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Ebbene sì, sono una mamma manager.

Pubblicato il 22 novembre 2008 da Flavia

Sì, sono una di quelle.

Quelle che il coro chiama donne in carriera, e se hanno pure l’ardire di fare figli, diventano mamme in carriera. A meno di abbandonare lavoro e carriera ed entrare in un limbo faticoso, faticosissimo, che sta tra “l’eroico sacrificio” e la “sfiga” sociale (sempre secondo il coro, sia chiaro. Io non darò mai giudizi su questo, perchè le scelte personali, quando sono libere ed autentiche, sono sempre giuste. Quello che mi fa arrabbiare, è quando non sono libere).

Allora, sono una di quelle che attirano in eguale misura i “come fai?” di ammirazione, vera o finta non so (come faccio, come migliaia di altre donne, come. Manco avessi vinto un Nobel) e la nascosta riprovazione. Una che colleziona le penne e i blocchetti dai comodini dei vari Hilton e Sheraton in giro per il mondo, per poi scriverci la lista della spesa. Sarà un tic da terrona, che ne so.

Ma mi sono sempre sentita me stessa e basta, perché non sopporto i ruoli prestabiliti, respingo i luoghi comuni, sono insofferente alle pressioni, e da bambina giocavo con le pistole. La manager? Stronza. La mamma? Dolce amorevole e paziente. La femminuccia? Barbie. Sono quasi patologica (così appaio in famiglia) nel mio rifiuto delle regole prestabilite e dei riti collettivi: le bomboniere. Le feste di compleanno con l’animazione. Halloween. Insomma tutto questo genere di cose (ok, ci sono anche quelle che mi piacciono: Natale…Oppure il mio compleanno…:-). Il problema è che non mi piace seguire le idee che hanno già avuto gli altri, senza metterci niente di mio. Il che non è semplice.

Mamma…? Manager…? Come è possibile cercare di incasellare sempre tutti in un ruolo e una definizione? Ognuno deve trovare il suo posto. Ognuno ha il suo puzzle da risolvere. Io sono materna sul lavoro, a volte. E sono esageratamente cervellotica e strutturata con i bambini, altre volte. E allora?

Non dimentico che sono fortunata. Ho studiato e lavorato duro, le cose mi sono andate bene, ed io le ho aiutate con un po’ di coraggio. Ho cercato e ottenuto una promozione all’estero, ho fatto i bagagli e sono partita da sola per Atene. Il mio salentino, dopo un paio d’anni di pendolarismo, mi ha chiesto di sposarlo: grazie, salentino. Non è usuale sposarsi, e poi tornarsene rispettivamente a Milano e ad Atene. Ma noi abbiamo osato anche di più: abbiamo voluto un bambino.

Una volta trascorsi tre meravigliosi anni in Grecia, stava per arrivare un’altra promozione e un’altra destinazione. E così ho cercato di porre la maternità in mezzo. Ma un figlio, quello no, anche se spesso lo chiamiamo “progetto”, non è affatto un piano di carriera. Un figlio può spezzarti il cuore per le attese deluse. Abbiamo atteso, e infine l’arrivo di Pezzetto, pure tanto desiderato, mi ha leggermente sconvolta. La coppia, in vista del prossimo trasferimento a Londra (questa volta insieme) e stremata dalle notti in bianco, ha traballato. La prima volta che ho pensato “che stronzo”, la prima volta da quando lo conoscevo, è stato quando quella mattina alle sette meno dieci mi ha detto “Non sei la sola a non aver dormito”. Si sbrocca, altro che.

