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Che cos’è l’empatia

Pubblicato il 23 febbraio 2009 da Flavia

All’inizio leggevo voracemente tutto quello che riguardasse neonati e bambini; le riviste, i siti specializzati, i libri. Poi ho capito che con me non funzionavano le istruzioni: istruzioni per il vasino, per il cambio del pannolino, per la passeggiata ai giardinetti. Anzichè diminuire, la mia ansia aumentava. Sembrava che ci fosse una risposta, una ricetta, un metodo giusto per tutto, e questo è il modo migliore per farmi irritare. Con un po’ di esperienza, e affrontando le prime situazioni più tese, ho sentito che dovevo lasciare più spazio alla mia spontaneità.

È un ragionamento semplice: io sono unica, unico eè il mio bambino, la nostra “diade” (combinazione) è unica. Quello che “funziona” per gli altri non funziona necessariamente per noi: e la cosa più eccitante è proprio scoprire insieme il linguaggio che ci accomuna.

Allora gli unici metodi validi sono quelli che noi stessi sviluppiamo, allenando un’abilità fondamentale: l’empatia.

L’empatia è la forma di intelligenza emotiva che permette di capire, controllare e dirigere le nostre e le altrui emozioni. Usata per la prima volta da uno psicologo americano (E.B. Titchener) all’inizio del secolo scorso, l’espressione nasce dalle parole greche “sentire” e “dentro”. In realta’ sarebbe bastata la parola sim-patia, che secondo me è già molto precisa (“sentire insieme”), ma per uno psicologo di alto livello “essere simpatico” doveva suonare troppo banale.

L’empatia, ovvero la capacità di immedesimarci negli altri, è la prima base su cui si sviluppa il rapporto con il nostro bambino. All’inizio ci pensa madre natura, che prolunga nelle prime settimane (si parla infatti di “quarto trimestre di gravidanza”) quella sensazione di totale simbiosi, per cui siamo completamente assorbite dall’impegno di captare ogni suo segnale, ed è così stancante… Si tratta di una condizione particolare che ci dota di “antenne” ipersensibili (e che, unita alla normale spossatezza, carenza di sonno etc etc, ci rende anche iper-irritabili, di solito con la suocera). Nei neonati, i “geni” dell’empatia sono già presenti e spiegano come mai al nido il pianto di uno risulti contagioso per tutti gli altri. La recente scoperta dei “neuroni specchio“, che si attivano quando noi compiamo una data azione ma anche quando osserviamo qualcun altro compiere quella stessa azione, ha poi dato delle spiegazioni affascinanti di molti meccanismi dell’empatia.

La base dell’empatia è fisica, cioè una imitazione motoria delle espressioni altrui, e quindi degli stati d’animo fondamentali.

Ogni volta che Pezzetto entrava in una delle sue lunghe crisi di pianto inconsolabile, praticamente dopo OGNI poppata, io cominciavo a sudare copiosamente. Impotente a calmarlo, era come se la sua agitazione mi affaticasse fisicamente. Era estenuante. Neuroni-specchio a go-go.

E oggi, qualche volta faccio questo esperimento: gli racconto una storia esasperando molto le espressioni del viso per descrivere gli stati d’animo dei personaggi (paura, supplica, meraviglia, riso) e, coinvolgendolo sempre di più, vedo che il suo viso comincia a riflettere esattamente le espressioni del mio.

Dopo le prime settimane, mamma e bambino cominciano a prendersi reciprocamente le misure, capendo che non sono più fusi in un’unica entità, e adattandosi l’uno all’altra (è un processo reciproco, non è solo la mamma ad adattarsi, come comunemente si crede). Nessuno può insegnarci questo lavoro: si impara solo “sul campo”, e nessuno potrà farlo meglio di noi. Quello che pone la mamma in una condizione senz’altro asimmetrica e responsabile, è che i bambini non sono in grado di articolare ed esprimere i loro sentimenti con le parole. Quindi sta a lei capirli e reagire. Questo sviluppa l’empatia come capacità di decodificare la comunicazione non verbale, abilità preziosa quando qualcuno guarda l’orologio mentre gli parlo, e capisco che devo affrettarmi ad andare al dunque, e anche in caso di messaggi leggermente più sottili di questo.

