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Il sonno dei bambini

Pubblicato il 08 marzo 2009 da Flavia

Grazie alla cortesia di Silvia, riporto qui un articolo dal suo blog:

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In collaborazione con il Dott. Alessandro Volta,
pediatra presso l’Ospedale Franchini

di Montecchio Emilia (RE)

 Come l’allattamento, anche il sonno è un argomento altamente controverso che si interseca con attitudini del bambino, esigenze della famiglia, bisogni fisiologici e tanto altro.

Non amo le direttive e le formule preconfezionate, sia in un senso (estinzione controllata) che nell’altro (co-sleeping).
È giusto che ciascuna famiglia decida ciò che è meglio per il suo bambino.
Ho letto qualche classico su questo tema (Fate la Nanna, Facciamo la Nanna, Genitori di giorno e di notte, Il linguaggio segreto dei neonati) e mi sono resa conto, anche in base all’esperienza con i miei due bimbi, che alla fine ci si scontra sempre con le esigenze dei propri bambini reali e occorre scendere, in un modo o nell’altro, a qualche compromesso.

Matteo si è addormentato in braccio fino a 16 mesi, ma dai 13 mesi in avanti ha sempre dormito tutta la notte.
Niccolò si è sempre addormentato da solo, fin da piccolissimo, ma tuttora (2 anni e 8 mesi) si sveglia e fino ai due anni lo faceva 6-7 volte.
Entrambi hanno dormito nel loro letto ma in camera con noi fino all’anno.

Tra tutto ciò che ho letto, l’approccio che mi è parso più interessante e aderente al mio modo di sentire è quello del Dott. Alessandro Volta, pediatra, padre di tre figli, autore di libri (Apgar 12 e Nascere Genitori) e responsabile del Servizio Salute Donna e Infanzia del Distretto di Montecchio Emilia (RE).

Pubblico, dunque, per gentile concessione sua, il suo articolo su questo argomento, scritto in risposta ad una mamma.

Gentile dottore,
sono la mamma di Margherita nata lo scorso marzo. Sta andando tutto bene. Lo svezzamento procede benissimo e Margherita è una bimba molto gioiosa e autonoma. Continua però ad esserci un grosso problema: il dormire. Si sveglia ancora molte volte per notte.

A questo punto escludo che sia per la fame. Non è ancora capace di addormentarsi da sola e in questo credo di non averla affatto aiutata: da quando è nata l’ho fatta addormentare attaccandola al seno e l’ho fatta dormire nel lettone. Adesso, a più di 10 mesi, si addormenta a fatica dopo averla cullata per diverso tempo e, nelle migliori delle ipotesi, dorme un paio d’ore. In sostanza si sveglia ogni due ore.

Oltre la fatica di reggere la situazione sono preoccupata per lei. Non riposa bene e a sufficienza e, anche quando ha evidentemente sonno, non riesce sempre ad addormentarsi. Non sono stata in grado di insegnarle a dormire e ora lei non è libera in questo.

Non so bene come fare. Ho letto anche il libro ‘Fate la nanna’ consigliatomi da una mia amica, ma l’approccio unico che va bene per tutti non mi piace molto. Oppure altri sostengono di farla piangere sino a che non si addormenta. Anche questo non riuscirei e non vorrei praticarlo. Anche perché, oltre alla mia incapacità di reggere il suo pianto e alla ricerca da quando è nata di accompagnarla nelle fasi della crescita con gradualità e dolcezza, Margherita è una bimba molto cocciuta, in grado di piangere per ore senza mollare, anzi…innervosendosi sempre più. Quindi rischierei di ottenere l’effetto opposto a quello desiderato.

Come posso procedere per cercare di farla dormire nel suo letto sempre più a lungo e ad insegnarle la libertà di dormire quando vuole o ne ha bisogno?


Se Margherita quando è sveglia è una bimba “molto gioiosa e autonoma”, è abbastanza normale che sfoghi nel sonno le sue difficoltà e le sue paure. All’età di Margherita si comincia a diventare consapevoli della propria individualità e a capire che gli altri non fanno parte di noi e che quindi possono anche abbandonarci; a questa età comincia lo sforzo (che durerà tutta la vita) di adattare i propri bisogni all’ambiente e alle persone che ci sono vicine, a fare i conti con i propri limiti e le proprie possibilità; Margherita ha iniziato la grande avventura (che procede per tentativi ed errori) di camminare verso la completa autonomia.

La difficoltà ad addormentarsi nasconde un’inevitabile paura a lasciare il mondo reale (quello dove la mamma e il papà si possono toccare) per abbandonarsi al mondo dei sogni (e a tutte le paure che nei sogni riescono a farla da padroni); i risvegli periodici, ad esempio ogni due ore, dipendono invece dalla difficoltà di passare agevolmente e autonomamente dal sonno profondo al sonno leggero (chiamato tecnicamente sonno REM, quello dei sogni) e viceversa. Se vediamo le cose dal punto di vista di Margherita probabilmente non facciamo molta fatica a capire, e quindi a giustificare, il suo “grosso problema del dormire”.

