Catalogato | Coaching, Miti da sfatare

Miti da sfatare: 2. sacrificio e abnegazione

Pubblicato il 04 dicembre 2008 da Flavia

“Non dobbiamo sacrificare noi stessi agli altri, nè gli altri a noi stessi. Dobbiamo rinunciare all’idea del sacrificio come ideale morale. Le relazioni basate su uno scambio di valori sono superiori a quelle basate sul sacrificio dell’uno per l’altro.” (N. Branden, I sei pilastri dell’autostima)

Il corollario del mito della perfetta mamma italiana è il sacrificio. La mamma si sacrifica, dona tutta sè stessa ai suoi figli, dedica loro ogni momento, vive solo per loro e per il loro benessere. La frase “loro vengono prima di te” è da sempre il tormentone preferito di mia madre.

Siamo d’accordo sul fatto che per vivere bene, per vivere eticamente, per essere equilibrata una persona deve ascoltarsi (cioè avere consapevolezza dei suoi valori e desideri profondi), rispettarsi (non farsi violenza reprimendoli) e infine saper esprimere i propri bisogni agli altri (senza aggressione o prevaricazione, ma esigendo il rispetto). Tutto questo significa affermarsi e realizzarsi. Non sono io a dirlo, sono tutti gli psicologi in cui mi sono imbattuta ultimamente (da un punto di vista letterario, intendo…)

Piccolo esperimento. Applicate questo assioma ad una mamma : “una mamma ha bisogno di affermarsi e realizzarsi.” Non vi provoca un sottile disagio, una sensazione negativa e stridente come di due termini che si contraddicono “naturalmente”? Non si avvicina pericolosamente all’egoismo? Non vi sembra in contrasto con la vera profonda essenza della maternità? A me sì, lo ammetto. Mia madre deve avermi programmato come un cagnolino di Pavlov. Da una parte la parola mamma, con tutta la sua carica ancestrale di emotività, passionalità, visceralità. E dall’altra l’autoaffermazione, parola fredda, moderna e cerebrale, da psicanalisti, propria di chi pensa solo a se stesso. Orrore.

Contro esperimento: applichiamo lo stesso concetto al padre, e sarà invece perfettamente normale che abbia la propria affermazione, nel lavoro come in qualsiasi altro campo della sua vita. Ma certo, ci hanno detto, è perchè ci sono delle differenze naturali tra uomo e donna. (Ma certo, quelle stesse differenze per cui le donne non avevano il diritto di voto, no? Ma certo, perchè un uomo lavora e guadagna, e una donna sta a casa, no? Siete liberi di essere d’accordo. Io non mi pronuncio e rimando a qualche altro post). Se è “normale”, “naturale”, insomma insito nel ruolo femminile di madre, il fatto che le proprie esigenze vengano sempre per ultime, a me questa sembra più una cameriera che una madre. Ma lasciamo quest’altro mito del ruolo “naturale” ad un altro momento e torniamo al punto.

1. Una mamma è una persona impegnata sul più difficile dei fronti: ridefinire la propria identità, crescere, maturare, affrontando continue domande, e tutto questo imparando a fare da “facilitatrice” nello sviluppo del suo bambino. Chi ha un simile impegno deve, prima di tutto, sapersi prendere cura di sé. Dialogare onestamente con se’ stessi è salutare per la nostra serenità, ci hanno insegnato gli antichi filosofi molto prima dei moderni psicoterapeuti, e non dovremmo mai smettere di farlo. Quasi sempre, concentrate come siamo sul bambino (e così tutti gli altri intorno a noi) dimentichiamo che al centro di questo grande lavoro ci siamo prima di tutto noi. Non è certo una manifestazione di egoismo recuperare il nostro centro.

 2. Qualsiasi relazione (d’amicizia, d’amore, lavorativa) è dannosa se impedisce a una persona di crescere in armonia con la sua natura. Il sacrificio inteso come negazione di sé è tossico, il dono di sé inteso come trasmissione di valori autentici è vitale. Che vuol dire tossico? Una madre che non rispetta sè stessa e rinuncia, consapevolmente o inconsapevolmente, a delle parti importanti di sé, probabilmente si porterà dietro uno strascico di insoddisfazione e frustrazione tali che forse, in futuro, cercherà di manipolare il figlio, plasmandolo ai suoi desideri, per ottenere da lui le soddisfazioni che lei non ha ottenuto altrove. I figli svilupperanno un senso di colpa perhè “la mamma si è sacrificata per noi”, e così via. Non mi sembra una prospettiva allettante.

 3. Consideriamo infine i benefici per i nostri figli: una madre che si mostra come una persona completa, con i suoi interessi e le sue relazioni, e che non si “riduce” a vivere esclusivamente in simbiosi con lui, sarà per il bambino uno stimolo ed un esempio positivo, per rendersi indipendente e crearsi a sua volta una vita equilibrata e una rete di relazioni.

Scusate allora, se sposto il focus da lui, a me. Lui imparerà dai miei esempi. (E chiamatelo pure egoismo)

Insomma cosa voglio che veda in me mio figlio? La vera me o la sua ombra? Una persona vitale, curiosa, aperta al mondo,  o una persona votata solo ed esclusivamente a soddisfare ogni suo desiderio? Come me lo immagino tra qualche anno, indipendente e socievole oppure viziato e attaccato alla mia gonna?

E soprattutto, quale gonna?

