La felicità di essere me stessa

Pubblicato il 22 ottobre 2008 da admin

Stefania sta parlando con Cristina del suo ultimo viaggio di lavoro. Anche se spesso passa da un aereo a un hotel, da un hotel a un ufficio, le piace molto arrivare in una nuova città, specialmente all’estero, e fiutare intorno. Cristina invece, nelle rare occasioni in cui deve andare via, si preoccupa di organizzare tutto affinché “la sua assenza non provochi disastri”. Congela cibi vari. Lascia dettagliate liste di cose da fare alla baby sitter e alla donna delle pulizie. Non le piace non esserci, insomma.

“Com’è andata?” chiede Cristina.

“Bene, il cliente ha approvato”

“E com’è Amburgo?”

“Bella! Abbiamo cenato al porto. Per certi versi non sembra neanche di stare in Germania. Si respira un’aria molto internazionale….beh, almeno in quel locale dove siamo stati”

“Io non riesco mai a rilassarmi quando sono in viaggio, non mi piace. Penso sempre a cosa starà succedendo a casa.”

“Ma se la cavano benissimo! È che ti piace troppo sentirti indispensabile. Invece, ogni tanto fa pure bene staccare un po’, sia a te che a loro”

“Lo so…”

Stefania le porge il caffè e dice “Mi è successa una cosa strana. In aeroporto.”

“Cosa?”

“Ero lì, seduta al gate ad aspettare. Mi sono guardata intorno ed era impressionante.”
”Cosa era impressionante?”

“Tutte le persone che erano lì. Un ragazzo e una ragazza con l’ipod nelle orecchie e una rivista in mano. Venditori che discutono gli ordini al telefono. Avvocati e manager vari che smanettano col blackberry. Signore con gli stivali che guardano gli sms dell’amante”

“Ma sei incredibile! E che te ne frega di quello che fanno gli altri, scusa? Sei una di quelle a cui piace osservare le persone e fare dei film sulla loro vita?”

“No, no, non è per quello. È che nessuno è veramente presente a se stesso. Hanno tutti qualcos’altro a cui pensare. Io invece ero lì, guardavo intorno e pensavo a me stessa, lì, viva, in quel momento”

“E cosa ha prodotto questa mente illuminata?”

“Non esageriamo, illuminata. Consapevole, se mai. Beh, qualcosa ha prodotto. Per esempio, mi sono detta, bisognerebbe essere felici per quello che si è, non per quello che si deve dimostrare a qualcuno. Quando ho capito che il titolo che inseguivo, che ne so, “Amministratore Delegato”, era solo un’etichetta per impressionare un pubblico, mi sono sentita finalmente in pace. Stavo vivendo per soddisfare delle aspettative, per competere, per confrontarmi, non per il piacere di vivere essendo me stessa. È stato molto liberatorio. Ho cambiato lavoro e sono venuta qua. Penso molto meglio a me stessa ora, cioè ci penso di meno, mentre prima ci pensavo male, in maniera morbosa, dipendevo dal giudizio degli altri o meglio dalla mia percezione distorta del loro giudizio, e finivo per ossessionarmi all’idea di apparire sempre perfetta. Mentre se vivi facendo quello che ti piace, almeno per una buona parte del tuo tempo, sei felice di essere te stessa, e basta. Se ripenso agli attimi di autentica felicità che ho avuto, sono quelli in cui quello che facevo e come mi sentivo erano tutt’uno. Anche stare lì, in aeroporto, con le mani in mano, e assaporare il ricordo di quando è nata Eleonora, per esempio”

Cristina è vagamente scioccata. Si conoscono da poco e non immaginava questo lato di Stefania, anzi pensava che la carriera fosse troppo importante per lei. È una piacevole sorpresa. Si chiede per un attimo che cosa, nel suo mondo pratico e organizzato, la faccia sentire veramente sè stessa.

“Ehi, allora? Dove sei?” sorride Stefania.

“Qui, qui ed ora, non ti preoccupare. Anzi, grazie. Voglio dire…grazie del caffè”

“Figurati.”

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