Il vortice dell'impotenza

Pubblicato il 16 marzo 2009 da Raperonzolo

Quando Rape’ si è ritrovata per la prima volta da sola con Figlio-uno, stremata dal difficile travaglio, pannolino in una mano, salviettine umide nell’altra, ebbe fin da subito l’immediata consapevolezza di non sapere da che parte cominciare. Eppure fu un buon inizio. La consapevolezza dell’ignoranza non si tradusse in insicurezza, ma al contrario furono uno stimolo al miglioramento, alla conoscenza e l’esperienza. Tutt’altro che arenata, Rape’ era un balenottero che guizzava e spruzzava. Era una mamma paziente e amorevole, competente e sicura di sé. Se la notte Figlio-uno piangeva non c’erano orari o numero di risvegli che la turbassero, non c’erano situazioni che la scoraggiassero. Adulta, responsabile e consapevole, Rape’ era sempre in controllo della situazione. Sapeva che cosa doveva fare per aiutare il suo bambino a riaddormentarsi sereno, ad essere più tranquillo, ad avere sicurezza in sé e gli altri.

Quando Rape’ si è ritrovata per la prima volta da sola con Figlio-due era felice e tranquilla dopo un parto poco doloroso e veloce, teneva tra le braccia il suo bambino con la competenza e la sicurezza di chi ha già imparato tante cose. Ben poco, quella notte del novembre 2005, le avrebbe fatto presagire che di lì a poche settimane il suo intero universo di certezze avrebbe vacillato, che ogni risveglio, ogni minuto, ogni ora, ogni ninna nanna con il suo bambino le sarebbe parso come una tortura, ogni biberon una croce, ogni pannolino un pozzo di disperazione. Poco le avrebbe fatto immaginare che davanti a quel pianto disperato e ininterrotto che si protraeva ogni ora del giorno e della notte, Rape’ non avrebbe capito più niente, avrebbe perso il controllo e non avrebbe più saputo cosa fare per aiutare il suo bambino a riaddirmentarsi sereno, ad essere più tranquillo, ad avere sicurezza in sé e gli altri. Perché nulla di quanto Rape’ facesse sembrava funzionare. La logica, la competenza, la responsabilità persero di significato e l’amore da solo non bastava, perché l’amore ha bisogno di una casa ospitale, mentre un corpo esausto ed esaurito ed una testa che non riesce più neanche a pensare offrono un pessimo rifugio. L’amore, in una mamma che si convince di non sapere piu’ fare la mamma, diventa non una guida ma un fardello, un groviglio di sentimenti contrastanti e inestricabili tra cui finiscono per spiccare rabbia e frustrazione su tutto. E poi si arriva al punto che quel “perche’ non sono piu’ capace?” ti arriva a far provare rancore per il soggetto che ti mette davanti ai tuoi limiti, e allora il “perche’ non sono piu’ capace?” diventa il “perche’ non la smetti!!!”

Poco avrebbe fatto presagire a Raperonzolo che, di lì a pochi mesi, si sarebbe ritrovata una notte con Figlio-due in braccio e il forte, irrefrenabile desiderio di scaraventarlo con tro un muro. Lei che con Figlio-uno aveva scoperto in sé doti di pazienza e dedizione insospettati, ora la sua testa si tingeva di tinte da film dell’orrore. E il problema si estese e trascese e non era solo il bebé che non dormiva, ma anche l’altro, il quattrenne ribelle che non obbediva. Rape’ non si capacitava di come potesse provare sentimenti di rabbia e frustrazione così assurdi, violenti, sproporzionati e ingiustificati. E allora i bambini li vedeva per quello che erano, e li amava, e li coccolava, e piangeva. Gli sbalzi di umore erano repentini e totali. E non ci voleva granché per capire che quelli erano tutti i sintomi della depressione post natale, a capire che la risposta a tutte le domande cruciali di diagnosi sarebbe stato un “sì”, a vedere nel suo passato tutti i segni di essere un “soggetto a rischio”. Non ci voleva molto, e in effetti non è che Rape’ non lo vedesse o non lo capisse, solo che Rape’ aveva questa assoluta convinzione che un problema che ti nasce nella testa, perché sei stanco, sei stressato, sei frustrato e sei esaurito poi ti passa anche da solo se riesci a riposarti, a riguadagnare la prospettiva, a riprendere il controllo. Ecco Rape’ era convinta che fosse tutta una cosa di testa, un problema psicologico e allora bastava che si facesse quattro chiacchiere da sola o con qualcun altro e poi passava.
Invece no. Perché la depressione post natale da sola non passa. Non passa perché non è solo un problema psicologico ma fisico. E’ tutta una questione di fluidi ed equilibri. Roba chimica. E’ un po’ come quando ti si rompe la macchina. E allora non è che se alla tua auto non funzionano i freni tu la parcheggi e lasci raffreddare il motore che magari poi i freni rifunzionano. Se i freni non li ripari prima o poi vai a sbattere. Non ci sono altri rimedi.

