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Caro diario: Dialoghi a distanza tra madre e figlia . 2

Pubblicato il 08 gennaio 2009 da piattini cinesi

Diario di Serena, mercoledì

Ho riletto quello che ho scritto ieri. Fa bene rileggersi perché ho scritto quella frase, che “mi sentivo a disagio ma in fondo avevo solo cambiato lavoro”. Beh, quel Solo è decisamente un po’ riduttivo.

Mi sento a disagio perché è come se avessi detto a mia madre, ciao ciao e cavatela da sola, non voglio più fare quello che fai tu, insieme a te.

E l’ho detto a 34 anni.

Nel omento in cui dovrei starle vicina.

A 18 invece avevo accettato senza protestare la sua imposizione sulla scelta della facoltà.

Non ha neanche dovuto faticare troppo a convincermi che il diritto mi avrebbe permesso di raggiungere piuttosto facilmente una certa indipendenza economica mentre la filosofia andava bene come passatempo adolescenziale, da mettere nel cassetto il più presto possibile per dedicarmi alla realtà della vita.

All’epoca non avevo armi da opporre, neanche a me stessa. Nessuna passione che mi chiamasse veramente verso un destino diverso da quello che lei più o meno consapevolmente aveva stabilito per me, e che era sempre sembrato a tutti quello più giusto, più facile e sicuramente più naturale per l’unica erede di uno studio da avvocato a Milano.

Finita l’università, malgrado avessi impiegato due anni in più del necessario a laurearmi, e i problemi tributari dei miei clienti non riuscissero ad appassionarmi con la dovuta intensità, riuscivo a svolgere il mio lavoro in maniera corretta.

Sono sempre stata una precisa io, non certo una da cui ci si aspetta un colpo di testa, eppure…

Eppure l’anno scorso, quando Sergio mi ha detto che c’era la possibilità di trasferirsi qui ad Ancona, per aprire una piccola filiale dell’azienda, invece di spaventarmi, di dire “non se ne parla proprio” mi è sembrata subito un’idea bellissima. Mi è venuto in mente il mare, ritmi più lenti che qualche volta permettano anche pranzare insieme nella pausa del lavoro, o di vedere un amico il pomeriggio. Insomma mi è venuta in mente una vita diversa. Forse anche la possibilità di riprendere la mia amata filosofia. Ed è stato come se, chiusa in una stanza senza porte e senza finestre, qualcuno improvvisamente mi avesse spalancato davanti un varco, una via d’uscita inaspettata e salvifica, che da tempo, senza saperlo, stavo invano aspettando.

E allora, se sono così felice, così sicura che questa sia la strada giusta, perché ho tanta paura del giudizio di mia madre?

Diario di Carmen mercoledì

Sergio mi ha detto che il nuovo lavoro di Serena va bene. Non avevo dubbi. E’ sempre stata brava. Lo era come avvocato e ora lo è come amministratrice della scuola materna. Pare che l’anno prossimo si voglia riscrivere all’università, dice che studierà la sera, che con il part time e il tempo risparmiato nei trasporti ce la può fare. Speriamo. L’ultima volta mi ha rimproverato di non avere fiducia in lei, di pensare che fuori dal mio studio lei non è niente. Ma non è così. Io in realtà l’ammiro perché sta seguendo la sua strada, ma allo stesso tempo sono preoccupata, e non riesco a nasconderlo.

Mi spaventa l’idea che possa succedere qualcosa, che lei perda il lavoro, che Sergio la lasci.

Sono cose normali, queste, nella vita, no? Assai normali, purtroppo. E mi angoscia il pensiero che al momento del bisogno io possa non essere lì, accanto a lei, ad aiutarla.

Anche se in questo momento, il mio aiuto, non sembra interessare nessuno….

Mi dispiace che Serena pensi che ce l’ho con lei perché ha lasciato lo studio. Non è questo. Però è vero che uno le cose in parte le fa anche per i figli, per lasciare loro qualcosa… e io così mi sento che non lascio niente, niente di niente, e mi sento a volte totalmente sola.

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6 Risposte per “Caro diario: Dialoghi a distanza tra madre e figlia . 2”

  1. Flavia scrive:

    Ma perchè va sempre così? da un lato una figlia che teme il giudizio della madre, segue le proprie scelte ma a fatica e sentendosi iin colpa, dall’altro una madre che in fondo è orgogliosa di lei ma si preoccupa , si sente sola, e anche lei in colpa. Ma c’è un modo per uscirne?

  2. Isa scrive:

    credo di si’: dirci un po’ di più le parole magiche: "ti voglio bene"!
    :)

  3. Laura scrive:

    Credo che essere se stesse con la propria madre sia una delle conquiste piu’ ardue e piu’ liberanti allo stesso tempo, come scalare una vetta e respirare un’aria purissima. Non sarà cosi’ anche per le nostre mamme? e per le nostre figlie?

  4. piattinicinesi scrive:

    nel rapporto con la propria madre secondo me ci sono varie fasi. l’infanzia è l’infanzia, e si amamla madre di un amore assoluto. poi c’è l’adolescenza in cui ci si oppone a lei. opporsi fa parte della costruzione della propria identità, è salutare e fisiologico. alcune opposizioni non riuscite sicuramente portano danni. c’è poi una fase adulta, molto adulta direi, in cui si rivivono le esperienze della propria madre e la si capisce di più. è il momento in cui anche le madri invecchiano, e si fanno domande (se le sono fatte anche prima, ma adesso si tirano veramente le somme)
    tra madre e filgia poi esiste il confronto che esiste sempre tra donne.
    mi è sembrato interessante riportare lo sguardo di entrambe.
    spero che vi stia piacendo.non è finito…

  5. Mammamsterdam scrive:

    Poi ai figli lasciamo in eredità solo l’affetto o gli insegnamenti. Scusate, per motivi personali ho davvero problemi a sentire che uno il suo lavoro lo fa per lasciare una carriera ai figli. È una palla al piede. è un modo per castrarli. O si metton su aziende seire, che sopravvivono alla famiglia, o non si impone ai figli di rianimare un morto che parla. E allora quando uno chiude bottega in proprio, meglio che non stia lì a metterci di mezzo i figli a tutti i costi.

    Per carità, crescere e fare esperienza lavorativa in una ditta di famiglia è una cosa santa. Ma va considerata al livello del babysitting ai figli dei vicini. Finiti gli studi basta, una si guarda intorno per sé.

  6. Flavia scrive:

    infatti, i figli scelgono strade diverse anche quando l’attività di famiglia va bene, ed è giusto che sia così. ne conosco anche vari che hanno fartto esperienze altrove e poi, con quel bagaglio, sono tornati all’attività di famiglia rinnovandola e rafforzandola, e anche questo mi sembra ottimo. alla fine si torna sempre al punto: anzichè manipolare qualcuno, mettilo in condizione di crearsi il suo percorso.


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