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Tempo, lavoro e bambini….secondo Laura

Pubblicato il 29 gennaio 2009 da Flavia

Nel lontano 2001, neo-mamma trentenne, il mio senso di inadeguatezza raggiunse il suo apice e, per reazione, mi tuffai nello “studio” (del resto avevo passato la maggior parte della mia vita a formarmi sui libri, che c’era di strano? Era a quei tempi lontana da me l’idea che qualche sana chiacchierata e risata con le amiche avrebbe potuto aiutarmi a relativizzare i miei problemi).

In realtà non era solo il senso di inadeguatezza, era anche la voglia di scoprire e di imparare cosa si celava dietro gli inconsolabili pianti di mio figlio (fame, coliche, cos’altro?), e il profondo desiderio di dare a lui il meglio di me stessa. Cosi’ la mia casa e il mio cervello si riempivano di libri, alcuni utili, altri difficili, altri “illuminanti”.

L’incontro con il libro di Sylviane Giampino è rimasto chiaro nei miei ricordi: a caccia di qualche buon titolo nel solito reparto della libreria, vidi in copertina il viso di una bimba sorridente, con gli occhi coperti da due grosse monete, e sopra la sua testa queste parole: “Le mamme che lavorano sono colpevoli?” Se l’intento era provocatorio, era perfettamente riuscito, perchè provoco’ in me un moto di rabbia, del tipo “ma che cavolo stai dicendo?”, e la presi come una sfida personale, per mettermi alla prova sul fatto di non essere assolutamente colpevole, forse perché, inutile dirlo, un po’ in colpa mi ci sentivo, per il fatto di essere stata contenta di tornare al lavoro appena il bimbo aveva compiuto i 6 mesi (e il mio latte era finito…).

Provocazione per provocazione, questo libro mi diede la libertà di guardare in faccia i miei sensi di colpa, di scoprire che non erano solo miei, di capire che forse si potevano in parte accettare, in parte superare.

Di questo libro (che consigliavo alle colleghe in preda al trauma da rientro al lavoro dopo la maternità, ma senza prestarlo, perché ogni tanto voglio andare a rileggere qualcosa), ho apprezzato soprattutto il capitolo dedicato al tempo per i bambini, alla sua quantità e qualità. Si’ perché anche il concetto di “tempo di qualità” nasconde delle insidie: “ il tempo di qualità è comunemente associato all’idea di momenti di totale disponibilità della madre verso i figli, e anche all’idea di un lasso di tempo divertente per i bambini”. “Cosi’ le madri oggi si ritrovano angosciate e colpevolizzate dall’ideologia secondo cui la disponibilità e il divertimento immediato del bambino compenserebbero l’assenza.(..).L’ideologia della disponibilità verso i figli veicola l’idea che la madre, una volta lontana dal lavoro, ritroverebbe una specie di stato di grazia, cioè il suo volto di madre ideale. Senza fatica, senza vincoli materiali, senza necessità personali, senza tensioni”.

E allora? Quantità no, qualità nemmeno, qual è il parametro per capire se dedico abbastanza tempo a mio figlio?

E la Giampino mi invita a guardare piu’ a fondo nel vero oggetto del mio interesse: il bambino.

“I bambini sopportano le frustrazioni, i cambiamenti di luogo e di persona a condizione di sentire, attraverso di essi, una continuità della propria identità. A condizione che la continuità del legame psichico con la madre e con il padre venga mantenuta nonostante l’assenza. Peraltro, la presenza fisica della madre accanto al bambino durante il giorno non garantisce la qualità della relazione psichica. E’ la presenza psichica, attraverso i segni concreti che la testimoniano, a rassicurare il bambino, ci sono madri fisicamente assenti che sono vissute come presenti dai loro bambini, e viceversa.”

