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Coaching: parliamo per esempi pratici

Pubblicato il 22 settembre 2008 da Flavia

Sono state osservate e registrate le infinite modalità di sintonizzazione che esistono tra una mamma e un bambino, fin dai primi giorni di vita. Questa affascinante misurazione scientifica di processi del tutto naturali rischia di spaventarci: più siamo consapevoli del nostro ruolo e della nostra responsabilità nello sviluppo dell’esserino, più ci chiediamo se ne siamo all’altezza, se stiamo dando gli stimoli giusti. In altre parole, più siamo informate e più problemi ci creiamo, che inibiscono la nostra spontaneità.

Eppure il contatto visivo e fisico, la capacità di rispecchiare e ri-esprimere i suoi sentimenti, il modo in cui gli parliamo, sono delle nostre capacità innate, che affineremo giorno per giorno. Come le nostre mamme e nonne ci hanno liberato (almeno in teoria) dagli stereotipi sull’inferiorità delle donne e dalle discriminazioni, così noi oggi abbiamo il dovere di liberarci dai miti della mamma perfetta, che resistono intorno a noi, e dalla sindrome di wonderwoman, che noi stesse ci infliggiamo.  

Per fare questo, bisogna fare un po’ di lavoro su noi stesse, chiamiamolo un training, un allenamento mentale. È questa l’idea di fondo del coaching.

(E del resto, se abbiamo fatto tutte un training pre-parto e abbiamo fatto esercizi di respirazione e visualizzazione positiva, convincendoci di poter rendere più dolce il travaglio e il parto.., beh, forse vale la pena di investire qualche altra energia in un training post-parto: perchè quando il gioco si fa duro…)

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