 

post correlati: la mamma italiana (ma ridiamoci un po’ su)

13 Risposte per “Miti da sfatare: 2. sacrificio e abnegazione”

  1. Panzallaria scrive:

    mamma mia, sono troppo d’accordo e sfatiamoli sul serio questi miti! potrebbe anche essere un buon inizio per vivere con un po’ di serenità la fase del naturale distacco dai nostri figli e insegnar loro che non è il sacrificio e l’abnegazione inutili a fare grandi le persone ma il senso di responsabilità e il rispetto dell’altro!

    brava flavia, sempre cose sensatissime scrivi tu!
    panz

  2. Laura scrive:

    piu’ che d’accordo con tutto quello che hai scritto e complimenti per come hai inquadrato il problema (e anche la soluzione…). Qualche anno fa forse queste mi sarebbero sembrate considerazioni un po’ astruse, ma ora che le vivo sulla mia pelle, sto maturando, potrei dire quotidianamnte, le stesse considerazioni. E’ un cammino faticoso, ma di sicuro sarà piu’ facile se lo facciamo insieme!

  3. mariangela scrive:

    parole sante, parole sante!!!!

  4. vm12 scrive:

    D’accordissimo sul principio: nessuno, né maschio né femmina, deve negare se stesso e la propria personalità. Ma il donare qualcosa di sé al prossimo (sia tuo figlio o sia il tuo compagno o chiunque altro) non deve essere necessariamente vissuto come sacrificio (come dice anche Flavia, sottolineando la differenza tra sacrificio tossico e positivo). Bene, ma in pratica come si fa a riconoscere il limite tra le mie esigenze e quelle dell’altro? Come faccio, insomma, a sapere se l’affermazione della mia libertà in quel momento non possa essere deleteria per, ad esempio, mio figlio? Vi faccio un esempio banale: dopo una giornata di lavoro una madre (o un padre) hanno diritto a praticare un po’ do sport per scaricare tensioni e curare il loro benessere? Sì, certo, mi si risponderà senza dubbi! Ma un bambino, che è stato tutto il giorno a scuola e poi prelevato dalla tata, ha diritto a spendere un po di tempo costruttivo con i suoi genitori? Una vera mamma, probabilmente, non è quella che si preoccupa costantemente di cambiare calzini umidi o testare l’appetito di suo figlio, ma quella che AMA davvero trascorrere il proprio tempo con il proprio figlio senza che ciò venga da lei percepito come un sacrificio, ma anzi come una meravigliosa risorsa ed opportunità.
    Sabina

  5. Flavia scrive:

    grazie, i commenti mi aiutano a capire quando tocchiamo i "nervi scoperti". Come il post di ieri di Piattini che ha generato tante reazioni. Tutte ci confrontiamo con i pregiudizi e ognuna deve decidere la sua personale posizione.
    Sabina, hai ragione, l’equilibrio è difficile, decidere cosa è giusto pure, a seconda delle situazioni. E siccome è così faticoso, si ha la tentazione di pensare che rinunciare del tutto a se stesse sia l’unica scelta… Ti confesso una cosa: ci sono dei momenti in cui io non amo stare con loro. Sento che mi sto per trasformare in un mostro verde. Allora giro le spalle, magari mi faccio una corsa e una doccia (se il papà mi dà il cambio per un’ora) e dopo sono di nuovo una persona socievole…

  6. pensata scrive:

    La cosa che amo di più? stare con i miei figli, e lo faccio con estrema gioia, certo capita anche di non poterne più delle loro "continue richieste" allora se c’è papone gli dico: "sono tutti tuoi!!!" se lui non c’è "resisto". Perchè penso comunque che sono ancora molto piccoli e credo sinceramente che (almeno per ora) le loro esigenze vengano prima delle mie, senza per questo "annullarmi".

  7. Flavia scrive:

    Ciao Pensata, e certo il Papone è davvero una forza… Comunque non credo sia un problema di "chi viene prima". Non dovremmo fare "sacrifici" ma dovremmo fare sempre le cose che amiamo, appunto…

  8. Laura scrive:

    non vorrei uscire troppo dal seminato, ma cosa mi dite di queste due stesse parole SACRIFICIO e ABNEGAZIONE richieste dall’attività lavorativa a mamme e papà?

  9. flavia scrive:

    E già, Laura. Ma non erì in riunione?

  10. Laura scrive:

    appunto…

  11. Igraine scrive:

    Non so, a me pare invece che eliminare l’idea che la e
    nostra vita sia costellata anche di fatica e rotture di p…, sia utopica. La vita che facciamo poi spesso richiede degli equilbrismi e toglie,più che dare. Poi sono d’accordo con il trovare anche spazio per sé. Non penso nessuna persona "sana" sia desiderosa di annullarsi completamente. Ma da qui a dire che ci si autoafferma, mi pare ne corra…
    Dalla mia esperienza, la vita si restringe e limita parecchio quando si hanno figli, anche se i piccolini danno molto. Soprattutto se non si hanno risorse economiche per baby sitter, o nonni a disposizione (e fermo restando che chi li lascia sempre alla baby sitter poteva anche non farli, per come la vedo io…). E non è questione di padre o madre: mi pare che il mio compagno faccia gli stessi sacrifici miei, e abbia lo stesso impegno in casa.

  12. Isa scrive:

    Ecco appunto, come lo dicevano Flavia e vm12, è tutta una questione di "giusto" equilibro, il quale non è uno solo… tocca a ciascuno di trovare il proprio!
    Isa

  13. Flavia scrive:

    ciao, Igraine, ciao Isa. Per come la vedo io non è un’utopia conoscere i propri valori e usare la vita per affermarli, cioè tradurli in pratica. I figli al limite aggiungono nuovi significati a quei valori, se sappiamo cercare. La considerazione andava al di là degli equilibrismi, delle quotidiane "limitazioni" che tutti viviamo da genitori, e degli spazi per sè. E’ proprio un’ideologia, quella del "sacrificio", che anche al lavoro (capisco Laura) spesso ti fanno passare per necessaria. E anche in quel caso, è dura difendersi…


Lascia un commento