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Il coaching: prima di tutto, cos'è

Pubblicato il 30 novembre 2008 da Flavia

Su Lifecoachlab.com esiste una definizione utile, che riprendo:

“Un coach aiuta le persone a trasformare se stesse e a riformulare il loro modo di essere, di pensare e di agire. (…) Un coach offre supporto nello sviluppo di nuovi punti di vista, presenta diverse opzioni e genera nuove possibilità in modo che i clienti possano prendere delle decisioni basate su ciò che essi realmente vogliono – non quello che dovrebbero volere. (…) chiedendo loro di agire perché realizzino quanto desiderano. In altre parole, il coachee identifica un gap tra dove è e dove vorrebbe essere, ed il coach lo aiuta a colmare questo gap.”

In altri tempi, tipo duemila anni fa, si chiamava Mentore, ma poi le aziende hanno forse constatato che il mentoring interno non funzionava granchè (ognuno ne ha già abbastanza dei propri problemi, per riuscire ad occuparsi anche di quelli degli altri), e allora hanno cominciato ad ingaggiare dei coach esterni. Siamo passati dal latino all’inglese, seguendo la nuova terminologia in voga: da mentore a coach. (Ma l’inglese coach, che indica anche la carrozza del treno, viene da Kocs, villaggio ungherese famoso appunto per le carrozze. Insomma è un termine che ha a che fare con un viaggio).

Il coach ha una tecnica che aiuta le persone (come professionisti o semplicemente come individui) a formulare e a raggiungere i propri obiettivi. A differenza di un consulente, non offre soluzioni preconfezionate, ma mette in condizione i propri clienti di applicare le loro soluzioni, utilizzando i loro potenziali. (Anche qui, mi sembra di ricordare Socrate e la maieutica. Perchè tutto viene dal greco, come nel film “Il mio grosso grasso matrimonio…” Ma andiamo avanti). La cosa interessante è che per fare tutto questo, il primo passo è capire cosa si vuole veramente. Ripartire dai valori, ossia le nostre aspirazioni e i nostri obiettivi profondi, per poteer fare un piano d’azione coerente. Alla fine del viaggio, miracolo: sappiamo cosa vogliamo e come arrivarci.

Questo “non sapere cosa si vuole” può sembrare strano, ma nella nostra società occidentale super competitiva, dove il successo individuale è tutto esteriore, spesso ci “dimentichiamo” dei nostri autentici valori-obiettivi. Il successo viene definito come il conformarsi a un modello imposto dall’esterno (ricchi, belli, magri, giovani…), e non formato in autonomia all’interno di noi.

E cosa ha a che fare questo con una mamma, che fa il (primo o il secondo, ci sono diverse opinioni) mestiere più antico del mondo? Molto, moltissimo: la mamma è impegnata in un lavoro difficile che la assorbe completamente, è sottoposta a pressioni competitive su più fronti (il suo ambiente familiare, le altre mamme con cui si confronta, i modelli sociali, le sue stesse aspettattive), e spesso si dimentica della mamma che avrebbe voluto veramente essere, oppure abbandona l’idea per sfinimento. Ma essere mamma è un’opportunità di sviluppo personale troppo grande per non coglierla. E’ come avere ottenuto una grossa promozione, e non avere assolutamente idea di dove iniziare. Oppure avercela, ma non nutrire abbastanza fiducia in sè per perseguirla, e perderla per strada. Fanno corsi ai manager che hanno questo identico problema. E non li fanno alle mamme dei futuri manager ?!

Insomma sii te stessa, e nessuno potrà fare il tuo lavoro meglio di te.

(Ah, una cosa importante: non sono io la coach, qui. Non insegno qualcosa a qualcuno. Coach lo siamo tutte: io farò solo da facilitatrice…)

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Per saperne di piu’ sull’executive coaching, dai un’occhiata a Lifecoachlab

5 Risposte per “Il coaching: prima di tutto, cos'è”

  1. piattinicinesi scrive:

    C’è un’altra cosa importante secondo me.
    La mamma non è solo una chioccia, un dispensatore d’amore o una tana rifugio per i propri figli, ma è anche e soprattutto una guida, un mentore.
    Lo è non perché debba indicare loro la strada ma perché li aiuta a guardare dentro se stessi con amore e a capire da soli qual è la strada giusta e unica per loro.

  2. Flavia scrive:

    Giusto, grazie Piattini. E per essere questa guida per loro, noi per prime dobbiamo essere capaci di "guardare dentro noi stesse con amore".

  3. monica scrive:

    l’interessante, almeno per me, è che sia in azienda che (forse) in relazione al "mondo delle mamme" si usa un pò più spesso il paradigma filosofico e forse anche certe sfumature di quello pedagogico.
    a discapito di quello psicologico.
    cioè si ricomincia a parlare di crescere ed educare e meno di "curare" (concedetemi l’estremo – la psicologia usata a paradigma di tutto è un grosso problema).
    parlare di valori, di crescita, di cercare (e conoscere) se stesse è aprire ad un altro modo di pensare.

    monica

  4. Flavia scrive:

    "aprire ad un altro modo di pensare" … Monica: e’ proprio bello quando si concepisce un’idea, si fa un "piano" per far arrivare un messaggio a qualcuno, e lo si vede "risuonare" così perfettamente nel destinatario. Insomma son soddisfazioni :-)

  5. Solidea scrive:

    Buongiorno Flavia e buongiorno a tutte!
    Ogni volta che passo in questo spazio web trovo sempre articoli, temi e commenti molto interessanti. Complimenti a tutte!
    Riguardo al tema di questo post, provo ad immaginare una situazione tipo di coaching: coach e coachee a lavoro…
    Forse per qualcuno può sembrare un lavoro da marziani o che richieda chissà quali specializzazioni.
    Pensare ad una persona che chiede aiuto, pensare ad un facilitatore (traghettatore) che deve intervenire senza intervenire (cioè lasciando la libera scelta al coachee ed aiutandolo a trovare la strada che lui desidera per se stesso)… beh… tutto questo può sembrare davvero un lavoro grandissimo. In effetti lo è. Quello che voglio sottolineare è questo: il coaching è un percorso che richiede molta attenzione dal parte del coach. Soprattutto obiettività, distacco emotivo e distacco totale dalle proprie certezze, convinzioni, visioni e dalla propria mappa mentale.
    Per fare questo servono tanti titoli?
    A mio parere no. Quello che è indispensabile è la grande voglia di ascoltare con sincerità l’altro. Questa è, secondo me, la prospettiva da cui dovremmo partire come mamme nei confronti dei nostri figli.


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