Detto questo però come possiamo aiutare Margherita ad imparare a dormire?
Per non imbrogliare nessuno dobbiamo ammettere che non esistono ricette preconfezionate, e in molti casi, nonostante la buona volontà e l’impegno, il problema può rimanere per tutto il secondo (e più raramente anche il terzo) anno di vita, dopodiché la situazione generalmente migliora quasi per incanto in maniera spontanea.
Qualche suggerimento per la gestione dei prossimi mesi di Margherita possiamo comunque tentarlo.

Personalmente non condivido il metodo di lasciar piangere il bambino (n.d.r. Eduard Estivill, Fate la Nanna) che con il pianto esprime efficacemente il proprio profondo disagio; gli faremmo soltanto sperimentare quello che lui teme di più: l’abbandono e la necessità di doversi arrangiare da solo, di dover contare soltanto su se stesso, di constatare che non c’è nessuno ad aiutarlo nella titanica impresa di crescere e vivere in questo strano mondo.

Sicuramente da evitare sono i farmaci (n.d.r. Nopron) per dormire che stanno diventando di moda anche da noi (agiscono direttamente su un sistema nervoso ancora in corso di maturazione).

L’addormentamento in braccio, inevitabile nei primi mesi, può diventare un problema nei mesi successivi: al primo risveglio (o nel passaggio al sonno REM) il bambino ricerca l’abbraccio e il contatto perduto.

Dopo il 4-5° mese può essere utile provare un addormentamento direttamente in culla o nel lettino, rimanendo lì vicino, parlando o cantando o leggendo, oppure accarezzando o tenendo la mano, facendo cioè qualcosa che rassicuri e che faccia sperimentare al bambino che la sua difficoltà è compresa e condivisa e che c’è comunque qualcuno disponibile ad accompagnarlo nella sua impresa. Il bambino deve cioè avere la possibilità di provare e lo stimolo per impegnarsi, ma anche la certezza che non è solo e che può fidarsi, oltre che di se stesso, anche degli altri.

Alla fine del primo anno e nel corso del secondo, può essere utile quello che gli psicologi chiamano l’oggetto transizionale (praticamente la coperta di Linus): un bambolotto, un peluche, una sciarpa, che per il bambino sia significativo e del quale possa fidarsi come di un vecchio amico.

La decisione di fare dormire il bambino in camera con noi o in un’altra stanza deve essere individuale, sicuramente per lui poter esserci vicino e sentire la nostra presenza rappresenta un modo più facile per imparare a fidarsi delle proprie possibilità, e per noi una situazione favorevole ad aiutarlo. Un grande pediatra come Brazelton si è domandato se la nostra cultura non sia troppo esigente quando chiede ad un bambino piccolo di imparare a dormire in una stanza tutto solo.

Per quanto riguarda i frequenti risvegli, il consiglio è di aspettare un paio di minuti prima di intervenire, affinché il bambino abbia il tempo sufficiente per provare a consolarsi in maniera autonoma sperimentando le proprie capacità. Nel caso non riesca a riprendere sonno, proviamo a rassicurarlo con la voce; in caso di insuccesso andiamogli pure vicino, ma tentiamo ancora la consolazione con carezze e contatto prima di prenderlo in braccio. In particolare dopo il 4-5 mese, questa modalità rassicurante e graduale dovrebbe aiutare il bambino a conquistare una propria autonomia esercitando le proprie competenze e potenzialità.

Nel caso decidiamo di portarlo a letto con noi, sarebbe utile evitare che il suo risveglio avvenga nel lettone, per evitare che sperimenti e riconosca quello come il luogo del proprio sonno; aspettiamo che sia nel sonno profondo (quando cioè ha un respiro regolare e non presenta alcun movimento) e riportiamolo nel suo letto, dove potrà svegliarsi e ritrovarsi.

Credo che non sia utile dare altri consigli più specifici, perché ogni bambino è diverso e ogni genitore ha il compito, difficile e stupendo al tempo stesso, di scoprire cosa è più utile per il proprio bambino.

Approvo molto l’intenzione, lucida e consapevole, manifestata dalla madre di Margherita, di accompagnare la crescita della figlia con “gradualità e dolcezza”; è importante non discostarsi mai da questo fondamentale proposito, anche a costo di dover tollerare alcuni “insuccessi” come questo del dormire, non dubitando mai che voler bene e dimostrare affetto possa essere un segno di debolezza che non aiuta a crescere. Molte ricerche nel campo sociologico e psicologico stanno dimostrando che i sentimenti positivi sperimentati nei primi due anni di vita stimolano la fiducia in se stessi e l’autostima, favorendo nelle età successive la capacità di relazioni positive e di comportamenti sociali.

 


Riferimenti


Siti

Nascere Genitori
Vocidibimbi

Libri
A. Volta, Nascere Genitori, Urra, 2008.
T.B. Brazelton, J.D. Sparrow, Il tuo bambino e…il sonno, Raffaello Cortina, Milano, 2003.
Sara Letardi, Il mio bambino non mi dorme – Come risolvere i problemi di sonno dei propri figli, Bonomi Editore, 2008.
T. Hogg, Il linguaggio segreto dei neonati, Mondadori, 2004.
G. Honneger Fresco G., Facciamo la nanna, Il Leone Verde Edizioni, 2006.
W. Sears, Genitori di giorno e …di notte, pubblicato in Italia da La Leche League International (lega internazionale latte materno), 1994.

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