorte energetiche, l’entusiasmo, avevano lasciato il passo a quelli che io definisco i miei anni da Urlo di Munch: dai 24 ai 30. C’è una fotografia di quel tempo che descrive perfettamente la situazione: un bambino di tre anni e due di un anno seduti a terra che giocano, ridono, la pelle colorata di chi è spesso all’aria aperta, ben nutriti, solari, e poi c’è una specie di fantasma che assomiglia a me, e negli occhi una domanda: E’ questo esser madre? E’ fare i conti con questa fatica, con questa assenza di aiuti, o comunque pochi e certo mai abbastanza? Un’esperienza forte che con una rete sufficiente avrebbe potuto essere semplicemente un periodo difficile e invece ricordava un famoso dipinto. Ma non era la sequenza infinita di pannolini, biberon, sonni interrotti o mai iniziati, che mi mettevano in difficoltà. Alla mia amica che mi regalava libri dicevo: ma non c’è un libro per le madri? Non voglio più questi libri su come crescere i bambini, io lo so come crescere i bambini, non so come crescere me stessa. Mi inquietava l’assenza di futuro per me, che sottintendevano le parole di troppe donne con i loro mantra sul fatto che non ne sarei mai uscita, che avrei pagato cara la follia di volere figli così giovane. Che il mio futuro sarebbero stati i miei figli. Solo loro. Per me nulla. Cominciai a crederci anch’io, cominciai a pensare che non sarei riuscita a riprendere gli studi- non sapevo ancora quali ma sapevo che volevo continuare a studiare- e temevo che sarei diventata una di quelle donne scontente che per placare la rabbia di una vita sprecata fingono di consolare donne che attraversano momenti difficili. Invece consolano se stesse per non aver osato ribellarsi o percorrere strade diverse. E poi le altre, le madri dolenti, le madri perfette, quelle che senza mio figlio non resisto nemmeno un minuto, quelle che come fai ad andare via con tuo marito due giorni (e infatti non ci andavo perché nessuno avrebbe accudito i bambini), come fai anche solo a pensare di lasciarli, come fai? Mi ammalai, chi come me è nata da una madre che ha attraversato una fase di depressione ha due possibilità: o più facilmente va in depressione o col cavolo che si deprime. Piuttosto si ammala nel corpo. E infatti. Dunque: ero poco più che una ragazzina, tre figli, una malattia, un marito spesso all’estero per lavoro e quando era in Italia aveva orari impossibili, una madre che faceva quel che poteva, una suocera stizzita che non andavo in Chiesa. In Chiesa? Mediamente facevo venir giù tutti i santi del paradiso quattro volte al giorno, quando andava bene, quando andava male il primo pensiero al mattino era “Marilde, devi arrivare a questa sera”. Fu in quel periodo, quello in cui il mio orizzonte era limitato alle ore del tramonto- qualche ora in più non l’avrei proprio sopportata – che un’amica mi disse: Hai bisogno d’aiuto, guarda in che stato sei, devi riprendere in mano la tua vita. E mi diede un nome, un numero. Era un’arteterapeuta.