Comunque non capita sempre di avere un bambino e rientrare al lavoro con un’altra promozione – eppure capita, e anche più spesso di quanto si immagina. Siamo arrivati a Londra, e alle cene con i colleghi italiani le loro mogli mi dicevano: che brava. Sei qui, in una posizione più alta dei nostri mariti, e hai anche un figlio. Ed io pensavo che l’unico motivo per cui mi era riuscito tutto questo non era essere stata più brava e tosta di qualcun’altra, ma forse era solo averlo ritenuto normale, naturale e giusto per me, e avere avuto accanto un ragazzo che la pensava come me, e che aveva fatto uno sforzo per me. Quando non c’è il soffitto di cristallo, quando sei in posti dove alle donne si aprono le stesse strade che agli uomini (ed esistono), tante per tanti motivi  “si fermano al verde”.  Altre invece riescono a superare quel punto critico e vanno avanti… e allora diventano quelle in carriera.
Ho allattato per cinque mesi, tutte e due le volte, prima di tornare al lavoro, e credo che se sono stata bene, anche loro sono stati bene. Non ho mai notato alcun trauma da separazione secondo il rigido calendario dei traumi che ti danno tutte le riviste tipo donna e mamma ed io e il mio bambino. Quanto sono bravi nel riempirci di ansia. Basta un titolo come “rientrare al lavoro senza stress” ed ecco che se per caso mi stavo attrezzando, mi hai fatto venire un altro, ennesimo stress.

No, grazie… Ognuno trova il suo posto, con un po’ di fatica ma prima o poi lo trova. Io ci credo, ed io non sarei più io senza il mio lavoro. Ora ditemi anche voi, che cos’è che vi rende uniche.

8 Risposte per “Ebbene sì, sono una mamma manager.”

  1. io non sono nè mamma nè manager nè donna – se proprio vogliamo dirla tutta :)
    però capisco a pieno il concetto di non accettare pacchetti sociali all-inclusive in cui rientrare. Ogni persona ha il proprio percorso – scritto nelle stelle, su un test di donna moderna o quello che sia – ed ha il dovere di trovarlo.

    L’importante è non mirare alla cosidetta "FELICITA" (come diceva Hemingway, siamo tutti uguali nella felicità, ma la diversità risiede nell’infelicità), ma ad una più normale SERENITA’.

    E questa si raggiunge solo quando si entra in pace con i propri fantasmi.

  2. Isa scrive:

    Sarcotrafficante, con "normale" serenità, intendi dire "semplice/banale" ? … immagino di si’…?! (o forse lo intendi come Flavia, cioè -se ho capito bene..:))- normale nel senso che corrisponde ai propri criteri, quelli che ciascuno di noi ritiene validi perché si basano sui nostri propri valori?)
    Non so se metterei a confronto la felicità con la serenità: e se per qualcuno la felicità fosse appunto cercare, trovare e mantenere la serenità nella propria vita, mirare alla felicità non sarebbe altro che quella stessa cosa, no!?
    Per il resto, condiviso pienamente :-))))

  3. Sab scrive:

    Ciao, io sono mamma e manager. Lavoro a Milano per una multinazionale inglese ed il mio cucciolo sta per compiere i 15 mesi. Sono la responsabile di un reparto e coordino 10 persone in diverse sedi. Anche a me tocca ascoltare i "ma come fai?", "ma ce la fai?", "lavori tutto il giorno?"…mentre mia suocera è quella che ti guarda storto perchè sei tornata al lavoro ed il bambino l’ho lasciato al nido invece di affidarlo a lei. Per quanto mi riguarda, sono felice di essere rientrata al lavoro, sono stra felice di essere diventata mamma e vorrei un secono bimbo, sono solo un po stanca fisicamente..ma tanto felice.

  4. Flavia scrive:

    Isa e Sarco: grazie per il supporto! Con le vostre due menti filosofiche mi sa che mi sono cacciata in un pasticcio (comunque, serenità e felicità sarebbero sinonimi per me. Molto bello quel "in pace coi propri fantasmi", mi ci riconosco)
    Sab: benvenuta, mi fa davvero piacere sentire che sei felice. Nel tuo caso il fantasma da pacificare non è interiore ma è la suocera… quindi cosa vuoi che sia :-)

