Come fu che la carriera divenne una cOrriera

Pubblicato il 16 marzo 2009 da Giuliana

Ci sono volte in cui una si arena ma non se ne rende conto. Cioè, non si rende conto che le azioni compiute hanno innescato un meccanismo diciamo così arenatorio, finché non si ritrova spiaggiata.

A me è capitato ormai sei anni fa. Avevo un “incarico di responsabilità”, gestivo un cliente molto grosso dell’agenzia in cui lavoravo. Gestivo direttamente quattro persone, alle quali rispondevano diversi team. Insomma, non so calcolare bene quante persone facessero parte del mio gruppo. Poi rimasi incinta, e quando proprio non era più possibile nasconderlo, lo comunicai alla partner a cui rispondevo e all’amministratore delegato. Mi dissero quanto consideravano sacra la maternità, mi chiesero se “dopo” sarei rientrata subito, non ricordo se mi fecero gli auguri.

Ricordo però un’estate caldissima, quella del 2003, in cui due volte la settimana mi mettevo in macchina e facevo 300 km per andare dal mio cliente, portandomi dietro dell’acqua per sopravvivere alle nostre riunioni, che iniziavano alle 9 e finivano alle 7, non sempre prevedendo una pausa pranzo. Ricordo che ogni volta che c’era una riunione importante la mia capa non me lo diceva, e mi spediva da qualche altra parte, a gestire cazzate. Ricordo che non sempre ci riusciva. E ricordo il mio ultimo giorno, segnato da un’intolleranza alla Vasosuprina, contrazioni a nastro e impossibilità anche solo di alzarmi dalla scrivania: dove del resto dovevo rimanere incollata, per preparare una riunione del giorno dopo. Peccato che il giorno dopo, e quelli dopo ancora, io fossi bloccata a letto.

Sono rientrata quando mio figlio ha compiuto sei mesi, fra le proteste della responsabile del nido aziendale che avevo nel frattempo messo in piedi. Ero diventata “consultant”, una specie di soldato semplice. Il mio colloquio con la responsabile delle risorse umane fu surreale. Io le dissi: “Che significa?”, lei mi rispose: “Sai, ora sei mamma, devi dimostrare di poter fare quello che facevi prima”. Dimostrare, dopo 5 anni già passati nella stessa azienda. Dimostrare di non essermi partorita il cervello.

Da quel giorno, per mandare una mail a un cliente dovevo mettere in copia quattro persone. Mi è stato tolto il laptop. Quel giorno ho capito che mi ero arenata. Spiaggiata, come una balena.

Sono successe molte cose, dopo. Ho avuto anche una promozione, che mi portava più o meno due gradini sotto quello che ero stata prima della maternità. Ho aperto un blog, che mi ha aiutato a sentirmi di nuovo una persona, non più solo una mamma. Ho ottenuto di andare a lavore in una delle aziende del gruppo, in cui ho ritrovato il gusto e il senso del mio lavoro. Ma certe cicatrici rimangono. Poi, quando mi sono sentita abbastanza forte, me ne sono andata.

Chi mi ha salvata? Difficile dirlo. Spesso guardo il mare, sperando che si levi un fil di fumo.

5 Risposte per “Come fu che la carriera divenne una cOrriera”

  1. piattini cinesi scrive:

    quando non arriva il pirata azzurro a salvarci, l’unica è il sacro senso dell’orientamento che ognuno porta in sé, malgrado tutto.
    e tu mi pare che navighi su rotte autonome (le rotte sicure, invece, le lasciamo agli altri)

  2. Serena - genitoricrescono scrive:

    Quando leggo testimonianze come la tua mi viene tanta rabbia. Ho voglia di prendere la gente che si permette di prendere delle decisioni del genere e iniziare a scuoterli con tanta forza, e tanta rabbia, e tanta forza e ancora tanta rabbia (e per fortuna non sono una persona violenta).
    Qualche mese fa mentre portavo mio figlio a giocare al parco in quel di Stoccolma, ho trovato ad accoglierci un gruppo di persone che lavorava per un’azienda di consulenza informatica, alla ricerca di neo-genitori da assumere. Ti offrivano il caffè e ti spiegavano cosa faceva l’azienda. Io mi sono avvicinata e gli ho chiesto se erano matti, se veramente volevano assumere neo-genitori. Mi sono sentita rispondere che i neo-genitori hanno sviluppato delle qualità che per un consulente sono importantissime. Sanno essere efficienti, multi-tasking, e flessibili, perchè sanno che il tempo è poco e bisogna dar retta a tutti.

    Chissà se le aziende italiane capiranno mai il capitale umano che stanno buttando nello scarico con tanta leggerezza.
    Complimenti per il coraggio di andare avanti a lavorare nella stessa azienda. Io sarei crollata sicuramente.

  3. Ondaluna scrive:

    Ho provato tanta rabbia nel leggere che ti hanno chiesto di "dimostrare qualcosa". Ho provato tanto sollievo nel leggere che ti sei poi sentita più forte, e sei riuscita ad andartene. Mi stupisco sempre di come possano esserci ancora questi racconti (e sono tanti), mi meraviglio ogni giorno di più di come un evento da tutti osannato, come la gravidanza, diventi una forte linea di demarcazione tra te e "alcune persone". Alcune cose le perdi, altre le guadagni. Tante persone non ti staranno più alla stessa distanza di prima: a volte è un male (o forse meglio dire che a volte fa male, ma quante volte può essere un bene!

  4. Renata scrive:

    Succede a molte, fa rabbia e non ci sono modi per dimostrare di essere state dequalificate perchè si è divenatate mamme.
    Guarda tuo figlio e pensa che è una ciccatrice che tutto sommato si può accettare.
    Un abbraccio solidale.

  5. solitaMente scrive:

    Grazie per questa testimonianza soprattutto per il lieto fine!!!
    Se non si è FORTI da tutti i punti di vista si soccombe sotto le ondate continue di "mortificazioni" che minano tutto ciò che chiamano autostima e voglia di fare! Spero un giorno di poter dire di avrcela fatta anche io nonostante tutto e con la fierezza di chi è donna, mamma e lavoratrice. Ci provassero questi "loro" a mettersi addosso tutti questi "panni" che abbiamo noi ;).


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