Una strana bonifica

Pubblicato il 19 febbraio 2009 da Ondaluna

La cosa che più mi ha stupìto, da quando sono rimasta incinta, è stata quante cose fa venire a galla la maternità. L’immagine iniziale in realtà era quella di una fogna che si ottura. Piano piano però mi rendo conto del potere depurativo di quest’opera di “bonifica”.
Quella che mi lascia un pò interdetta è la discrepanza tra quello che sento, e che qualche audace amica ha il coraggio di confessarmi (a mezze parole, velatamente, celando le parole dalle tinte più forti), e quello che invece ruota, dal punto di vista sociale, intorno alla maternità. La parte “pubblica” è tutta in rosa, quella privata si tinge di colori oscuri. L’una non nega l’altra, d’accordo, questo sto incominciando a capirlo, ma la contraddizione apparente è questa convinvenza di paradossi che riescono a respirare perfettamente l’uno dell’altro. Quante voci esterne risuonano dentro… quanto un corpo gravido può fare da cassa di risonanza… quanti echi…
Creare e creatività hanno la stessa radice. Anzi, sono proprio la stessa parola. Da un pò di giorni mi chiedo in quale modo può diventare creativo il mio dolore. Nel delirio di onnipotenza di una madre-creatrice proprio non mi ci ritrovo, e non so se è bene o male, ma non riesco proprio a sentirmi “potente” perché sto creando (o meglio, il mio corpo lo sta facendo) un bambino. Forse dovrei. Forse mi aiuterebbe. Forse, almeno un pochino.
Responsabilità (nel senso più positivo del termine, e non nel suo significato comunemente inteso di “colpa”) è un’altra parola che sto cercando dentro di me. Cerco di assumermela, collegandola alla creatività, alla forza, al potere buono e pulito di essere padrona di quello che mi succede. E non è facile…
Invasione (ecco perché il nomignolo di Baby-Alien) è stato il primo vissuto che ho sentito. Qualcuno di competente mi ha spiegato che è un vissuto che in gravidanza ci entra tutto e appieno, e nel mio caso ancora di più. E la si sopporta male questa invasione.
Nonostante tutto “si è attaccato alla parte più nutriente e sana di me”. E’ da questo punto di vista che Baby-Alien si è differenziato da me: è andato dritto verso ciò che di buono c’era per lui, senza che io sapessi che qualcosa di buono c’era. Quando ho avuto l’emorragia ed il distacco della placenta ho pensato “lo sapevo che non ero capace di tenerti, perché non ti voglio”. Eppure sono rimasta a letto, non ho rifiutato le cure, ho subìto una situazione da delirio per me (immobilità, solitudine, non lavorare più, e tanto altro), e penso di averlo fatto perché ho avuto paura del dolore. Quello che stava succedendo era collegato al mio sangue, al mio corpo, al mio dolore. Quel giorno non l’ho capito, l’ho fatto d’istinto: ma oggi posso dire di aver intuito che il mio benessere dipendeva dal suo, il suo dal mio. Io e lui, così diversi, eppure così capaci di rimanere insieme. Se avessi dovuto usare una di quelle frasi sceme che le mamme usano quando proiettano pensieri (inesistenti) sul feto, questa sarebbe stata “Mammina, lo so che non vedi l’ora di farmi uscire e di separarti da me, ma se permetti io resto qui un altro pò, perché mi serve”.
La mia prima reazione sarebbe stata “… innanzitutto non chiamarmi mammina”. Ma figurati se i figli ti ascoltano e sono obbedienti. La seconda reazione, di fatto, è stata quella di fare quello che cosicchio voleva, ovvero farlo restare lì.
Oggi vorrei dirgli (ma non so se glielo dirò mai) che è stato difficilissimo dargli questo permesso, questa opportunità. E quanto dolore (fisico e mentale) nel lasciarmi invadere, nel mettere a disposizione il mio corpo.
Ma cosa si impara da un’esperienza di invasione? Può tanto dolore bonificare davvero?
A volte penso al respiro: niente entra se non esce l’aria, e viceversa. Forse doveva entrare qualcosa di nuovo per permettere a tutto il dolore vecchio di uscire: questo è l’unico senso che riesco a trovare al mio frequente soffrire, alla mia (im)paziente sopportazione (sopportare = dal latino, sub-portare, portare su, reggere, sostenere, soffrire).