Ma l’empatia serve anche da filtro per le nostre emozioni negative, aiuta a frenare gli impulsi, moderare gli eccessi, arginare la rabbia: se riesco a vedere un attimo le cose con i suoi occhi, se riesco a percepire i suoi sentimenti, se mi chiedo quali sono le vere motivazioni anche di fronte a un comportamento irritante e sgradevole, più difficilmente perderò il controllo.

Pensate a quale enorme vantaggio ci da’, anche nella vita sociale o lavorativa, il costante esercizio di empatia che viene dalla nostra esperienza di mamma: in pratica ci rende più brave in tutte le relazioni interpersonali.

Quando riesco ad azionare l’empatia vedo subito dei risultati. Mi è capitato, di fronte ad una piccola peste arrabbiata e intrattabile, di dare semplicemente voce ai suoi sentimenti:

“Sei dispiaciuto perchè la vacanza è finita e non vuoi lasciare questo bel posto..?”

“Lo so che non vuoi andare a scuola….neanch’io vorrei andare in ufficio oggi”.

Per un bambino che non ha piena consapevolezza di quello che gli succede, sentire i suoi sentimenti espressi e spiegati, e quindi sentirsi compreso ha un effetto benefico e calmante (sul benefico garantisco, sul calmante non me la sento, ma avete capito il concetto).

Non è sempre facile. Per esempio verso l’incivile in scooter che mi taglia la strada sono molto poco empatica,  e in generale lo sono molto poco nei momenti in cui sono gia’ tesa e nervosa. Capita, per cose stupidissime.

“Puah!” Pezzetto si infila un dito in bocca e sputa un boccone nel piatto. “NO!” urlo. E’ una cosa che non sopporto. Mi fa perdere il controllo, e sbatto una mano sul tavolo: “NON fare queste schifezze ti ho detto!”

Spaventato, lui si mette a piangere. E mi urla di rimando, offeso: “C’era una liscaaaahhhhh!!!”

Guardo. Aveva ragione: c’era una lisca. In questi casi, è meglio un “Ah. Scusa”. In empatia ho lasciato molto a desiderare, ma almeno gli dimostro che quando si sbaglia, lo si può ammettere. Qualche volta eh.

 

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6 Risposte per “Che cos’è l’empatia”

  1. Isa scrive:

    Sul concetto di empatia, c’è poco da ridire, è tutto li’ … ma vorrei solo commentare sul fatto che non penso che l’essere madre svillupi per forza l’empatia di qui ciascuno è capace: l’amore è empatia, e dunque tutti ne sono capaci (forse è più svillupato nelle madri, ma non necessariamente) Tutto il genere umano è dotato della capacità di provare empatia, c’è chi la svillupa e la usa sempre, chi la svillupa e la usa solo in certe circostanze (a casa con i bimbi per esempio), chi la svillupa e la usa fuori casa (al lavoro, con gli amici), chi non la svillupa affatto, …, e tutto quanto a prescindere del fatto di essere madre. Quando dici "Pensate a quale enorme vantaggio ci da’, anche nella vita sociale o lavorativa, il costante esercizio di empatia che viene dalla nostra esperienza di mamma: in pratica ci rende piu’ brave in tutte le relazioni interpersonali", penso che quelle di cui parli sono solo quelle che erano già capace di provare empatia anche prima di diventare madri.

