La felicità è amare il tuo lavoro

Pubblicato il 20 marzo 2009 da Chiara 2

Ci pensavo ieri, dopo essere stata per una bella giornata seduta al tavolo ovale insieme a tante donne appassionate e intelligenti: come dice John Turturro in uno dei suoi primi film (“Mac” per i cinefili), la felicità è amare il tuo lavoro.
La prima volta che mi sono sentita arenata, non avevo né un compagno né figli: ero felicemente single, nella mia casetta del centro, e la società per cui lavoravo è fallita. Noi collaboratori siamo stati “assorbiti” da un’altra società che ci ha tenuti inattivi per 4 mesi. E in qui 4 mesi colloqui su colloqui, e la sensazione di non uscirne, perché tutti quelli che sentivo avevano bisogno sì di un commerciale, ma solo a percentuale, e io non potevo permettermelo.
Poi però, con qualche colpetto, sono riuscita a disincagliarmi e a trovare la mia nicchia nella nuova società. Riparto con grande entusiasmo: lavoro nuovo, tante cose da imparare, il capo entusiasta della nostra sezione, ecc.
Dopo un anno l’entusiasmo (del capo) comincia a calare. Io nel frattempo faccio la prima figlia. E durante la mia maternità parte un progetto mio, che viene assegnato a una 23enne gnocca. Torno un po’ delusa e soprattutto scopro che nel frattempo la mia sezione ha sempre meno progetti. Ma io sono ormai disillusa e pronta a fare il secondo figlio.
Durante la gravidanza, faccio un concorso per un posto di amministrativa in università. Un concorso facilissimo, che non richiedeva nessuna competenza specifica, e lo passo. A 2 mesi dal parto, mi ritrovo in segreteria a imparare i misteri della ragioneria. Imparo quel poco che posso, e poi mi dedico a Ettore.
Al mio ritorno, scopro che la persona che avrebbe dovuto insegnarmi è stata gravemente ammalata, e lo resterà fino a marzo.
Mi ritrovo a fare un percorso professionale senza gli strumenti per capire cosa sto facendo, a sbagliare per ignoranza, a sentirmi colpevolizzare quando resto a casa per i bambini malati. A sentirmi fallita, anche se questo termine non mi è mai piaciuto.
Mi sono sentita come i tronfi galeoni della Invencibile Armada sbaragliati da una banale tempesta: io laureata a 23 anni con 110 e lode, un master in scienza e tecnologia dei media, tutto il mio portfolio di siti e progetti, finita ad essere una segretaria di livello infimo, per amore dello stipendio fisso.

Però non ci si può piangere addosso per sempre. E così, come sempre mi capita nei periodi in cui devo “compensare”, mi riempio di progetti: la danza, un soggetto per fumetti, la pedagogia steineriana, il blog, il gruppo di Veremamme e tante altre idee. Non per eccesso di tempo libero, ma per mancanza di linfa vitale a cui attingere.
E la marea ha cominciato a rialzarsi.

3 Risposte per “La felicità è amare il tuo lavoro”

  1. Flavia scrive:

    Sì Chiara, anch’io ci pensavo proprio ieri :) se non si ha la fortuna di fare un lavoro che si ama molto, il lavoro ha comunque una sua dignità e utilità, sempre.
    solo che poi bisogna trovare altri stimoli, altre passioni, altri sfoghi, altrimenti non ci sentiamo completi, e questo è possibile: non bisogna mai rinunciare a seguire i propri interessi, almeno chi ha una testa che ha bisogno di essere riempita…per questo trovo molto bella l’immagine della marea (di stimoli vitali) che risale!

  2. viviana scrive:

    Evviva la marea che ci mantiene vive…anche se a volte non sono proprio una mamma convenzionale … non ho la casa sempre in ordine e la pappa sempre pronta…ma ho sempre il tempo di leggere il piccolo principe con mio figlio oppure di cantare per Valentina…condividere con loro la passione per l’arte e la letteratura.Il resto è contorno……Vi voglio bene ragazze…..

  3. piattini cinesi scrive:

    ascoltando tante storie di percorsi di lavoro mi sono convinta che ognuno ha il suo, è la meta spesso non è quella che ci aspetavamo all’inizio del viaggio.
    questo è purtroppo molto vero per noi donne, che abbiamo più degli uomini dei percorsi interrotti. l’importante è scoprire il bello delle deviazioni :)


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