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Giorni bui

Pubblicato il 25 gennaio 2009 da Flavia

Ci sono stati giorni bui, giorni in cui i pochi momenti con i miei bambini erano solo buio.

Alzarmi, vestirmi, prendere un caffè e via, per una stupida teleconference fissata alle 8.00, o per un aereo per chissaddove. E loro che dormono ancora. Rientrare la sera alle dieci, e loro già dormono da un po’. Alzarmi la mattina dopo per uscire di nuovo presto, e non poterli salutare. Rientrare ancora tardi, per una presentazione che doveva essere assolutamente finita in giornata, e al diavolo. Qualche volta questa storia è andata avanti per tre giorni, tre giorni in cui vedevo i miei bambini solo nel buio, addormentati.

Affacciandomi alla stanza di Pezzetto, lo sento respirare profondamente. Mi siedo sul bordo del letto e me lo prendo tra le braccia pensando “mi senti? Sono qui. Non svegliarti, ma io sono qui.”. Accarezzare i capelli sottili di Pezzettino nella sua culletta. Sentire che mi sta venendo da piangere. Allora prima di andare a letto anch’io, accendo la TV e mangio un pezzo di cioccolato dell’uovo di Pasqua, anche se è giugno, catatonica per 10 minuti davanti a un film cretino. Non bevo niente… Quindi lasciatemi almeno il cioccolato.

Ma il fatto “strano” è, che non mi sono mai sentita in colpa in quei momenti, neanche quelli più bui. Era dispiacere, era l’amore frustrato dalla mancanza del suo oggetto, come tutti gli amori, ma non il sentirmi colpevole di quella mancanza. Al limite, ripensandoci, mi sembra così anomalo che io sia fatta così che finisco per sentirmi in colpa perché non mi sento in colpa.  E poi per fortuna ci sono i giorni in cui torniamo prima, si gioca o si guarda Tom & Jerry e si cena.

Oggi un padre e una madre possono dividere le spese per la casa, per l’abbigliamento, per le bollette, possono cercare di organizzare più o meno equamente il loro tempo per le visite mediche, per la scuola. Ma i sensi di colpa, quelli no, quelli devono restare una faccenda esclusivamente femminile. Solita vecchia storia. Allora, sarò pure strana, ma non sono d’accordo. I sensi di colpa non servono assolutamente a niente. Serve riflettere su quello che vuoi cambiare, e darti una mossa per cambiarlo. A proposito…non ho cambiato lavoro perchè quello non era conciliabile con i figli. La conciliazione non è un dogma assoluto e indiscutibile e dal significato univoco, non si misura in ore, non riguarda solo il lavoro della mamma da una parte i bambini dall’altra ma anche, guarda un po’, la palestra del papà vs. le pulizie di casa. Ho cambiato lavoro perchè volevo di meglio, di più, volevo imparare nuove cose.

E ora non mi sento in colpa neanche se giovedì ho fatto tardi e sono rimasta chiusa in ufficio perchè erano andati tutti via mettendo l’allarme e lasciandomi là (ehi, comunque erano le sette, non le dieci di sera). Mi sento molto scema per non essermene accorta, quello sì, e mi sento in arretrato d’amore per una volta ancora. E allora sarò tutta vostra nel week end, Pezzetti. Ma proprio non voglio che dobbiate sorbirvi, mai, una mamma che si sente in colpa.

 

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24 Risposte per “Giorni bui”

  1. Chiara scrive:

    Sono d’accordo con te in tutto. E fai conto che, quando arrivo tardi la sera, è per un mio hobby, non per lavoro. Oggi, per esempio: Amelia ieri sera si è voluta fermare dai nonni a dormire. Stamattina quindi non la vedrò. Stasera tornerò tardi e quindi la troverò addormentata. Mi dispiace, così come mi dispiacerebbe sapere che in casa mia è entrato un dolce buonissimo che non ho nemmeno assaggiato, ma in colpa non mi ci sento.
    Anzi, mi sento più in colpa quelle mattine che, di corsa come sempre, non l’ascolto o le dico bruscamente di fare in fretta perché siamo in ritardo.