Cosi’ la Giampino identifica 4 rappresentazioni diverse delle presenza materna:

  • La madre assente-assente, (un caso estremamente raro, “una rottura del legame fisico cui si accompagna una rottura del legame psichico che crea nel bambino un sentimento di totale estraneità”)
  • La madre presente-presente, “il modello tradizionale e forse un po’ mitico della donna che sta in casa, (..)realizzata, intelligente e dedita la benessere dei figli e del marito, che prova piacere e interesse per quello che fa,(..) in condizioni economiche sufficienti a condurre una vita familiare socializzata”. Donne rare, nella nostra società.
  • La madre presente-assente, un caso molto comune, donne “devitalizzate dalla solitudine, dagli obblighi domestici e dal non-riconoscimento sociale. Un madre che dichiara: – Vivo per i miei figli. E i figli rispondono: -Mia madre? Nella vita? Non fa niente.” Il rischio, secondo la Giampino, è che queste madri nascondano il loro malessere agli occhi esterni e anche a se stesse, ma non ai loro figli, che potrebbero interiorizzare l’immagine di una madre che non ha stima di sé, e, avendo poche opportunità di confrontarsi con altre persone, (che non servono, data la costante presenza della madre), non abbiano risorse affettive sufficienti da cui attingere per costruire se stessi.
  • La madre assente-presente, il caso della maggior parte delle donne che lavorano: “per i figli queste madri sono fisicamente assenti in certi momenti della giornata, ma sono affettivamente e simbolicamente presenti…donne preoccupate dei propri bambini e impegnate in una vita professionale” che sviluppano “l’arte di inventare un legame a distanza”. E udite, udite: “Meno una donna si sente in colpa perché lavora, meglio organizza le cose per farsi dare il cambio e meglio riesce a delegare. Meno una donna è impigliata nei sensi di colpa e meglio puo’ contribuire, attraverso mediazioni, alla sicurezza affettiva dei propri figli.

Grazie, Sylviane.

Laura

 

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3 Risposte per “Tempo, lavoro e bambini….secondo Laura”

  1. Flavia scrive:

    grazie a te, Laura. Riflettevo anche sul fatto che ognuna di noi attraversa fasi e momenti diversi e quindi non sempre ricade stabilmente in un solo "box". Inoltre ognuna di noi ha diverse percezioni della "presenza" emotiva; come ho constatato scambiando due chiacchiere una sera con una mamma che si opponeva con tutte le sue forze all’idea che la figlia venticinquenne andasse a lavorare al’estero. A me piace l’idea di una presenza che rende indipendenti entrambi, perchè "qualunque relazione che si pone come obiettivo la fusione di due persone in una sola, ha come risultato due mezze persone".

  2. Mariangela scrive:

    Grazie Laura per l’interessante spunto sul falso mito della "qualità". Io ci sono cascata in pieno col primo bambino, che essendo "part time" (passa 2 giorni alla settimana più un weekend ogni 2 col papà) mi sembrava meritasse attenzioni totali. Il tempo con lui era gioco, le incombenze le organizzavo al giovedì e al venerdì in modo da non trascinarlo a fare la spesa ecc.
    L’ho fatto pensando fosse giusto che il poco tempo a disposizione fosse un tempo tutto per lui, ma a un certo punto mi sono accorta che lo stavo abituando ad avere sempre tutta l’attenzione su di sè, a vivere al centro del mondo. E mi sono detta che non era educativo per lui crescere in questo modo… Inoltre spostava molto l’accento sul "fare" e sulle "cose", anche qui con tutto il negativo del caso. Ora cerco di esserci ascoltandolo quando mi dice qualcosa che per lui è importante, iniziando a spiegargli che le persone sono più importanti delle cose, che in famiglia siamo in 4 e che il tempo libero lo impieghiamo cercando di stare bene tutti e 4, quindi facciamo cose da piccoli e cose da grandi, coinvolgendolo nelle cose da grandi….

  3. piattinicinesi scrive:

    mi ritrovo completamente nel "meno una donna si sente in colpa meglio riesce a delegare a organizzare". per me che negli ultimi anni ho alternato periodi a casa con periodi di lavoro intenso fuori casa ( e ora dentro casa) credo che sia veramente il segreto di un equilibrio accettabile e "molto dinamico" della vita familiare. e nella delega e organizzazione intendo anche organizzare i padri, che a volte lo sanno fare da soli, il fatto di aiutare, a volte hanno bisogno di essere indirizzati (senza mugugni, basta chiedere o dire è così e basta)


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