  2. Chiara scrive:

    Essere madri ci costringe ad essere empatiche, chi più chi meno: il rischio, in caso contrario, è finire come quelle poverette che uccidono i propri bambini per esasperazione.
    Il problema è che sono proprio i manuali a ostacolare questo processo: se un guru ti indica che cosa fare col tuo bambino (e che cosa dovresti aspettarti da lui), tu automaticamente ti convinci che ci sia un modo "giusto" e uno "sbagliato". Questo è il motivo per cui diffido della maggior parte dei metodi pedagogici.
    L’unico che sento vicino a questo modo di sentire è il metodo steineriano (non per niente Steiner sottolinea l’importanza dell’empatia anche e soprattutto nella vita adulta), che, mirando a sviluppare la creatività dei bambini attraverso oggetti di partenza molto semplici (stoffe, costruzioni ricavate dagli scarti di falegnameria, colori), non indica un modo giusto o uno sbagliato, ma solo vari punti di partenza.
    Sto approfondendo questo argomento per mia curiosità personale e per cercare di migliorare proprio la mia empatia (sai quante volte mi sono trovata in una situazione tipo quella della lisca?). Se vi fa piacere, manderò a Flavia qualche informazione a riguardo: anche se molte, spaventate dai blog di mamme (di solito americane) steineriane e homeschooler, pensano che il metodo Waldorf Steiner sia da mamma casalinga con un sacco di tempo da dedicare ai lavoretti, in realtà penso che sia una grande cosa proprio per chi lavora, manda i bambini a scuola tutto il giorno e poi a casa cerca qualcosa di rilassante e piacevole da fare insieme.

  3. Flavia scrive:

    @Isa: hai ragione, è una caratteristica di tutto il genere umano. Però penso che, se sei una/uno che magari non si è mai posto il problema prima, un figlio ti dà una bella spintarella!
    @Chiara grazie, sono d’accordo con te: non manuali di ricette, ma stimoli vari. Mandami pure, mi interessa molto e magari supero la mia pigrizia atavica e il mio preconcetto di essere una dalla maniualità pari a zero

  4. piattinicinesi scrive:

    più passa il tempo e più mi convinco che una certa educazione sentimentale ed emotiva andrebbe fatta a tutti, fin da piccoli.
    alcuni metodi educativi, come quello steineriano o ance il metodo montessori,mettono il bambino al centro, con le sue peculiarità e le sue potenzialità, e cercano di portarlo ad esprimere se stesso. a me fano paura i fanatici di questi metodi perché mi fanno paura i fanatici in genere, ma mi è capitato spesso di prendere spunti da maestre o persone che li conoscono meglio di me e trovo che siano una grande risorsa.
    fare qualcosa idi creativo tra genitori e filgi porta entrambi a conoscersi meglio, questo è indubbio.

  5. Chiara 2 scrive:

    Stanotte mi è capitata una cosa che mi ha fatto pensare al discorso dell’empatia e voglio condividerla con voi.
    I miei figli solitamente hanno il sonno piombigno, non c’è rumore che li smuova. L’unica cosa che li sveglia è il pianto l’uno dell’altro. Io lo interpreto come empatia innata. Un po’ come quando sei nella nursery e, quando uno dà l’attacco, tutti gli altri piangono.
    E mi viene da pensare che l’empatia sia come la flessibilità articolare: ce l’abbiamo innata, la perdiamo crescendo e poi cerchiamo faticosamente di riconquistarla da grandi. Ma che cosa succederebbe se cominciassimo a fare yoga da piccoli e ce lo portassimo dietro tutta la vita? Che cosa succederebbe se ci abituassimo fin da piccoli a esercitare l’empatia?

  6. Flavia scrive:

    Chiara: grazie. sono d’accordo con te, e infatti penso che anche a scuola possano essere insegnati i fondamenti dell’empatia e dell’intelligenza emotiva in genere: per esempio la risoluzione dei conflitti. Ma esistono degli esercizi per migliorare l’empatia da "grandi", con cui si prova davvero ad entrare in sintonia con qualcuno uscendo da sè e vedendo con i suoi occhi e i suoi valori/convinzioni.
    e’ una materia davvero affascinante.


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