Ci andai. Ci sono incontri e persone che ti cambiano la vita. Ci sono donne che ti dicono che non è vero che una donna è solo madre e basta, che ti dicono che è normale aver voglia ogni tanto di lasciarli a qualcun altro, che non è vero che li ami di meno per questo. Che se hai dei sogni in un cassetto da qualche parte sbucheranno fuori. Ti dicono che la madre sufficientemente buona è tanto più simpatica della madre perfetta. Anche se, specie in quegli anni, specie in un posto in cui vivono duemila persone (e in quegli anni purtroppo ci abitavo), la madre sufficientemente buona era una cosa sconosciuta. Ma lei me lo disse, e me lo disse così bene che mi scrollai di dosso la zavorra della colpa che provavo per non corrispondere a quel modello. Ripresi gli studi e non a caso la scelta fu quella di diventare arteterapeuta, e certo non era tutto semplice. Partivo per un seminario di tre giorni, e chissà perché se partiva mio marito gli chiedevano dove vai di bello, se partivo io mi chiedevano cosa mangiano i bambini quando non ci sei. Ascoltavo, sorridevo e partivo. Dopo, è stato il tempo di restituire ciò che avevo ricevuto e nel mio lavoro di frequente, troppo di frequente, i racconti e le immagini delle donne che incontro hanno come sfondo la storia che ben conosco. Con caratteristiche diverse tra loro perché diversi sono per ogni donna gli anni, le condizioni economiche, quelle familiari, professionali. Eppure scenari così eterogenei hanno un comune denominatore: negli anni della maternità spesso vacilliamo, non sappiamo più chi siamo, che cosa vogliamo davvero. E infine, ma questo già sapete, mi pareva che quel libro che cercavo non fosse ancora stato scritto e allora attraverso le pieghe del dolore mio e di tante donne che me l’hanno raccontato, sono nate quelle pagine sulla solitudine. Ma poteva essere rabbia, poteva essere indignazione, poteva essere qualunque cosa che stavolta facesse dire a me : la prognosi è riservata. Non sui miei figli. Sulla maternità. E quindi grazie a voi tutte che mi avete accolta in questa rete di mamme, e che insieme proviamo a dire qualcosa di diverso. Magari fra un po’ di tempo riusciremo anche a sciogliere la prognosi.

6 Risposte per “La prognosi è riservata”

  1. M di MS scrive:

    Azzeccata questa immagine della prognosi.

  2. Flavia scrive:

    Finalmente un attimo di respiro e ho riletto per bene il tuo bellissimo post. Grazie a te Marilde, perchè quel libro di madri, per le madri, a cui nessuno pensava mai, continueremo a scriverlo insieme ancora a lungo… E mi impressiona ritrovare in te, una persona dal passato e dalla geografia assolutamente diversi dai miei, gli stessi, identici stimoli che mi hanno portata qui, dall’isolamento della vita privata all’..URLO pubblico: non ci serve qualcuno che ci dica come crescere i nostri figli, ci serve trovare e far crescere noi stesse. Un altro tema che ritorna da quello che scrivete, e che voglio sottolineare ancora una volta, sono quei sogni nel cassetto che devono trovare sfogo: facciamoli uscire fuori!

  3. Ondaluna scrive:

    Questa bellissima storia ha qualcosa che è o che potrebbe essere (diventare o non diventare) qualcosa di mio. Ma non solo nei suoi risvolti, positivi o negativi che siano, ma anche nei propositi di trovare nella forza di volontà e nell’esperienza del proprio dolore qualcosa di utile. Per sé, innanzitutto, e poi per gli altri.
    Grazie Marilde, a nome anche di tutte quelle donne che un sostegno terapeutico non ce l’hanno o non l’hanno avuto, grazie per quel libro che per me è stato il primo passo, e nel quale hai suggerito di cercare nel web. Io l’ho fatto, mentre cominciavo a scrivere la mia storia, ed insieme alla mia scrittura, i racconti di altre donne, donne come te, donne come me, mi hanno salvato. Non del tutto, ma adesso mi sembra di poter risalire, lentamente, verso la superficie. E, un giorno, anche, respirare.

  4. Improvvisamentein4 scrive:

    E’ vero…la prognosi è riservata sulla maternità
    Sai quando ho iniziato a capirlo? Da quando ero incinta perchè tutti passano le immagini della "dolce" attesa, di un periodo fantastico tutto rose e fiori e se dici qualcosa di diverso….aaaaahhh, sia mai! Guai a dire che magari non sei così felice, o per lo meno non sempre, guai a dire che hai paura, anzi, che te la fai sotto… e poi, guando i pargoli arrivano…beh, lì la prognosi attualmente è ancora peggiore!

  5. Raperonzolo scrive:

    Non cambierei una virgola della mia maternità, però la crescita dei figli e l’avvicinamento del piccolo all’età scolare la vedo come un’uscita dal tunnel. Questo la dice lunga. Mi sento ancora in prognosi riservata. Bella metafora :-)

  6. TuttoDoppio+1 scrive:

    Bellissimo post Marilde!


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