5 Risposte per “Una strana bonifica”

  1. Chiara 2 scrive:

    Altro che delirio di onnipotenza da madre-creatrice! Io ero terrorizzata all’idea di essere insostituibile, io che sono maestra della delega (il che non significa non volere responsabilità, anzi, ritengo che chi delega si prenda anche la responsabilità del delegato).
    Probabilmente è questa la causa profonda del mio rifiuto di allattare: se allatti, servi solo tu. Se non allatti, può farlo chiunque altro, nel caso in cui tu sia malata o solo stanca o solo impegnata a fare qualcos’altro.
    Allattare è quasi una prolunga della gravidanza e io, anche se ero spaventata dall’idea di come sarebbe stato con un bambino "fuori", ho profondamente odiato la mia gravidanza, anch’io mi sentivo invasa e pure mazziata (tra reflusso e le botte che mi tiravano da dentro, soprattutto Ettore).
    Il bello di tutto questo è che, ora che i figli sono "fuori", mi piace un sacco essere la loro mamma, soprattutto da quando è arrivato il secondo.
    E ti dico di più: se per un caso impossibile mi arrivasse un neonato sulla soglia, probabilmente non farei un plissé e me lo terrei. Quello che assolutamente rifiuto è una terza gravidanza, non credo che reggerei!

  2. ondaluna scrive:

    Che belle le tue parole, Chiara. Anche io immagino che avere il figlio "fuori" sia un’altra cosa. Non mi fa paura, se non in alcuni momenti in cui immagino di vedermi stanca e avvilita. Ma in quei momenti forse puoi farti aiutare: puoi delegare, come dici tu, puoi provare a cercare qualcuno che ti dia una mano. Non so se ci si può riuscire, ma ci si può provare.
    "Dentro" è tutta un’altra cosa: miei i calci, miei i dolori, mia la fatica… mi pesa molto questa "esclusività" A volte vorrei davvero condividere quello che non si può. Ma anche questo avrà un senso, un insegnamento nascosto per me…
    Intanto mi godo le tue parole, che mi sono tanto di conforto, e sono una testimonianza preziosa: ho profondamente odiato la mia gravidanza, anch’io mi sentivo invasa e pure mazziata (tra reflusso e le botte che mi tiravano da dentro, soprattutto Ettore).
    GRAZIE.

    P.S. Io tengo sempre presente che la mia esperienza è solo una tra le tante possibili: riconosco che ci sono delle mamme che si realizzano e si sentono forti nel sentire che stanno "creando un bambino". Io non critico, non giudico, non contesto nessuna sensazione. Tutte sono legittime, la mia è solo la mia.

  3. Flavia scrive:

    E’ proprio vero che ogni esperienza, fisica e mentale, è totalmente unica e dobbiamo smetterla una buona volta di pensare per concetti "politically correct" o meno. Io ho avuto gravidanze bellissime e serene ma poi ho avuto delle botte atroci per la sensazione della perdita della libertà (ero quella spavalda del tipo "tanto continuerò ad uscire e a viaggiare con loro"). ancora mi devo riprendere del tutto. ma io sono "solo" io…

  4. Laura scrive:

    Contraddizioni, vere o apparenti, che continuano anche dopo, quando i figli sono ormai fuori, e tu e loro sempre nell’ altalenante dinamica fra il tenerli stretti e il lasciarli andare..

  5. ondaluna scrive:

    La meraviglia di essere donne e madri è che ancora di più si dispiega la nostra unicità. Nel bene e nel male, nella gioia e nel dolore, nel prima e nel dopo.


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