  2. my scrive:

    si’ io invece mi sentirei in colpa
    e mi sento in colpa le (rarissime) volte che capita.
    ma non ci muoio di sensi di colpa. Semplicemente non lo faccio, se posso, o tiro un sospiro lungo e dico "pazienza" e lo faccio le stesso, se non posso farne a meno (tipo il corso di cinema che inizio mercoledi, non posso farne a meno).

  3. piattinicinesi scrive:

    io ho alternato momenti di grande presenza a momenti di grande assenza (fisica).
    nel tempo ho capito che il senso di colpa mi veniva solo quando non ero contenta del motivo per cui non ero a casa, forse era un senso di colpa generale, anche verso me stessa.
    le volte che sono stata fuori per un lavoro che mi piaceva, quando ho rinunciato a qualcosa per scrivere, non mi sono mai sentita in colpa. però ho capito che bisogna imparare a dosare le assenze e le presenze, senza farsi trascinare nè dal faccio tutto a tutti i costi né dal rinuncio a tutto perchè devo esserci. ma la presenza va dosata anche in termini di attenzione.
    adesso che sono a casa per più ore garantire una presenza vera, concentrata, è altrettanto difficile.
    e a tutto c’è un limite. lo vedo quando ai bambini manca il padre. l’assenza è giustificata, ma la nostalgia c’è, e forte.

  4. Saraeco scrive:

    concordo ancora una volta con piattini :)
    Ogni volta che mi sono sentita in colpa è stato perché scontenta di quel che facevo.
    Adesso cerco di essere più attenta e partecipe con mio figlio, anche se i momenti sono pochi; ma mi è capitato in passato di avere tanto tempo a disposizione e non riuscire ad essere VERAMENTE PRESENTE.
    Baci
    Sara

  5. piattinicinesi scrive:

    @sara la formazione umanistica conta qualcosa :)
    @my un corso di cinema? wow!!!!! voglio saperne di più

  6. Flavia scrive:

    @chiara, Sara, e Piattini: lo so che viene spacciato come l’alibi preferito delle madri snaturate che non stanno a casa, ma quello che dite conferma che la qualità della presenza è importante. E la qualità del tempo di una mamma mediamente soddisfatta di sè è di solito migliore (lo dicevo nel primissimo post che ho allegato: per quanto mi riguarda, l’equilibrio che sembrava fattibile si è rotto quando non sono stata più contenta del lavoro)
    @my, ti abbiamo beccata, hai visto che anche tu hai bisogno di "tempo per te"? ;)

  7. monica scrive:

    sensi di colpa … avevo un libro bello .. nel senso che mi era piaciuto …
    dava una rilettura del senso di colpa come quel sentimento che permette di empatizzare con l’altro, di traghettare verso noi il suo sentimento e coglierlo sino in fondo, e poi modificare qualcosa ….

    però anche così di sensi di colpa ne ho tantissimi. spesso penso che sia un pò figlio del perfezionismo…
    in fondo ci sono mamme più pressapochiste che forse non "se la menano tanto" …. forse ….

    un abbraccio
    monica pontitib

  8. my scrive:

    @flavia: vedi? hai aumentato i miei sensi di colpa!!!! io davvero non sento l’esigenza di tempo per me, il corso sul cinema è veramene un DI PIù, un’esagerazione!
    mi sa che faro’ molte assenze per non rinunciare alla fiaba!

