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Medea: un mito sempre attuale

Pubblicato il 11 febbraio 2009 da piattini cinesi

Ultimamente mi è capitato tra le mani un libro molto interessante: “La solitudine delle madri” di Marilde Trinchero: un’arteterapeuta piemontese che si occupa di tematiche femminili legate alla creatività e alla maternità, e che adesso ha anche un blog (e sta diventando un’amica).
Del suo libro ho sottolineato a matita diversi paragrafi e ho preso qualche appunto, ma più di tutto mi hanno colpito due passaggi, uno sulla figura di Medea e uno sulla creatività.
Mi hanno colpito perché sono due temi speculari: la creatività è liberazione dello slancio vitale, mentre Medea è la figura della distruzione di ciò che è stato creato e generato.
Ma anche perché se ne parla dal punto di vista della maternità, offrendone un’interpretazione inedita.
Della creatività, un tema che mi sta molto a cuore, parlerò in un secondo momento.
Di Medea, invece, voglio parlare adesso.
Perché in questo mito, più volte elaborato e reinterpretato dalla letteratura, Marilde vede una metafora della rinuncia a se stesse, o a parti di se stesse, di molte donne.

“La grande colpa di Medea” dice infatti Marilde Trinchero “è stata quella di aver creduto che l’accettazione degli altri derivasse dallo snaturare se stessa, tradendo il padre e il paese, e rinunciando a sé. L’origine della sua terribile azione è stata quella di tradire se stessa”

Medea è figlia del re della Colchide. Per aiutare Giasone, di cui si è invaghita, a recuperare il Vello d’Oro, custodito nel suo regno, tradisce il padre, il suo paese e provoca la morte del proprio fratello. Senza più radici, si trasferisce con Giasone a Corinto. Qui hanno due figli, ma non possono sposarsi perché Medea è straniera. Dopo qualche anno Creonte, il re di Corinto, offre in sposa a Giasone sua figlia Glauce, promettendogli la successione al trono, in cambio dell’esilio di Medea e dei figli da lei avuti. Medea prova a far cambiare idea a Giasone, ma inutilmente. A quel punto capisce che i crimini commessi per aiutarlo non erano serviti a garantirle il suo amore e viene investita da una terribile furia omicida- Regala a Glauce una veste che appena indossata la uccide grazie a un terribile veleno che brucia la pelle di chi tocca quella stoffa. E infine uccide i propri figli davanti a Giasone, che straziato dal dolore, si uccide.

“Nella realtà attuale” spiega ancora Marilde Trinchero “ madri che uccidono i propri figli esistono ma sono – per fortuna – casi rarissimi. In senso metaforico, invece, i vari passaggi della storia di Medea sono fin troppo diffusi.
Medea, vittima del troppo amore per giasone,di fronte all’abbandono compì un delitto orribile. Quante donne, oggi, di fronte all’abbandono diventano distruttive nei confronti degli altri e di se stesse?
(…) quante donne oggi escludono i figli dala coppia, incapaci di inserirli e accoglierli al suo interno, troppo prese dall’amore per il compagno? E quante invece usano i figli come armi durante e dopo separazioni allucinanti in cui l’unico obiettivo è la guerra a ogni costo?Anche a costo dei figli? Quanti modi ci sono per farli fuori, i figli?
(…) quante volte accade che una donna tradisca, per un uomo e spesso anche per un figlio, parti di sé a cui sarebbe invece fondamentale rimanere fedeli? Sono tradimenti che nel tempo presentano conti altissimi. Bisogna stare attente – molto attente – a non sacrificare troppo se stesse sull’altare della maternità, o della coppia. “

E’ il solito gioco di equilibri, insomma.

 

Letture

“La solitudine delle madri” di Marilde Trinchero, Magi edizioni
“Medea. Voci” di Christa Wolf, edizioni E/O (una Medea non violenta, una lettura femminile del mito)
“Medea” di Euripide, Feltrinelli (con testo greco a fronte)

 

18 Risposte per “Medea: un mito sempre attuale”

  1. Flavia scrive:

    che brividi. la figura di Medea mi ha sempre provocato miscugli di orrore per quello che arriva a fare, e tuttavia quasi un’ammirazione per la sua rabbia esplosiva, per la sua vendetta, per il suo orgoglio di donna, e infine pietà per il suo dolore. E’ proprio vero: il motivo per cui è rimasta una figura eterna, sempre attuale, è che le donne così ci sono da sempre, da sempre danno tutto di sè e poi si sentono tradite. Magari a tutte noi è capitato un momento così. Aggiungerei forse, che per mantenere l’equilibrio non è tanto "sbagliato" donare sè stessi, quanto rinunciare a se stessi, e poi aspettarsi lo stesso in cambio per poter placare la rabbia e la frustrazione che ti divora.