Ecco, è stato allora che Rape’ si è arenata. A capire questa cosa così semplice. A capire che se stai male ti devi curare. A capire che anche la più amorevole e adeguata delle mamme possa talvolta provare sentimenti inenarrabili. Che i sentimenti negativi sono per le mamme un tabù quasi come quello degli aborti spontanei. Solo quando ti succede di perdere un bambino scopri che intorno a te la maggior parte delle mamme sono passate attraverso la tua esperienza. Rape’ li chiama i lutti invisibili, quelli che ci trasciniamo dietro, al fondo degli armadi, e non ne parliamo mai, però ognuna di noi ci pensa, magari la sera nel letto, magari in una giornata di sole, a come sarebbe quel bambino che non è mai nato. Noi donne siamo fatte strane. Parliamo tanto di tante cose ma mai delle cose che ci toccano nel profondo. Allora di quello che c’e’ passato nella testa al quindicesimo risveglio della duecentesima notte insonne non ce lo diciamo. Siamo fatte cosi’.
E sono tante le mamme che si arenano nel momento in cui non riescono ad ammettere a se stesse e agli altri che tutto quell’amore non ce la fa a sorreggere il mondo che ti casca in testa, che a volte succede. Succede quando non hai nessun aiuto e un bambino che non dorme. Succede quando la solitudine e l’impotenza ti fagocitano in un abisso di disperazione.

E’ allora che Rape’ ha capito che l’importante non è la forza che abbiamo, ma quella che troviamo quando ci decidiamo a chiedere aiuto ed uscire dal tunnel.

7 Risposte per “Il vortice dell'impotenza”

  1. piattini cinesi scrive:

    mia cara Rape, ho letto prima il post, ma mi sono venute le lacrime agli occhi e non sono riuscita a commentare. torno adesso, per ringraziarti di avere scritto qualcosa di così toccante e così vero. ogni figlio è un essere umano che invade la nostra vita, rimescolando gli equilibri. ci dà energia, gioia, serenità, ma anche dubbi stanchezza e rimette in gioco le certezze, nel bene e nel male.
    nella maternità si toccano con mano i due grandi misteri della vita e della morte.
    non si può non uscirne trasformati, in qualche modo.

  2. Marilde scrive:

    Semplicemente grazie.

  3. mammamanga scrive:

    Dopo aver letto tre volte io ancora non trovo le parole per commentare.
    Hai già detto tutto tu. E nel migliore possibile dei modi.
    Grande Rape’.

  4. valewanda scrive:

    sono senza parole. Rapè, come sempre, mi ha toccato nel profondo… aiuto….

  5. Ondaluna scrive:

    L’importante non è la forza che abbiamo ma quella che troviamo quando ci decidiamo a chiedere aiuto.
    Grazie delle tue parole.

  6. Improvvisamentein4 scrive:

    Semplicemente… grazie…

  7. Raperonzolo scrive:

    Grazie a voi per i vostri commenti.


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