  9. Flavia scrive:

    @Monica: non confonderei il senso di colpa con l’empatia. L’empatia è una forma di intelligenza nelle relazioni, il senso di colpa è un alibi. Mi spiego: lo faccio, ma mi sento in colpa (verso me stessa se volevo fare la dieta e ho sgarrato, verso qualcun altro se ho avuto uno scatto di nervi, ect): Mi sono messa a posto la coscienza, ho ottenuto l’approvazione altrui mostrando contrizione, e non ho cambiato niente: nè quello che è stato, nè quello che sarà (perchè se mi limito a questo molto probabilmente lo farò di nuovo). Serve invece dire: ok, ecco quello di diverso che farò la prossima volta – e poi farlo. Oppure mi sento in colpa perchè inadeguata/non conforme a un ruolo di mamma moglie etc che ho nella mente? quello è ancora più pernicioso. forse vuol dire che quel modello non l’ho deciso io, me lo sono comprata da qualcun altro. forse devo cambiarlo, deciderlo io fino in fondo, e allora mi sentirò più coerente.
    @my appunto veniamo a te! ci tengo, al tuo corso di cinema, la mia era solo una battuta per dirti che tempo per sè non è una cosa cattiva. non è un "di più" , è una delle espressioni di te,evidentemente è una tua passione, e nessuna passione è roba superflua, anzi è roba assolutamente vitale. ti sei iscritta perchè lo desideri? fallo e basta. che senso ha farlo con tante assenze?così da vera masochista ti sentiraii in colpa sia se ci vai, sia se non ci vai. allora te la cerchi..:) guarda è un esempio talmente interessante questo, che se ti va ti seguiamo. dicci quando inizi, e dicci come va! sul serio :)

  10. Isa scrive:

    Sul senso di colpa, la penso come Flavia. Penso sia un sentimento completamente controproducente: è solo perdita di tempo ed energia. Sentirsi in colpa per qlcosa che si fa o non si fa ci impedisce di "agire": "paralisa" chi si sente in colpa; meglio riflettere sul perché e rimediare quanto possibile. Nello stesso modo, credo che avere dei rimpianti sia altrettanto controproducente: pensarsi adosso, riflettere, decidere e poi agire in modo di non ripetere gli stessi errori e non avere più rimpianti è un atteggiamento più positivo;-) … certo è più facile dire che fare…è sempre un ideale verso cui muoversi!

  11. my scrive:

    tutto è relativo.
    io vado al cinema ogni settimana, faccio parte del cda di una cooperativa di commercio equo e solidale e lavoro a tempo pieno.
    questi sono gli impegni fissi, poi ci sono le uscite saltuarie, le cene, etc

    per questo il corso sul cinema rasenta davvero il superfluo.

    comunque non ha importanza, davvero. Stiamo parlando di una cosa a cui mi sono iscritta per curiosità e solo perchè costa 15 euro quindi se non mi va di andarci non perdo niente. :-D

    visto che partecipo attivamente alle vostre, belle, discussioni, pero’, è giunta l’ora che dica un’altra cosa di me:

    io cerco di non giudicare le scelte delle altre donne, perchè è il primo grande insegnamento giusto di questo blog. Pero’ ammetto che quando sento di mamme che non vedono i loro figli svegli magari anche per tre giorni mi si gela il sangue, spero che non sia un giudizio.
    Io sono figlia di una madre che lavorava dalle 8 alle 20. Che lavorava anche al sabato mattina. Che faceva 1 settimana di ferie a luglio (si andava al mare e lei chiamava in ufficio ogni giorno) e 4 giorni ad agosto.
    bene. so per certo di averne sofferto e di soffrirne ancora oggi.

    Non voglio dilungarmi perchè so già anch’io qual è "la risposta". Ho analizzato a sufficienza la mia infanzia da sapere che il poco tempo che mia madre passava con me NON ERA TEMPO DI QUALITA’. Lei per me cucinava, puliva, mi spronava a fare bene e a star tranquilla. Pero’ non giocava con me, non parlava con me, non "faceva" con me.

    Quindi ho posto la questione e ho già anche dato la risposta.

    Pero’ non è comunque semplice, da madre, non temere di fare lo stesso "torto" a mio figlio.

    per questo motivo io lavoro per vivere e non vivo per lavorare. Metto impegno nel mio lavoro ma non particolare passione.
    perchè io alle 12.30 voglio andare a prendere mio figlio PERSONALMENTE al nido e alle 18.08 voglio essere a casa, in questo modo OGNI GIORNO possiamo ancora giocare un po’ insieme, solo io e lui, prima di dover per forza cucinare, mangiare, riordinare.
    questo significa che non mi possono dare clienti di particolare "spessore" e pretese?
    è giusto.
    lo capisco.
    è comprensibile davvero.

    pazienza.

    poi alle 21 lo metto a dormire e mi concedo i suddetti "sfizi" o come ci va di chiamarli.

    che ne pensate?