  2. piattini cinesi scrive:

    sì Flavia, è proprio questo eccesso nel darsi che è sbagliato, e questo vale un po’ per tutto, non solo per la maternità.
    medea fa paura perché è la perdita del limite, il momento in cui il desiderio di vendetta supera la razionalità, la cecità della ragione.
    è veramente la sterilità della rabbia, anche.
    invece di arrabbiarsi bisognerebbe imparare ad agire per creare il positivo

  3. Chiara 2 scrive:

    Mi ricordo una spettacolare Medea interpretata da Franco Branciaroli, come se nell’uccidere i propri figli Medea perdesse il proprio "essere donna".
    Io sono affascinata da Medea proprio perché non la capisco. Ma così come non capisco le donne ferite dal proprio uomo che, invece di avventarsi su di lui, danno la colpa all’amante, alla suocera, agli amici, al lavoro, all’arrivo dei figli… mi verrebbe da dire: ma svegliatevi, il fatto è che lui non vi ama abbastanza.
    E a Medea avrei voluto dire che il dolore che lei ha dato a Giasone, uccidendo i bambini, non è stato neppure un decimo di quello che ha provato lei. Quindi non ne valeva la pena, in ogni caso.

  4. Flavia scrive:

    ehm, siccome la devo dire tutta, c’è da dire anche che Giasone è un altro eterno bell’archetipo maschile. senza di lei non avrebbe combinato niente, altro che eroe e vello d’oro, se ne approfitta, la usa e poi la abbandona facendosi i comodi suoi. nelle mie letture di adolescente, mi sono sempre detta che se la meritava, la brutta fine. :)))))

  5. Marilde scrive:

    Grazie Piattini! Mi sembrava importante inserire questa figura nel libro perché qui, passano i secoli, ma il rischio delle rabbie incontrollate è sempre uguale. E’ un difficile equilibrio quello delle energie da dosare tra sé e gli altri. Io vedo che noi donne lo corriamo ancora moltissimo il rischio di incontrare Giasone, e di trovarlo interessante (giusto, Flavia, un bell’egoista anche lui), o di farci fagocitare dai figli. Tutto quel dare, dare, dare…prima o poi ci viene da presentare il conto. Per questo sento importante non perdere di vista noi stesse. Ed è difficile, perché il materno che dà, nutre, cura è valorizzato dalla società. In più mi sembra che proprio durante il tempo in cui dobbiamo imparare a dosare le varie cose, il MATERNO ci impedisce di vedere lucidamente dove sbagliamo, dove possiamo aggiustare il tiro.

  6. piattinicinesi scrive:

    Già, è proprio in quel presentare il conto che risiede il problema, perché alla fine ci viene anche detto, ma chi te lo aveva chiesto?
    Crescere dei figli è comnque un percorso di generosità e sacrificio, perché voler strafare?

  7. valewanda scrive:

    Bello Piattini, ho ordinato il libro su IBS e attendo da giorni di riceverlo. E’ giusto quello che scrive Marilde, troppe donne credono che fare le madri significhi mettere se stesse dietro a tutto.Peccato che dopo qualche anno, per forza di cose, scoppiano e non si recuperano più. Bisogna avere sempre presente che una madre contenta, e dunque un figlio contento, è soprattutto una donna contenta e soddisfatta della propria vita. Un po’ faticosamente, con un sonno atroce, provo a mettere in pratica, ogni giorno, questo principio…

  8. piattini cinesi scrive:

    ecco tu per me Vale sei proprio un esempio. perché altre donne con tre figli di cui due gemelli si trincererebbero dietro la stanchezza, il sonno, e gli impegni e non farebbero niente. ti invece conservi la tua vitalità per gli altri.
    sei stata una vera coach per me in questo periodo, davvero!

  9. Monica scrive:

    sono molto interessanti queste riflessioni, credo che per una donna/moglie/amante/mamma/lavoratrice/figlia/ecc. l’importante sia l’egoismo! Ovviamente inteso in senso positivo, un sano egoismo che ci permetta di fissare dei paletti, per gli altri, ma anche per noi stesse

  10. Mariangela scrive:

    bello questo post! Non conoscevo il mito di Medea (confesso la mia totale ignoranza in materia di mitologia) e adesso posso dare un nome figo alle mie sclerate. Sì, perchè non me ne vanto, ma la rabbia incontrollata l’ho sperimentata, eccome, negli ultimi anni…. Ma secondo me almeno per la mia esperienza (la rabbia incontrollata mi viene fra l’altro dal dna) la cosa più che essere legata al sacrificio per i figli è legata alle scelte fatte per amore. Mi è capitato di colpire ma anche di subire il "con tutto quel che ho fatto per te", che viene sempre vissuto com’è ovvio / forse no come un rinfacciare. ("e chi te l’aveva chiesto?" appunto). Dietro secondo me non c’è solo il sacrificio oltre misura, ci sono anche le scelte verso l’altro che ti rendono sola (straniera, come Medea). A volte sono scelte fatte senza sano egoismo, a volte sono "strappi" di crescita rispetto alla propria vita precedente che avvengono consapevolmente, volendoli fortissimamente, e insieme a qualcun altro. Quindi si ha la sensazione che anzichè aver fatto quelle scelte per noi stesse le abbiamo fatte per qualcun altro. Non sempre è così, ma quando il gioco si fa duro può essere comodo aver qualcun altro a cui dare la colpa….