  5. Panzallaria scrive:

    secondo me siamo ben lungi dalla parità dei sessi, almeno culturalmente e concettualmente. A nessun uomo manager e padre verrà mai in mente di essere un’anomalia (o di venire percepito come tale) mentre noi è così che ci sentiamo. o ci fanno sentire. spesso le altre donne. quelle che ti lodano o ti disprezzano: in egual misura parlano di te come un "caso" e non come un "tutto". Io non sono manager ma come libero professionista devo ogni giorno giostrarmi tra mille attività e nel frattempo crescere anche una bimba. quello che mi fa più arrabbiare è quando il mio compagno (che ha un lavoro molto impegnativo ma anche molto soddisfacente) si dimentica di coordinarsi con me sulla gestione giornaliera della famiglia. non è infatti per nulla scontato che perché io ho l’ufficio in casa debba andare a prendere la bimba all’asilo, portarla dai nonni o dal pediatra.

    spesso siamo noi donne le prime a non coinvolgere i nostri compagni e tra colleghe a dimostrarci più iene: una donna che torna al lavoro spesso viene trattata come una professionista finita, dopo una maternità e spesso a farlo sono le nostre colleghe con la patata.

    secondo me dovremmo partire da solidarietà femminile e contemporaneamente coinvolgimento del partner.
    ciao
    panz

  6. monica scrive:

    non posso dirmi mamma manager perchè arrivo dall’anomalia del mondo del sociale, dei servizi e della cooperazione (no profit), noi non ci chiamiamo manager …
    eppure secondo il metro del mondo profit lo sarei stata fino a qualche mese fa, prima di restare a casa per la 2 maternità.

    volevo spezzare una lancia a favore invece della solidarietà femminile che traspare e trasuda dal mondo delle bloggheresse e che continua a caratterizzare la mia esperienza di lavoro.
    peraltro è un mondo in cui tantissime donne hanno ruoli dirigenziali e dove il multitasking è una bazzecola, in cui i ruoli sono in perenne bilico e in perenne conflitto – solo che sono collocati in una unica persona.
    però rappresenta un interessante palestra di imprenditorialità femminile… oddio!!! diciamola tutta… gli uomini ci lasciano fare perchè la "cura" degli altri è "roba da donne" e perchè chi gestisce una impresa cooperativa fa i conti con margini economici ridottissimi e stipendi da fame….
    infatti di uomini ce n’è sempre pochi…
    però in questo contesto ho trovato ampi margini di gestione del ruolo duplice di mamma e professionista, e anche situazioni in cui (ex mamma single) potevo portarmi a riunioni interne la mia prima bimba, sicura che:
    a. sarebbe stata accettata
    b. avrei potuto gestire tranquillamente la sua presenza – è una bimba molto calma a dire il vero
    c. godermi la complicità con lei, fiera di venire al lavoro di mamma.
    d. riuscendo in modo assai soddisfacente a fare carriera, studiare, dare esami…e continuare a fare la mamma ….

    sul coinvolgimento dei partner è lotta durissima, temo…

    un saluto monica

  7. monica scrive:

    sono monica di pontitibetani … :-)

  8. Flavia scrive:

    Panzallaria, Monica, ci date degli ottimi spunti, grazie. Intanto dimostrate che i percorsi e gli equilibri per realizzarsi sono tanti e diversi, e secondo me in tutto questo "gestire" tante cose, conta una cosa sola: cercare di fare quello che più ci piace e più ci rappresenta. Solidarietà femminile, giusto: basterebbe smetterla di guardarci in cagnesco da dietro le barricate delle definizioni (non-mamma, sahm, mamma in carriera, mamma funambola, mamma imprenditrice, mamma-ape regina), che era lo scopo della piccola provocazione del post. Non ci sono normalità vs. anomalie, ci sono persone, e tutte uniche…ma è dura a capirsi.
    Aiuto dell’altro sesso, bisogna continuare a lottare. Siamo lontane, ma per quello che dipende da noi dobbiamo continuare a negoziare e a delegare. Spesso tante rinunciano. E infine dobbiamo insegnare i fondamentali della divisione dei compiti ai nostri bambini!


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