  12. Laura scrive:

    grazie My. Io sono sempre stata orgogliosa del lavoro di mia madre, lei ha fatto sempre di tutto per dividersi fra famiglia e lavoro, ma a che prezzo! Ha rinunciato a tutto, amicizie, interessi, hobby, la sera era distrutta. Ma tutto cio’, a parer mio, essenzialmente perché non aveva al suo fianco un uomo in grado di capire e collaborare attivamente. (O forse perché lei ha presteso di fare tutto da sola. non lo so). Per questa esperienza (ognuno di noi cerca di non ricadere negli errori dei propri genitori, casomai cade nei propri) il mio sforzo continuo é di non sentirmi l’unica responsabile dei miei figli, ma di spronare anche il papà a occupare il suo spazio con loro. una volta lavo i piatti io e tu giochi, l’altra volta il contrario. L’altra cosa che vorrei fare, ma qui sono ancora indietro, é trovare dei momenti speciali con ciascuno dei miei figli per fare insieme delle cose che ci piacciono, con regolarità, in modo da instaurare dei trovare momenti di dialogo che possano aiutarci anche nei prossimi anni, quando loro avranno meno voglia di comunicare.
    ciao,Laura

  13. Mariangela scrive:

    Ciao, tutte, ma proprio tutte… Oggi mi ero detta "non ho tempo" ma come si fa, come si fa a non rispondere????
    Sono molto colpita da tutti i vostri interventi. E nell’ultimo post my mi ha proprio fatto scattare qualcosa, che mi ronzava in testa fin dal primo post di flavia.
    Io sono stata citata per aver pronunciato il fatidico "voglio stare in ufficio fino alle 11 se serve alla mia crescita professionale". Aggiungo ora: "se decido io di farlo". Perchè penso che sia sacrosanto non avere sensi di colpa se dedichi del tempo, anche MOLTO tempo se necessario, alla tua carriera e alla tua professione. Però penso anche, e non ho paura di dirlo, che se ci sono ambienti di lavoro dove stare per giorni senza vedere i figli è la REGOLA, beh, penso ci sia qualcosa che non funziona. Perchè siamo sempre nel campo delle "scelte" forzate, non delle scelte libere. Perchè se non è questione di "quei" tre giorni ma di "ancora tre giorni" o "anche questa settimana tre giorni", se ai tuoi figli dedichi solo il weekend, alla fine stai necessariamente rinunciando a qualcosa. Non è possibile che il lavoro debba portare via sistematicamente la metà del tempo (se non di più) e fuori di casa. Conosco abbastanza bene la realtà delle multinazionali in cui i ragazzi del marketing lavorano con passione fino alle 10 di sera. Sono rimasta chiusa in ufficio a mezzanotte. Ho chiesto di non inserire l’allarme per poter uscire. Ma mi è capitato anche di chiedermi come mai nella sede spagnola della stessa multinazionale dalla cui sede italiana uscivo alle 10 di sera dopo aver lavorato gomito a gomito con i ragazzi appassionati del marketing potessero permettersi l’orario estivo con uscita alle 15. Come mai i colleghi tedeschi della mia, di multinazionale, non fossero più reperibili dopo le 17. Come mai per organizzare un meeting con i ragazzi appassionati del marketing della filiale inglese di un’altra multinazionale mia cliente si dovesse fare un bel giro di mail e non di telefonate perchè sia loro sia i miei colleghi sempre inglesi lavoravano da casa ed era più comodo così incastrare data ed ora per tutti.
    Non è possibile che successo e risultato siano misurati solo in tempo delle persone. Questa è una stortura italiana. Quantità di tempo e rigidità di tempi e di luoghi….
    E non ne soffrono solo le donne.
    A presto!

  14. my scrive:

    (continua)

    certo. Io lavorativamente non vado da nessuna parte. E posso ritenermi ben fortunata che ho comunque un lavoro divertente e dinamico. In un bell’ambiente. Ma ero la prima del mio gruppo e ora sono l’ultima. Ma questo non è stata la materenità a decretarlo, ma il MIO modo di vivere la maternità. I limiti suddetti che mi sono posta.