  11. piattini cinesi scrive:

    Mariangela, io penso che molte di noi vengono anche da una generazione di madri (mogli-genitori ecc ecc) che spesso hanno ripetuto la frase con tutto quello che ho fatto per te. certo, nessuno lo nega che è stato fatto molto per noi. ma questa frase, con tutta la sua carica distruttiva e autodistruttiva mi ha convinta che il compito dei genitori sia soprattutto quello di dare un modello positivo di come si affronti la vita. meglio un genitore che dica "è stata dura, ho fatto dei sacrifici ma alla fine sono soddisfatto" piuttosto di un altro che ripeta "ho sacrificato tutto, non ho vissuto, non ho fatto niente e adesso tu devi essere felice anche per me, e mi devi ringraziare". non c’è ringraziamento che tenga per una scelta autodsitruttiva o non convinta.

  12. Mariangela scrive:

    @ Piattini: certamente, sono assolutamente d’accordo con te ed è molto chiaro questo aspetto.
    Volevo solo dire che c’era un’altra lettura che ha meno a che fare coi figli e più con le scelte a due, volute e ponderate. Quando queste ti portano a degli strappi di crescita forti e magari in certi passaggi dolorosi la tentazione di dire "l’ho fatto per te, e adesso mi fai soffrire così" è la scorciatoia per non assumersi la responsabilità delle proprie scelte o anche solo per non affrontare gli aspetti dolorosi che appunto una crescita si porta dentro. Non è detto che affrontando la vita si soffra solo perchè una scelta è stata autodistruttiva o non convinta, può capitare anche con la più convinta delle scelte, e se è stata una scelta fatta in due può capitare quando la sintonia iniziale che l’ha fatta maturare viene meno per un motivo o per l’altro. Lì scatta, nei confronti dell’altro, il meccanismo di cui sopra, che non volevo certo difendere e che è, lui sì, sempre autodistruttivo…

  13. Flavia scrive:

    so cosa vuol dire Mariangela, sono dinamiche di coppia molto dolorose. anzichè prendersi ciascuno la sua parte di consapevolezza e responsabilità , quando si va in difficoltà uno dei due rivanga scelte passate e sfoga la rabbia accusando l’altro di egoismo e rinfacciandogli di aver dovuto subire le sue scelte…e non se ne esce più…

  14. Mariangela scrive:

    già, è il più potente kick in the marons che una coppia si possa dare ;-)

  15. Laura scrive:

    @piattini: "compito dei genitori è quello di dare un modello positivo di come si affronta la vita" : ci faccio uno striscione o attacco post-it dappertutto?

  16. Flavia scrive:

    vai con lo striscione Laura! del resto uno psicologo provocatore che ho letto da poco diceva (a proposito dell’importanza degli esempi positivi) : se dite ai vostri figli "non fare come me" vendete solo merce avariata… (è un altro tipico kick materno, questo, lo sappiamo)

  17. Silvia scrive:

    Io sto aspettando che mi arrivi.
    Ho conosciuto Marilde quelche mese fa. Mi aveva detto di questo libro.
    E’ una persona che ho amato da subito, per quella capacità tutta sua di motivare le passioni (come ha fatto con me per il corso Anep) e per quell’approccio soft (che è anche mio) verso le imperfezioni dell’anima delle madri.

  18. intanto io amo incondizionatamente la medea della wolf (così come la sua cassandra) e devo dire che rileggendo euripide, tra le righe quella medea c’è.

    anche io non capivo come si potesse diventare medea.
    poi ho capito che lo snodo era quel senso di abbandono che genera un uomo che non è più rivolto alla propria compagna, e al loro figlio.
    credo sia una sorta di meccanismo protettivo della specie. l’uomo sta accanto alla sua compagna, permettendole la sicurezza per esser madre. ma se la abbandona, la tradisce o solo si allontana improvvisamente quella donna trova il vuoto e l’assenza, e in essa precipita nella sua fragilità ormonale, organizzativa,pratica, trasformativa (da donna a madre) e nel buco nero ci finisce con il figlio, che perde improvvisamente senso.
    se è fortunata lo ritrova prima della tragedia reale, altrimenti diventa una nuova medea.
    se è fortunata osserva stordita l’abisso, evocando la sua forza, i residui di se ancora integri e non fragilizzati dalla simbiosi con il neonato o il piccolo, con il bambino e non ci precipita dentro.

    monica


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