    Io penso sempre che quando saro’ vecchia giudichero’ la mia vita prima di tutto sul tipo di madre che saro’ stata, se saro’ stata presente, disponibile, etc e non su quanti clienti avro’ fatto qui.

    ma forse mi sbaglio.
    Forse appena saranno un po’ grandicelli io mi trovero’ il mio lavoro mediocre e rimpiangero’ di non averci investito di più?
    bo, per ora non mi sembra proprio

    sarà che anche prima di avere figli non ci investivo gran che

  15. Flavia scrive:

    My, ci parli in modo così consapevole delle tue scelte, che non devi neanche chiederti cosa ne può pensare qualcun altro: vanno benissimo per definizione, e non mi sembra proprio che ti annoi :). e poi ci sono fasi, periodi, si cresce, si cambia, e si cercano sempre nuove soluzioni…credo che quando i miei cresceranno anch’io sarò cresciuta e avrò altri interessi, e tutto si ridefinisce.

    ciao Mariangela, è verissimo quello che dici, l’ho vissuto anch’io. La mentalià italiana è sballata, all’estero non è così. va bene far tardi una volta per propria scelta, ma non può essere un sistema, una "cultura". infatti questa è una constatazione che abbiamo fatto spessissimo tra colleghi, uomini e donne.

    l’altra riflessione che facevo, collegandomi ai modelli materni che avete citato, è che è incredibile quando siamo condizionate dall’esempio di nostra madre, in "bene" o in "male" ce lo portiamo appresso, indelebilmente. La mia è casalinga, tosta, perfezionista, grande senso del "si fa così e basta" – qualcosa l’ho preso e qualcosa l’ho rifiutato e immagino che oramai si sia capito bene cosa.
    e poi appunto siamo in cammino continuo e col tempo cambiamo…
    E infine, per quanti sforzi facciamo, i nostri figli qualcosa da rimproverarci lo troveranno sempre :) tanto vale rimanere se stesse.

  16. my scrive:

    no guarda l’opinione altrui è importantissima.
    magari son completamente folle e sto facendo un gran casino!

  17. Flavia scrive:

    ah…. Piattini …? propongo un’intervista approfondita a My…il soggetto mi sembra sempre più interessante… La prima cosa su cui dovremmo lavorare con lei è "non farsi influenzare assolutamente delle opinioni altrui ma trovare la propria"….
    cosa che in effetti, a volte è difficilotta.

  18. my scrive:

    nuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu
    preferisco
    "sentire mille e una posizione per trovare la propria" !!!

  19. piattinicinesi scrive:

    ieri leggevo un libro in cui ho trovato una bellissima metafora del rapporto con la propria madre, quello del setaccio. un setaccio in cui fai passare quello che non ti serve e lasci solo piccole pietruzze preziose. no, non si può prescindere dal proprio rapporto con la madre che è in realtà un rapporto co la figura materna.
    anche io ne sono stata influenzata. mia madre mi ha sempre detto, non fare come me, non ti sacrificare, non rinunciare a tutto. una madre che ti dice non fare come me non è facile.
    con il tempo ho imparato che non c’entrava il lavoro o la famiglia, lei mi aveva insegnato che era l’idea del sacrificio quella da abolire.
    per questo nel mio commento precedente ho parlato di limiti.
    ognuna di noi deve essere consapevole di quali sono i limiti da mettere al mondo esterno rispetto a ses stessa, e questo vale per il marito, per i figli ma anche per il lavoro.
    certo ci possono essere fasi. a volte si può scegliere di dedicarsi (quasi) totalmente a qualcosa perché è necessario e lo si ritiene opportuno (pensiamo a svolte di carriera, a una crisi di coppia, ma acnche ai problemi di salute di un figlio, o al romanzo di Piattini) secondo me è quel "quasi" che ci deve salvare, i deve dare un appiglio per pensare che in mezzo al bailamme di doveri ci siamo noi, che siamo persone.
    sul come noi come persona ci sentiamo realizzate ognuna credo debba saperlo da sé. io l’ho scritto nei core values, c’è qualcuno che mi considera totalmente pazza per il fatto di aver rinunciato a un contratto in rai per provare a scrivere e stare con i miei figli. la mia risposta è chissenefrega. per la prima volta da tanti anni sono in pace con me stessa.
    @ my. anche a me piace sentire le diverse posizioni. tu, per esempio, mi comunichi una fortissima energia, sempre, quando leggo i tuoi post!

  20. Mariangela scrive:

    Due cose.
    Uno, condivido con Piattini il disagio di non avere il karma di seguire il modello della propria madre, o perchè come nel suo caso è lei a dirti di non farlo o perchè come nel mio il setaccio ha maglie molto larghe. Nonostante abbia superato, lavorandoci non poco, la fase del "non voglio essere come lei", metabolizzando il perchè e il cosa, resta il fatto che non ho fatto miei il 90% dei suoi comportamenti. Ed è difficile, è difficile soprattutto "tenere la barra dritta" perchè quando non hai un modello hai una teoria, ma nei fatti poi non sempre è facile comportarsi in modo coerente.
    Due, per questo – e in tema di "in mezzo al bailamme di doveri ci siamo noi" – mi è stato molto d’aiuto mio marito. Lui mi ha insegnato a leggere la mia vita in termini di "voglio" e non di "devo". Spesso le frasi piene di doveri si possono ribaltare e leggere come obiettivi: se questi suonano "armonici" con i nostri desideri profondi, è una cosa da fare, se invece suonano "distonici", è il caso di riflettere e poi agire di conseguenza. Mi è utile ragionare così e spesso finisco per rivedere la mia scala di priorità e sentirmi meglio…
    E poi mi ha insegnato a togliere la maglietta da wonderwoman. E penso sia verissimo che nel nostro sentirci pressate dai doveri c’è anche molto supermammismo, il chip della mamma perfetta che si occupa della prole meglio di chiunque altro…

  21. monica scrive:

    sul senso di colpa … credo che l’effetto spiazzante del libro che dicevo, era il suo dare una prospettiva più aperta e meno angosciosa del senso di colpa, evidenziando la possibilità anzi la potenzialità trasformativa.
    averlo e trasformarlo è meglio del farsene schiacciare ….
    poi è un sentimento che nessuno vorrebbe avere come compagno di stanza!!!

    monica pontitibetani

  22. monica scrive:

    mi piace un sacco il post di mariangela su lavoro in italia e non… quali saranno le variabili?
    saperlo aiuterebbe a pensare a modelli diversi ….
    ciao

    bel dibattito.
    un altro canestro flavia!!

  23. emily scrive:

    ho letto tutto ma nn mi sento di esprimere la mia opinione xkè so che se dico quello che penso potrei essere franintesa e nn voglio che nessuno si senta offesa dalle mie parole.
    posso solo dire che certi discorsi si possono fare quando si è dipendenti, e che dalla qualità e dal tempo dedicato al lavoro dipendono forse solo avanzamenti e carriere, ma lo stipendio a fine mese è assicurato.
    diverso se lavori in proprio.
    penso alla mia amica che ha un negozio di frutta e verdura, lei e sua madre….di certo nn può staccare alle 18.08, tanto vale chiudere.
    oppure al mio, che spesso richiede la partecipazione a fiere, eventi e altro e mi porta lontano dai ragazzi x giorni.
    ma vi leggo con piacere, l’opinione degli altri mi interessa sempre

  24. Flavia scrive:

    @emily so cosa intendi. e’ tipico che i dipendenti certe volte aspirino all ‘ "attività propria, dove sei il capo di te stesso" di chi lavora in proprio (io l’ho pensato tante volte), e chi lavora in proprio senta la mancanza delle certezze del dipendente a fine mese. le imprenditrici/libere professioniste mica hanno il congedo di maternità, per esempio. le ammiro tantissimo, come ammiro quelle dipendenti che gestiscono un lavoro full o part time e i figli e gli impegni e tutto il resto…
    anche per me è un grande piacere avervi qui.


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